Il Blu Di Luisa Rabbia
L’anno è il 1883, ma non importa, le foto di Isabella Stewart Gardner (collezionista d’arte americana, 1840-1924) immortalano la Cina del tempo, ma neanche questo è importante. Spazio e tempo sono riferimenti alquanto vaghi in un META – viaggio in cui ciò che unicamente rileva è l’interpolazione dei luoghi con punti e valori appartenenti a dimensioni parallele. “Travels whit Isabella”, la video istallazione del 2008 di Luisa Rabbia, appare come un “flusso viaggiante” dove l’anabasi del segno dell’artista torinese, ospitato nella culla color seppia delle foto della Gardner, sboccia in un blu tentacolare che racconta gli elementi, e disegna varchi e portali per altre dimensioni ripartendosi in radici stritolatrici ma anche seminatrici di vita.
Difatti in quest’opera, definita con pregevole acume, durante la mostra “In viaggio sotto lo stesso cielo” (Fondazione Mertz – Torino – 2009): “reportage della psiche”, le radici blu paiono sinapsi di un organismo vivente e infestante, una pianta parassita dal colore innaturale che ne sottolinea inconfondibilmente l’irrealtà.
La cifra stilistica di Luisa, orgoglio d’Italia, e figlia adottiva d’America (a Brooklyn molto prima che pullulasse di hipsters), si manifesta fin dalle esposizioni iniziali di Torino del 1995 (Proposte X: Ansie Luisa Rabbia - Daniele Galliano curata da Riccardo Passoni, Galleria San Filippo, e Luisa Rabbia, curata da Marco Noire, Studio d'Arte Recalcati), dove esibisce un’estetica fatta di profonda riflessione ma anche di istintiva sperimentazione. Partendo dal disegno a mano libera e passando poi per il video, il silicone, la ceramica e la scultura, l’artista sembra semplicemente lasciar fluire l’ispirazione attraverso di se, facendosi settaccio naturale dalle scorie della realtà, per ripulirla dai concetti di tempo, spazio, e materia, con lo scopo di creare una rappresentazione artistica interiore ed universale capace di attraversare gli anni e puntare all’eternità.

Unico ed inconfondibile è il suo blu, il blu di Rabbia, se mi perdonate il gioco di parole sin troppo scontato.
Luisa inizia ad usarlo quando nel 2000 sbarca negli States e per mantenersi trova lavoro come cameriera a New York. L’urgenza di disegnare anche durante il lavoro le impose la biro come medium e i tovagliolini di carta come tela, pratica questa che contribuì a rendere pulite e nette le linee e accrebbe la sua tendenza a occupare completamente le superfici fino ad appropriarsene e trasmutarle.

Di li in seguito giunse a riempire superfici sempre più ampie e ad usare il blu anche per le sculture, in “Crowd” infatti, un complesso di figure caratterizzate da lineamenti, personalità e culture diverse, esposto alla fiera di arte contemporanea Art Basel di Miami Beach e allo stand della galleria newyorkese di Peter Blum (e venduta il primo giorno a trentacinquemila dollari), la colorazione della pelle è appunto blu, l’effetto scaturente è l’astrazione delle figure dalla realtà, l’impenetrabilità del loro spazio personale e al contempo la connessione con l’abbraccio invisibile e sotterraneo delle radici da cui forse traggono la loro linfa vitale per divenire alberi che si ergeranno imperiosi e che saranno custodi della memoria del mondo.

