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Eduardo, Majakovskij, Brecht: Quando Il Teatro Si Oppone Al Sistema


15 gennaio 2018 ore 19:01   di IoLeCose  
Categoria Altro  -  Letto da 213 persone  -  Visualizzazioni: 234

Ad oggi chi frequenta l'ambiente artistico ed in particolar modo quello teatrale si ritrova a discutere spesso con persone che sostengono l'importanza dell'autoreferenzialità del teatro. In parole povere alcuni registi, drammaturghi, filosofi e quant'altro, credono che per sfuggire alle leggi capitalistiche, per cui anche un quadro o uno spettacolo debbano essere merce e dunque "commerciali", per fare vera Arte, bisogna realizzare prodotti "elitari", per pochi, difficili da comprendere, che ripiegano su di se e che abbiano dunque un linguaggi tutto loro.

Infatti secondo queste teorie qualsiasi opera di massa, fruibile, comprensibile e quant'altro, è frutto di servilismo, si ripiega cioè a fantomatici "poteri forti". Il vero paradosso e che spesso questi personaggi si imbevono di quella che per loro è arte "elevata", di Shakespeare, Brecht, Ronconi e quant'altro, desiderando in questo modo crearsi un immagine più intellettuale e dunque superiore alla comune mediocrità. E in tanti ad es. antepongono la vera arte di Brecht al teatro eduardiano, accusato di essere troppo borghese, popolare e moraleggiante. In realtà Shakespeare, Brecht, Eduardo e Majakovskij sono accomunati dalle stesse intenzioni e fra queste nessuno di loro a posto l'obiettivo di realizzare un "teatro intelligente per pochi".


Bisogna prendere in analisi Eduardo, Brecht e Majakovskij perché questi tre straordinari drammaturghi hanno dovuto combattere un mostro comune ed hanno risposto con delle armi che solo in apparenza sono differenti ma che di base rispondono alle stesse esigenze. Si potrebbero prendere in considerazione anche Ronconi, Vasilicò, Shakespeare ed altri, ma i tre letterati succitati sono legati dallo stesso contesto storico. Andiamo per ordine.

Eduardo De Filippo nasce nel 1900, dunque a cavallo di un'epoca. Di quest'artista straordinario si potrebbe dire tanto ma quel che interessa a questo breve saggio è il periodo storico in cui realizza alcuni fra i suoi capolavori fra cui "Natale in Casa Cupiello", "Ditegli Sempre di Si", "Non Ti Pago". Queste opere sono state scritte sotto il fascismo ed è un grave errore darne un'interpretazione banale. Prendiamo in analisi proprio "Natale in Casa Cupiello". Ai più appare come un'opera esilarante piena di colpi di scena e nessuno riesce a comprenderne l'incredibile funzione sociale nonché la forte opposizione politica che invece questo testo rappresentò.

E questo accade perché Eduardo viene sempre decontestualizzato. Se partiamo dal presupposto che il regime fascista impose a scrittori, artisti, registi e quant'altro di rappresentare le magnificenze dell'Italia e non le miserie, non assume forse un nuovo valore una tragicommedia che tratta di un umile famiglia, piena di appena accennati ma prepotentemente rappresentati problemi economici? Perché mai costringono la giovane ed intelligente figlia a sposare un ricco borghese se non per emanciparsi economicamente?

E non è un caso che in quegli anni egli decise di riadattare "Il Berretto A Sonagli" di Luigi Pirandello, autore molto apprezzato dal drammaturgo partenopeo. Nella commedia il letterato siciliano fa esclamare al protagonista Ciampa "Magari potessi parlare io!" mentre consiglia alla giovane Beatrice di fingersi pazza, perché questa è l'unica via per potersi esprimere liberamente! E dunque quei testi così divertenti e viscerali erano uno strumento, un veicolo, per far giungerei ai più, al suo pubblico, a tutto il popolo napoletano, i suoi importanti messaggi politici di matrice antifascista. Ed è per questo che anche successivamente, quando scrisse i capolavori della sua maturità, quali "Filumena Marturano" o "Le Voci Di Dentro" fino alle più sperimentali "Il Contratto" e "Gli esami non finiscono mai", mantenne nelle sue opere questi elementi di semplicità e popolarità. Perché scrivere e fare teatro sotto un regime totalitario gli consentì di comprendere quanto la vera rivoluzione artistica fosse far comprendere le proprie opere a quanta più gente possibile.

E nulla separa tutto quel che abbiamo detto fino ora da Bertolt Brecht. Un primo sguardo a queste opere potrebbe farle apparire inconsuete, strutturalmente complesse, ricercate e dunque lontane dai gusti popolari. Ed invece anche in questo caso è necessario ricollocare i testi nel contesto stesso in cui sono stati maturati. Il teatro sotto il regime hitleriano era legato ad una pesante struttura lirica, in rigorosa lingua italiana. L'obiettivo era evidente. Dietro al pretesto di un teatro colto si celava la volontà da parte del regime di togliere ogni potere comunicativo e sovvertivo all'attività drammaturgica. Chiunque violasse queste regole non era considerato un'artista degno di tale nome ma Brecht decise di adoperare il tedesco e di usare musiche che dai più sono state ricondotte al moderno country. E la risposta del pubblico non tardò ad arrivare. Le persone si accalcavano a teatro, benché Hitler fosse ormai saldo al potere.

Vladimir Vladimirovi%u010D Majakovskij affronta dapprima lo zarismo e quindi il fallimento del regime comunista. In entrambi casi ha un problema, la stessa identica esigenza che avevano gli autori che abbiamo già citato. Doveva parlare alle persone e per farlo doveva portarle a teatro. E queste strutture erano vuote a causa proprio di quell'arte colta e incomprensibile che guarda caso era proposta dallo zar e dagli esponenti dell'aristocrazia. E il suo cubofuturismo va inserito in questo contesto sociale. Questa corrente si basa sull'uso di strutture scenografiche imponenti che si trasformavano dinnanzi agli occhi increduli del pubblico che per tale ragione si concentravano maggiormente sul contenuto della rappresentazione.
Dunque analizzando tre grandi autori ci si rende conto di una sola cosa. Che se c'è un teatro asservito alla volontà dei potenti, questi è solo quello che pretende di essere elitario ed autoreferenziale.

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