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Globalizzazione: Nuove Libertà O Destino Non Voluto E Crudele?


21 gennaio 2010 ore 16:37   di prometeo  
Categoria Altro  -  Letto da 377 persone  -  Visualizzazioni: 616

Dietro la parola globalizzazione stanno molti più processi di quanto normalmente si pensa.
“La globalizzazione divide tanto quanto unisce. Divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall’altro lato promuovono l’uniformità del globo”.

Da qui parte l’analisi di Bauman, sociologo e filosofo, massimo esponente del filone di pensiero che indaga criticamente la tardo modernità (e/o la postmodernità). La peculiarità dell’indagine di Bauman riguarda le conseguenze della globalizzazione sulla vita quotidiana delle persone con, in particolare, uno studio sullo "spazio", dimensione che, dice tende a rarefarsi nel tempo della globalizzazione e che segna due percorsi contrapposti. Da un lato l’élite della globalizzazione, il vertice, dall’altro le masse, la base. Infatti, sostiene Bauman, “piuttosto che rendere omogenea la condizione umana, l’annullamento tecnologico delle distanze spazio temporali tende a polarizzarla.


Chi opera nei pressi del potere finanziario (vero motore della globalizzazione) vive l’incorporeità del potere: non ha bisogno di luoghi deputati, è extraterritoriale e proprio per questo può isolarsi (in una nuova apartheid) dal resto della popolazione che rimane tagliata fuori”.
La conseguenza è quella che viene dipinta come la fine degli spazi pubblici e la creazione di “non-luoghi” . I significati principali e più tragici di questa conseguenza sono che l’abolizione degli spazi pubblici implica anche la crisi dei luoghi dove si creano norme, dove i valori sono discussi, negoziati, elaborati, e rendere decisamente impervia, quando non impossibile, l’aggregazione tra persone. In assenza di luoghi pubblici i giudizi sulle linee guida per la società possono discendere solo dall’alto, dall’élite ormai lontana che rifiuta ogni interrogazione.
La svolta decisiva nell’imporsi di una nuova percezione spazio-temporale è determinata dall’avvento delle tecnologie informatiche, dei trasporti ad alta velocità e dagli sviluppi che hanno segnato il passaggio da un tipo di capitalismo di stampo fordista a uno flessibile. La velocità con cui viaggiano le informazioni e avvengono le transazioni sui mercati finanziari globali imprime un’enorme accelerazione ai processi sociali e accresce la rete globale delle dipendenze reciproche, rendendo insignificante il valore dello spazio e di tutte le sue connessioni territoriali.

Per Bauman ciò significa l’inizio di una progressiva dissoluzione delle strutture fondamentali della modernità, a partire dagli equilibri che un tempo tenevano unite, in un rapporto di stretta interdipendenza e di reciproco impegno, le coppie dominanti/dominati e capitale/lavoro. L’approfondimento della tematica “spazio-temporale” in relazione con l’avvento delle tecnologie e di nuove velocità permette a Bauman di parlare di due nuove tipologie in cui sono divisi gli abitanti della terra. Alcuni (pochi, in verità) possono fare i turisti mentre per tutti gli altri la sorte è quella del vagabondo. Il punto di partenza è la cosiddetta società dei consumi, cioè, la nostra società non è più la società dei produttori (con al centro l’etica del lavoro e del sacrificio) ma la società dei consumi dove ciò che conta è produrre desideri, sedurre.
“La globalizzazione spinge le economie a produrre l’effimero, l’instabile (con una riduzione drastica e generale della vita utile di prodotti e servizi), il precario (posti di lavoro temporanei, flessibili, a tempo parziale)”..
Questi consumi devono essere “labili”, instabili, temporanei altrimenti il consumo si blocca. [...] “il desiderio non vuole soddisfazione. Al contrario il desiderio vuole desideri”.

