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La Nuova Grande Muraglia Legale Cinese


30 giugno 2011 ore 22:57   di inmediostatvirtus  
Categoria Affari Finanza e Fisco  -  Letto da 528 persone  -  Visualizzazioni: 1005

Summum ius, summa iniura. Forse l'antico estensore di questa massima latina proveniva dal lontano Oriente, almeno a giudicare dalle ultime notizie che ci giungono dalla terra del Dragone in tema di giustizia. E se anche qui nel Belpaese non ci sfugge certo il senso o il buonsenso alla base di una simile considerazione, che tanto spesso si sarebbe perfino tentati di condividere e applicare in pieno, proviamo a immaginare per un attimo invece cosa potrebbe accadere se la giustizia fosse amministrata anziché secondo legge, secondo gli appetiti altalenanti di potenti al comando o di una piazza più o meno drogata dall'"aria che tira" nell'opinione pubblica o sui rotocalchi televisivi.

Secondo alcuni osservatori di ciò che avviene in Cina, frontiera a cui in molti anche in Italia guardano come alla terra promessa e fertile di un futuro sviluppo economico peraltro già ampiamente in atto, una movenza simile sembra pervadere Pechino che si starebbe orientando sempre più verso una giustizia amministrata secondo convenzioni e tradizioni indigene, con, appunto, l'attribuzione di grande rilevanza processuale al giudizio dell'opinione pubblica e alle conseguenze che alcuni reati possono determinare sulla comunità, valutazioni di Partito, e un diminuito affidamento ai codici e alla sostanza dello stato di diritto.


A testimonianza di questo, viene citato, per esempio, il sempre maggiore ricorso della giustizia cinese a un'antica pratica come la mediazione, cui il governo ha incoraggiato l'adesione specialmente in quei casi sempre più numerosi nella Repubblica popolare di reati ambientali e contese terriere. Tale pratica è infatti stata riportata in vigore lo scorso anno attraverso una revisione delle linee guida della Corte Suprema, ma resta pur sempre una pratica quasi stragiudiziale dove la sentenza, stabilita anche da un giudice se non perfino dal Partito, non può essere soggetta a revisione e raramente va a influire sulle cause delle infrazioni, consentendo spesso ai colpevoli di continuare ad agire illegalmente. In più, data la natura mutevole e individuale di questo tipo di strumento legale, il ricorso sempre più ampio a tali mediazioni, rischia di inibire la naturale evoluzione di un sistema legale secondo gli stimoli dei casi trattati, capaci di costruire volta per volta precedenti di sentenze che si basano e pongono in essere dei principi generali.

La Nuova Grande Muraglia Legale Cinese

Sembra che un recente cambiamento stia dunque prendendo piede a livello di Partito, verso una giustizia con caratteristiche più tradizionalmente cinesi, quasi come risposta a una effervescenza sociale che va facendosi avvertire in maniera sempre più spiccata e che il governo cerca quanto più di tenere a bada. Anche a questo sembra essere dovuta l'azione sempre più pronta dei procuratori di Stato in risposta alle proteste che vanno manifestandosi nella società in seguito ad avvertite ingiustizie. E' chiaramente un effetto di per sé interessante, quello di una popolazione che viene esaudita nella sua richiesta di giustizia, ma che rischia di far saltare ogni garanzia che possa essere vista come lungaggine investigativa e processuale, sacrificata nell'ansia di placare la folla a vantaggio del mantenimento di un ordine certo funzionale alla casta dirigente.

Quindi non sembra casuale che, delle dottrine più in voga presso l'intellighenzia giurisprudenziale e i legislatori del Partito cinese, la teoria dei "Tre Supremi" coniata dal presidente Hu Jintao nel 2007, è di gran lunga quella che appare più abbracciata in questo trend tradizionalista, basata su una scala di interessi supremi da tutelare, con in cima il Partito, seguito dal popolo, e solo alla fine la Costituzione e le leggi.

In un quadro del genere, nel quale si intersecano fortemente sia a livello interno sia in campo internazionale gli effetti di una crisi economica globale e i suoi riflessi sugli approvvigionamenti energetici, secondo alcuni osservatori, si colloca anche una politica estera cinese resasi, dagli ultimi 18 mesi, più aggressiva (si pensi per esempio ai conflitti che vanno intensificandosi specie col Vietnam nel Mar Cinese Meridionale, ricco di gas e petrolio) e insofferente alle leggi internazionali, tanto che i commentatori più critici parlano ormai di un ridimensionamento del ruolo egemone cinese nell'area asiatica, che sarebbe visto come stabilizzante per certi versi, ma che in capo a certi atteggiamenti spaventerebbe gli altri Paesi della regione, ed è notevole la considerazione di un esperto che riferisce come l'esibizione di muscoli cinese dell'ultimo anno abbia significato di più per la posizione statunitense nell'area, di quanto non abbia fatto la diplomazia americana in mezzo secolo.

Questo stato di cose rischia quindi di proiettare delle ombre sul futuro della Cina nei mercati internazionali. Dopo 10 anni dal suo ingresso nel WTO, dopo aver faticosamente lavorato per raggiungere quasi tutti gli impegni assunti sulle liberalizzazioni economiche, l'ottimismo su una più stretta integrazione internazionale basata sulle norme legali accettate dai membri dell'Organizzazione sembra ripiegare davanti ai calcoli di una Pechino che guarda piuttosto al suo eccezionalismo legale, aspetto che, al di là delle conseguenze sul piano della politica estera del Dragone, alla lunga potrebbe comportare ben più negative ripercussioni sull'import/export e sull'attrazione di capitali esteri.

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