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Il Giallo Di Via Fani: Moro Fu Davvero Ucciso Dalle Brigate Rosse?


30 giugno 2014 ore 12:39   di mariobarbato  
Categoria Altro  -  Letto da 513 persone  -  Visualizzazioni: 750

Il caso Moro è stato senza dubbio il dramma che più di altri ha influito sulla storia italiana, perché ha rappresentato uno spartiacqua nella vita della Prima Repubblica. Un mistero che, nonostante l'importanza politica in questione, è rimasto nascosto da un alone di segretezza. Trentasei anni dopo il sanguinoso assalto di via Fani, la magistratura non è riuscita a fare piena luce sulla dinamica della morte dello statista democristiano, urtando contro la logica della ragion di Stato che non si può confessare.

L'unica cosa certa è che via Fani, quella mattina del 16 marzo 1978, era particolarmente affollata: non c'erano solo brigatisti, ma anche uomini dei servizi segreti, incaricati di portare a termine un'operazione contro chi, in piena Guerra Fredda, voleva i comunisti al governo insieme ai democristiani per impedire che l'Italia fosse dilaniata da divisioni interne al Parlamento. E così per oltre tre decenni si è parlato delle colpe delle Brigate Rosse nel sequestro Moro, tacendo però sulle responsabilità del Sismi, ritenuto dagli inquirenti come l'unico, vero artefice della morte del padre del compromesso storico.


Il primo dubbio, infatti, sorse proprio in merito all'effettiva composizione del commando che quella mattina sterminò i cinque agenti di scorta e prelevò il presidente. Erano solo brigatisti coloro che parteciparono all'operazione militare? No. Che dietro il sequestro Moro ci fosse l'ombra dei servizi segreti lo confermarono le perizie balistiche che accertarono la presenza sul luogo dell'agguato di soggetti esterni alle Brigate Rosse. Di killers professionisti capaci di sparare contro la scorta del presidente con rapidità e precisione millimetrica, utilizzando la tecnica del tiro incrociato, senza colpire Moro e gli altri membri del commando. Un'abilità tecnica che, secondo gli inquirenti, non poteva essere dei brigatisti, che per loro stessa ammissione non erano particolarmente allenati con le armi, in quanto richiedeva un addestramento militare tipico dei reparti speciali dell'esercito e dei servizi segreti.

E i sospetti, in tal senso, furono alimentati ulteriormente dal ritrovamento, da parte dei periti balistici, di bossoli speciali utilizzati nell'agguato e che non erano date alle forze convenzionali, poiché fabbricati appositamente per i reparti militari dell'esercito e che quindi difficilmente potevano essere finiti nella mani dei terroristi.

La conferma sulla presenza di uomini legati al Sismi sul luogo dell'agguato, del resto, fu data dagli stessi agenti del servizio segreto. Uno di questi, in particolare, un certo Pierluigi Ravasio, rivelò alla rivista Panorama sulla presenza, a duecento metri dal luogo dell'imboscata, del colonnello Camillo Guglielmi, ufficiale del Sismi e istruttore militare per conto dell'organizzazione paramilitare Gladio. Menzionata dallo stesso Moro nelle lettere scritte durante la prigionia, Gladio era una struttura segreta creata dalla NATO e controllata dal Sismi, investita del compito di impedire qualsiasi avanzata del Partito Comunista in Italia e che aveva il suo centro di addestramento nel campo di Marrargiù in Sardegna, dove il colonnello Guglielmi insegnava ai "gladiatori" le tecniche di imboscata.

Ad aggiungere un ulteriore tassello all'ingarbugliato mosaico del caso Moro, arrivò, di recente, la testimonianza di un ex agente del Sismi che, in una lettera inviata alla Stampa, confessò di essere uno dei due motociclisti che la mattina del 16 marzo 1978 si trovavano in via Fani, aggiungendo di essere stato alle dipendenze del colonnello Guglielmi e di aver ricevuto quel giorno l'incarico di proteggere la fuga dei brigatisti da eventuali azioni di disturbo.

Ma il ruolo dei servizi deviati, in ogni caso, non si limitò solo al rapimento, ma si estese anche alla prigionia del leader democristiano. Le Brigate Rosse, infatti, difficilmente avrebbero potuto tenere in ostaggio un personaggio così importante per un lungo periodo di tempo senza che nessuno, tra poliziotti e carabinieri, riuscisse a liberarlo. Il che fa pensare che i terroristi vantassero complicità politiche di alto livello. D'altronde, le stesse parole di Andreotti, secondo cui Moro vivo non sarebbe servito più a nessuno, non lasciavano adito a malintesi. Da documenti in possesso della magistratura, risulta che anche il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa sapesse dove si nascondeva il prigioniero, ma che il suo blitz fu impedito da un veto dello stesso Andreotti e da Cossiga, allora ministro dell'Interno, i quali agirono dietro ordine della loggia massonica P2, la cui istituzione fu voluta e controllata dalla CIA e che annoverava tra gli iscritti molti personaggi del Comitato di crisi istituito durante il sequestro dello statista italiano.

L'ipotesi che il sequestro Moro fosse stato ordinato da alte sfere politiche ed eseguito dai servizi segreti è provato dal fatto che, durante i cinquantacinque giorni della carcerazione del presidente, gli investigatori erano andati vicini alla sua liberazione, cercando la prigione in via Montalcini, dove era rinchiuso. Ma di erano dovuti fermare a un passo e interrompere improvvisamente le ricerche. Cosa alquanto sospetta, visto che Moro fu ritrovato morto il giorno dopo in una macchina parcheggiata in via Caetani, a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista.

E fu proprio in via Caetani che due magistrati, Rosario Priore e Ferdinando Imposimato, si recarono più volte durante le indagini sul delitto Moro. Non riuscivano a capire come avessero fatto le Brigate Rosse a trasportare il cadavere di Moro, attraversando le strade di una città militarizzata e presidiata da decine di posti di blocco, e parcheggiarlo lì, senza il timore di essere scoperti. Ma nel corso delle loro ricognizioni, fatte di notte e in anonimato, non si erano accorti che una mano sconosciuta li aveva fotografati e si era premunita di depositare le foto nelle cassette postali delle rispettive abitazioni con un intento chiaramente intimidatorio. Un avvertimento per i due magistrati che, più di altri, stavano indagando su fatti di terrorismo e che probabilmente stavano oltrepassando un limite invalicabile per i troppo curiosi.

I servizi segreti hanno sempre svolto il loro compito istituzionale di impedire che i retroscena del caso Moro venissero allo scoperto, depistando le indagini e coprendo le responsabilità politiche nella morte dello statista democristiano. E per farlo utilizzarono la tecnica del "doppio". Un metodo che consisteva nel partecipare al sequestro dello statista in concomitanza con i brigatisti, così da usarli come specchietto per le allodole e far ricadere su quest'ultimi le colpe di una morte annunciata che aveva tutte le parvenze di essere stata eseguita dal Sismi e avallata dalle forze anticomuniste della NATO.

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