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Disoccupazione: Ormai è Allarme Sociale


3 aprile 2012 ore 18:26   di 2tredici  
Categoria Affari Finanza e Fisco  -  Letto da 548 persone  -  Visualizzazioni: 983

Sono stati pubblicati dall’ISTAT i dati sulla disoccupazione in Italia relativi allo scorso mese di febbraio. I numeri sono diventati allarmanti: il tasso di disoccupazione è arrivato al 9,3%, registrando un incremento dello 0,2% rispetto al mese di gennaio di quest’anno ed un incremento dell’1,2% su base annua. Nel comunicato stampa diramato dall’Istituto Centrale di Statistica nella giornata di ieri (2 aprile 2012) vengono altresì evidenziati ulteriori dati che destano notevole preoccupazione: il numero dei disoccupati arriva a 2.354.000 unità, con un incremento di 45.000 unità rispetto a gennaio e di 335.000 su base annua; nella fascia dei 15-24enni il tasso di disoccupazione si attesta al 31,9% (!!), con un incremento dello 0,9% rispetto al mese di gennaio di quest’anno e del 4,1% su base annua.

In Europa le cose non vanno meglio. Nello scorso mese di febbraio Eurostat ha registrato, nel complesso dell’Unione Europea, un tasso di disoccupazione pari al 10,2%, con un incremento dello 0,15 rispetto a gennaio. Peggio ancora ha fatto la zona-Euro: la disoccupazione è arrivata al 10,8%, pari a 17 milioni di disoccupati, con un incremento di 162.000 unità rispetto allo scorso mese di gennaio.


Con tutto il rispetto per lo spread, per l’equilibrio dei conti pubblici, per le tasse che è bello pagare perché se no saremmo come la Grecia, per i parametri di Maastricht, per tutti i severi e pensosi ammonimenti che vengono dispensati dai tecnocrati di Bruxelles e delle altre istituzioni finanziarie internazionali, è questa, la disoccupazione, la vera emergenza che i Governi europei devono affrontare senza perdere tempo ulteriore.

E’ in gioco, infatti, non tanto (o non soltanto) il benessere delle persone, delle famiglie e, quindi, delle Nazioni ma, temo, anche e soprattutto la stessa coesione sociale, per non dire l’ordine pubblico. Finora milioni di cittadini europei hanno sopportato più o meno silenziosamente, fatte salve estemporanee manifestazioni di protesta, le severissime misure di rigore imposte dai mercati e dall’Unione Europea, anestetizzati dal miraggio che, grazie a queste politiche economiche correttive, le cose sarebbero tornate a posto e tutti ne avrebbero tratto giovamento. Adesso, invece, siamo di fronte alla prova evidente che le politiche di rigore sono politiche recessive che, impoverendo le famiglie e stroncando la domanda di consumi, bloccano la crescita economica e generano livelli record di disoccupazione. C’è da chiedersi come potranno reagire di fronte a questa realtà coloro che non soltanto non riescono a trovare un lavoro oppure lo hanno perso ma devono anche subire incrementi delle tariffe e delle tasse senza, peraltro, ottenere adeguata assistenza sociale da parte di istituzioni pubbliche ormai allo stremo causa il taglio dei fondi.

Altro che parametri di Maastricht, altro che nuove misure di austerità, come, ancor oggi, dissennatamente il Financial Times sembra preconizzare! Per uscire dalla crisi occorre far crescere l’economia e l’economia non cresce con manovre economiche "lacrime e sangue". Servono le liberalizzazioni, certamente, serve riformare la disciplina del mercato del lavoro, vero, ma serve anche stimolare l’economia con la spesa pubblica. Occorre, in altri termini, una Banca Centrale Europea che faccia quel che la Federal Reserve fa negli Stati Uniti: stampare tutta la moneta che serve. Il debito pubblico degli Stati Uniti d’America è a livelli iperbolici ma nessuno si è mai sognato di ipotizzare il default degli USA. I creditori sanno che, in ultima istanza, la Federal Reserve pagherebbe tutti. "Già ma e l’inflazione", diranno in molti, e "lo spettro di Weimar" che così tanto spaventa i Tedeschi? Meglio inflazionati che morti, viene da rispondere in prima battuta. Quanto a Weimar, studi recenti avanzano la tesi secondo la quale a portare al collasso la repubblica tedesca nata dopo la fine della Prima Guerra Mondiale non fu tanto l’inflazione quanto, piuttosto, l’instabilità politica, il crollo della produzione industriale e la severità delle misure economiche approntate dai governi al fine di far fronte ai debiti di guerra. Più o meno quel che stanno facendo gli attuali governi europei per far fronte alla cosiddetta crisi del debito sovrano. La Storia, purtroppo, non insegna (o, quando insegna, viene equivocata) e gli errori vengono ripetuti.

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