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Fede E Ragione In 'nidi D'airone. Memorie Di Un Prete Franchista' Di G. A. Garcia


23 giugno 2011 ore 18:00   di inpress  
Categoria Altro  -  Letto da 551 persone  -  Visualizzazioni: 902

Lo scrittore spagnolo, ma naturalizzato italiano, Gonzalo Alvares Garcia torna in libreria con "Nidi d’airone. Memorie di un prete franchista" (ed. Manni, pp. 160, € 14,00). Il titolo e il sottotitolo, con il richiamo ai ricordi d’infanzia (gli aironi che nidificavano lungo il fiume), fanno pensare a un libro dal contenuto memoriale e autobiografico. Eppure si tratta di un romanzo. O meglio, di un’autobiografia camuffata da romanzo. Nomi, luoghi ed episodi sono veri nella sostanza, anche se sono stati trasfigurati letterariamente.

Il protagonista Il protagonista è Armando Ramirez, un personaggio che presenta parecchi punti di contatto con l’autore. Basta scorrere la scheda biografica sulla quarta di copertina per rendersene conto. Garcia (Léon, 1924) ex sacerdote, a trent'anni ha svestito la tonaca e ha lasciato la Spagna franchista per trasferirsi in Italia, dove ha lavorato come documentarista, scrittore e giornalista. Anche Armando, il protagonista di questo libro, nasce negli anni Venti del Novecento a Castrillo, un villaggio contadino della Castiglia, nella Spagna centro-settentrionale. La sua è la famiglia più ricca del paese. Il giovane cresce a contatto con una natura brulla e desolata (a parte la vega, la fitta boscaglia che costeggia il fiume) e con una società chiusa e tradizionale, un piccolo mondo antico dove il tempo scorre lento e uguale come il fiume che attraversa quella pianura.


L’ambiente sociale si presta alla descrizione di alcuni personaggi caratteristici. Alcune figure sono indimenticabili, come il nonno (e omonimo) del protagonista, ex studente di medicina passato alla storia per il suo bizzarro tentativo di ammaestrare dei conigli, applicando le teorie di Pavlov; o come don Gregorio il maestro di scuola, un tipo basso, grassottello, con due baffi affilati e ricurvi come le corna di un toro, fautore di una disciplina ferrea riassumibile nel motto "la letra con sangre entra". Un personaggio dal contegno severo e austero, se non fosse stato per quel difetto - il meteorismo cronico che lo costringeva a rumoreggiamenti poco decorosi per la sua professione – che ne fa una figura tragicomica.

L’autore, che intreccia storia e microstoria, colloca l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza e la prima maturità di Armando sullo sfondo della storia che va dalla dittatura di Miguel Primo de Rivera (1923-30) alla dittatura di Francisco Franco (1937-75), passando attraverso la Seconda Repubblica (1931-36) e la Guerra civile (1936-39). Una storia in rosso e nero, che oscilla tra rivoluzione e reazione. Restano impresse nella mente del lettore alcune vivide pagine che descrivono con fine ironia l’irrompere della passione politica e della campagna elettorale nel piccolo villaggio castigliano. I leader della destra di Josè Maria Gil-Robles e della sinistra di Manuel Azana, giunti nel villaggio dai paesi vicini, infiammano la popolazione con i loro comizi e poi ripartono, mentre ai campesinos di Castrillo non resta che rientrare nelle stalle e comunicare il loro entusiasmo ai…bovini!

La Guerra Civile terminò con il trionfo della reazione grazie anche all’appoggio della chiesa cattolica, dell’Italia fascista e della Germania nazista. La chiesa cattolica divenne la spina dorsale del regime. E il generalissimo diventò il custode della più bieca e oscurantista ortodossia religiosa. Le immagini della Vergine del Pilar sfilavano accanto al ritratto di Franco. In seguito, per definire questo mutuo legame fu coniato il termine Nazionalcattolicismo. Eppure si trattò di uno dei regimi più anticristiani della storia. Fu in questi anni che Armando entrò in seminario. La sua vocazione non fu senza tentennamenti. Il Seminario dove studiava era un ospedale militare. I feriti nei padiglioni, i soldati mutilati, il ticchettio delle stampelle nei corridoi, l’odore di cloroformio, i cumuli di garze, fasciature, medicine, divise lacere, ecc. suscitavano pensieri di morte. Era l’incontro-scontro con la cruda realtà della guerra, ben diversa da quella epica ed eroica suggerita dalla propaganda e dalla retorica del regime. «Il primo scontro – scrive l’autore – tra le epiche utopie e la realtà ebbe luogo dietro il portone di quell’austero edificio».

Pian piano, le granitiche certezze del prete franchista cominciarono a vacillare. All’università di Salamanca, dove insegnava, scoprì una realtà fatta di censure, ostracismi, eccessi e ingiustizie. Un pordiosero (mendicante), un vescovo e un poeta gli mostrarono un’altra Spagna, diversa da quella esaltata dal Generalissimo. Ma la spallata definitiva alla sua tentennante fede cattolica e franchista la diedero alcune letture “eretiche”, compiute durante un periodo di convalescenza: da Federico Garcia Lorca il poeta e drammaturgo ucciso dai falangisti di Franco, a Miguel de Unamuno, da Jean-Paul Sarte ad Andrè Malroux, fino a Voltaire. Era la scoperta del relativismo e della storicità delle religioni, considerate come un “prodotto” dell’uomo. Fatte a sua immagine e somiglianza.

Su queste basi Armando prese la sofferta decisione di abbandonare il sacerdozio. Rivelatore fu l'incontro, in un museo parigino, con gli antichi dèi rimasti senza altare: Iside, Orus, Apis. Gli dèi regnano per mille, duemila anni e poi muoiono. Come i comuni mortali. «È il destino delle cose terrestri - osserva - Quelli che oggi sono magnifici luoghi di culto, diventeranno domani la meta di piacevoli gite turistiche, come il Partenone in Grecia e il tempio della Dea Concordia in Sicilia. Gli dei che oggi regnano nelle superbe basiliche e nelle moschee saranno sfrattati e dovranno cercare una sistemazione di fortuna nei luoghi della memoria».

Se si fa interagire l’inizio con la fine del libro, scocca la scintilla che illumina il senso profondo del libro: un invito a superare i condizionamenti ambientali, storici, economici, politici, sociali e religiosi. Poiché gli capitò di nascere nella Spagna dove si usava essere devoti e fascisti – si afferma nella premessa – l'autore diventò fascista e cattolico. Se fosse nato da qualche altra parte avrebbe potuto essere comunista o luterano. La religione, insomma, è una variabile umana, dipendente dal tempo e dal luogo. Come tale, non unisce ma divide. Per questo Armando - alter ego dell’autore - le preferisce un umanesimo integrale, in cui il sentimento, la ragione e la conoscenza diventano il grimaldello capace di spezzare le catene del determinismo. In questa direzione vanno le parole conclusive del libro, tratte dal celeberrimo "Foglie d’erba" del poeta americano Walt Whitman: «La mia fede è la più grande di tutte le fedi: comprende i culti antichi e i culti moderni, e quanto vi è tra l’antico e il moderno».

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