Ma, mentre tutti possono voler essere consumatori non tutti possono esserlo davvero. La stratificazione della società è data dal grado di mobilità, ovvero dalla libertà di scegliere dove collocarsi ed è in questo contesto sociale che entrano in scena i turisti ed i vagabondi.
“Nel nostro mondo il semaforo segna verde per i turisti ma rosso per i vagabondi. I turisti possono muoversi ovunque, nessun controllo li ferma, essi non sono legati allo spazio. Al contrario i vagabondi non possono muoversi, sono legati al loro spazio ed al loro tempo […] provate ad immaginarvi un giro per l’Europa: che differenza essere turisti italiani invece che profughi kosovari o curdi. O lavoratori rumeni. I primi sono turisti e vivono la versione postmoderna della libertà. I secondi sono vagabondi e sperimentano la versione postmoderna della schiavitù”.
I vagabondi sono alla deriva: sanno che non staranno troppo a lungo in un luogo, per quanto possa loro piacere, perché non saranno bene accolti. I turisti si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (globale) è irresistibilmente attraente, i vagabondi si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (locale) è inospitale fino ai limiti della insopportazione.
“I turisti si muovono perché lo vogliono, i vagabondi perché non hanno altra scelta sopportabile”.

Si può, a questo punto, effettuare un paragone anche con la nostra situazione, quelle italiana o come si sente dire ultimamente, occidentale. Cioè, scivolare tra i vagabondi fa parte delle nostre inconsce paure ed angosce. Del resto il nostro stile di vita non è garantito, malgrado i nostri assillanti tentativi di rafforzare le mura della nostra fortezza. Al momento siamo dentro. Chi è fuori è fuori, ed è la massa, e questi nella nostra ottica sono vagabondi da cui difenderci; ma siccome diventare vagabondi è il nostro rischio quotidiano tale condizione ci rende fragili e insicure, ci mette in crisi talmente tanto da spingerci a comportamenti violenti. In un’indagine, su che cos’è per gli abitanti della terra la globalizzazione, l’UNDP (il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo umano), nella presentazione del decimo rapporto, scrive che essa è una grande chance: può essere fonte di vita e benessere per tutti, ma che così non è stato, anzi, nuove insicurezze sono diventate l’incubo quotidiano.
Riportiamo un’intervista fatta a Susan George, direttrice del Transnational Institute di Amsterdam e considerata oggi il critico più autorevole del sistema globalizzato: “La Globalizzazione dei mercati nasce, nella sua forma più spinta, un decennio fa circa, quando 135 nazioni sancirono la nascita del WTO - Organizzazione Mondiale del Commercio, con i suoi potentissimi accordi. Il problema è che praticamente tutto ciò che compone la nostra esistenza viene trasformato in merce di scambio: dall'istruzione, alla sanità, dalla cultura ai servizi bancari, dalle pensioni ai diritti fondamentali dei lavoratori [...] e poi la gestione degli asili, l'alimentazione umana, quella animale [...] in sintesi, siamo come in vendita, sugli scaffali del supermercato globale [...] da questo tavolo sono usciti gli accordi sul commercio planetario; ed è precisamente contro questi accordi che è esplosa la protesta a Seattle: l'accusa è che si tratta di regole dotate di poteri enormi, spesso superiori a qualunque legge degli stati nazionali”.

Tornando al discorso di Bauman , rispetto alle conseguenze della globalizzazione, l’autore confronta la società della prima modernità e l’attuale argomentando che la prima è stata in grado di rigenerare delle forme di aggregazione sociale (stati-nazione, classi, sindacati, ecc.) capaci di tenere unite in modo stabile e duraturo le diverse componenti sociali. Mentre l’attuale, il nuovo regime spaziotemporale e la cultura consumistica che lo alimenta, è responsabile proprio della distruzione di quelle strutture, incidendo negativamente sulla società stessa.
“La società dei consumi è un’estremizzazione dei processi di individualizzazione”.
Agli individui “desocializzati e solitari della società globalizzata” tocca infatti il duplice compito di dover risolvere singolarmente problemi (i rischi) che riguardano ambiti sempre più al di fuori della propria portata, e di dover scegliere, sempre singolarmente, la propria identità sociale e la propria appartenenza di gruppo. Le risposte dei «solitari cittadini globali» al bisogno di sicurezza, che riassumendo potremmo dire ritirarsi tra simili, appaiono a Bauman “false e regressive”, poiché non solo non sono in grado di appagare quel bisogno di sicurezza e socialità da cui prendono origine, ma finiscono per rafforzare le cause che lo alimentano. Paradossalmente, l’unica cosa certa che deriva dalle nuove comunità è l’accentuazione dei processi di esclusione, ghettizzazione e frammentazione all’interno della società, ovvero, le stesse ragioni che impediscono il costituirsi di una comunità politica intessuta di comune e reciproco interesse, la sola via percorribile, secondo Bauman , per contrastare i devastanti effetti della globalizzazione.

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