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De André E I Rom: Khorakhanè, La Poesia


23 febbraio 2016 ore 23:07   di Rem_tene_verba_sequentur  
Categoria Altro  -  Letto da 306 persone  -  Visualizzazioni: 417

Fabrizio De André dedicò questa canzone al popolo rom, al loro viaggiare senza tregua. Faber era affascinato da queste genti: " Ho in preparazione un disco sulla vita di questa gente che campa alla giornata, viaggiano da una città all’altra, vivendo in una roulotte. E’ un mondo affascinante, questo." Disse. E così, ecco Khorakhané , pura poesia.

L’accompagnamento musicale, leggero e sottile, ricrea l’instabilità, richiama al "fluttuare" senza direzione, senza meta. Il secondo titolo di questa canzone è "a forza di essere vento", e la musica cerca di rievocare proprio questo: l’essere lì, sospesi, con nessuna base fissa, alla continua ricerca di qualcosa da qualche parte che possa chiamarsi casa. E poi, tante parole, tante parole meravigliose che De André usa per descrivere un mondo, quello degli Zingari, che, da un certo punto di vista, rispecchia la natura interiore di ognuno di noi.


" Il cuore rallenta, la testa cammina"
Eccola, l’indecisione. Il non saper scegliere tra il cuore che cerca di aggrapparsi alla Terra, di inchiodarsi ad una realtà stabile ed il continuo, irrazionale fuggire della mente altrove, senza potersi fermare.

"Saper leggere il libro del mondo, con parole cangianti e nessuna scrittura, nei sentieri costretti in un palmo di mano, i segreti che fanno paura"
La natura rom: non avere tradizione scritta, solo orale, e leggere la i segreti della vita, che spaventano da sempre l’uomo nei "sentieri " di un palmo, nelle linee delle nostre mani.

"Finché un uomo ti incontra e non si riconosce, e ogni terra si accende, e si arrende la pace"
Qui, il dramma: la paura del diverso, dell’ "altro". Non riconoscersi in chi ci sta di fronte e vederlo, così, impenetrabile ed estraneo e, quindi, pericoloso. E tutto questo per un "solo dolcissimo umore del sangue" dice De André, per una semplice differenza di luogo, di lingua, di sguardo.

"Ora alzatevi spose e bambine, che è venuto il tempo di andare: con le mani celesti dei polsi, anche oggi si va a caritare "
La festa finisce e bisogna tornare a vivere, a trovare il modo di sopravvivere. Magari soli, magari discriminati, perché la gente, il mondo, non accettano la povertà, l’instabilità… ne sono spaventati.

" E se questo vuol dire rubare, questo filo di pane, tra miseria e fortuna, nello specchio di questa kampina*, ai miei occhi limpidi come un addio… Lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca, il punto di vista, di Dio. "
Ed alla fine, in questo verso bellissimo, De André condanna l’uomo ancora una volta: gli uomini nella loro (nostra) infinita vanità pretendono di giudicare i propri simili, ma per farlo bisognerebbe tenere a mente, anzi raccogliere in bocca, il punto di vista di Dio. E chi può?

*kampina è il termine con cui i bambini rom indicano le roulotte, le loro case.

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