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La Calabria E La ' Ndrangheta: Gli Applausi.. A Chi?


16 maggio 2010 ore 12:57   di ilcristallo  
Categoria Altro  -  Letto da 429 persone  -  Visualizzazioni: 671

Gli applausi di parenti ed amici al boss superlatitante arrestato a Reggio Calabria hanno offerto l’occasione ai media nazionali di ripercorrere antiche e comode strade che descrivono i calabresi come irrimediabilmente collusi, innanzitutto a livello mentale, con una mentalità mafiosa, che impregna inesorabilmente il tessuto sociale, senza speranza di riscatto.

Quelle immagini hanno offerto il destro ai soliti commentatori che non hanno esitato a confondere ad arte quei pochi applaudenti con la stragrande maggioranza, silenziosa quanto onesta e disillusa, che ogni giorno vive, opera, lavora in nulla compiacente rispetto a quei poteri politico-mafiosi.
Cullandosi con questi luoghi comuni stereotipati, l’intellighenzia nazionale si appropria dell’alibi utile per lavarsi pilatescamente le mani ed evitare di affrontare la questione lasciando ai calabresi l’onere di risolverla, se mai ciò sia possibile.


D’altronde, la Calabria è una regione da sempre considerata periferia marginale, quasi un freno allo sviluppo della nazione, non considerando il fatto che solo quando l'intero territorio sarà affrancato da quegli storici divari che impediscono un viaggio comune ed uniforme, l'Italia potrà finalmente affrontare il cammino con un motore a pieni giri.
Insomma, la Calabria deve essere «questione nazionale», non un problema affrontato come ai tempi della prima Repubblica e della Cassa per il Mezzogiorno; anzi...

Si esortano i calabresi a reagire con fermezza. Ma cosa possono o dovrebbero fare i cittadini, gli imprenditori e le Autorità locali per sottrarre questa Regione al «dominio» della criminalità?
Non servirebbe e non sarebbe sufficiente la militarizzazione del territorio, come pure qualcuno richiede.
Il primo atto è un dato culturale e sociale: dobbiamo trasformare la lotta alla 'ndrangheta da semplice esercizio dialettico ad impegno fattivo e praticato sul campo; dobbiamo interrompere, anzi invertire, quel flusso di rapporti fatto di ammiccamenti, favori, riguardi, assuefazione alla presenza; flusso di rapporti che in una sola parola si può definire «rispetto».

La Calabria E La ' Ndrangheta: Gli Applausi.. A Chi?

Perché le organizzazioni criminali a precipua connotazione consociativa (camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita, mafia) traggono alimento ed esercitano potere, più che in rapporto alla violenza, che pur massicciamente e drammaticamente praticano, essenzialmente per il loro «speciale» rapporto con il territorio. Un rapporto stretto, intenso, insostituibile per quello che è il vero discriminante fra questi fenomeni e le altre manifestazioni di illegalità che coesistono, si sviluppano, ma in nessun caso assurgono, né aspirano al rango di «sistemi criminali»; e cioè, il ruolo che queste organizzazioni (e mi riferisco ad ognuno degli associati, dal più «umile» gregario al più «riverito» boss) ricoprono nella società, intesa nel suo complesso e pertanto estesa al mondo delle istituzioni, a quello della politica, a quello dell'economia e del lavoro, alla cosiddetta «società civile».
Pure il riferimento, operato da molti, alla «mafiosità» variamente diffusa nella mentalità dei Calabresi è, sempre a mio modesto giudizio, elemento di disturbo per un'efficace lotta alla ‘ndrangheta. Si corre infatti il rischio, con una ingiusta generalizzazione, di sollevare il classico polverone.

A parte l'ingiustificabile mortificazione che verrebbe inflitta ai calabresi, dei quali il naturale riserbo - ed anche il sospetto e la diffidenza indotti da decenni di insipienza, quando non di malgoverno da parte del potere centrale - verrebbero scambiati per omertà, propensione innata a delinquere, in una riviviscenza di elucubrazioni lombrosiane.
Ed allora, quali le possibili strade da percorrere?
Innanzitutto, dobbiamo smetterla di trattare con «rispetto» la 'ndrangheta e gli 'ndranghetisti: ed allora, di questo cancro malefico rimarranno le sole attività illegali.
A questo compito è chiamato ciascuno di noi, la classe dirigente calabrese, tutta intera e nel suo significato più ampio. A non riconoscere più, mai più in nessuna circostanza e per nessun motivo, il ruolo di interlocutore a chi da questo riconoscimento trae lo status di «uomo di rispetto».

Lo Stato ha fatto la sua parte, trattando legislativamente ed operativamente gli «affibbiati» per quello che realmente sono, con provvedimenti di fondamentale importanza (art. 41 bis, ad esempio) e con quelle operazioni che fino a pochi anni addietro sembravano inimmaginabili; sono state assicurate alle patrie galere decine e decine di latitanti di vertice e di base, senza quel riguardo che prima veniva loro riservato e che consentiva, accanto alla sostanziale continuità dal carcere della catena di comando mafioso, di mantenere, se non di mitizzare, quell'alone di “intoccabilità” di cui la mafia finora si è nutrito.
La lotta alla criminalità organizzata non può essere, però, confinata solo ad un’attività di polizia, sia pure indispensabile ed insostituibile.

Deve anche essere un fatto culturale, attraverso un’azione incisiva promossa da associazioni di liberi cittadini. Così può essere mantenuto alto il livello di attenzione da parte delle Istituzioni sollecitando nel contempo l’opinione pubblica a discutere e confrontarsi dinanzi alla recrudescenza di fatti delittuosi che purtroppo continuano a consumarsi.
Serve una convinta ribellione delle coscienze dell’intera società civile che stia - con orgoglio, coraggio e senza rassegnazione alcuna - al fianco di amministratori, imprenditori, commercianti, professionisti e semplici cittadini, tutti indistintamente purtroppo nel mirino della malavita.
Di fronte ad atti vigliacchi e criminali, tutte le istituzioni ed il mondo politico, ogni cittadino e tutte le categorie produttive devono assumere un corale, unanime atteggiamento di fermezza e di sostegno a quanti – forze dell’ordine, magistratura, associazioni, amministratori – lavorano affinché la società civile non rimanga schiacciata dall’arroganza della criminalità organizzata.

Il Mezzogiorno deve recuperare fiducia, invertire il rischio di affievolimento dei principi di legalità che si manifesta nei rapporti interpersonali ma anche con le istituzioni e che, nella sua perversa degenerazione, provoca poi atti delinquenziali, siano essi intimidatori, prevaricatori o di qualsivoglia natura.
Qui c’è bisogno della comprovata serietà delle forze dell’ordine che, pur con carenze di personale e mezzi, operano in trincea quotidianamente. C’è bisogno di una magistratura sempre attenta, pur muovendosi in un contesto non certo favorevole. C’è soprattutto bisogno di amministratori coraggiosi che sacrificano il proprio lavoro e le proprie aspirazioni personali per mettersi al servizio della gente sfidando quella cultura connivente e superficiale che in passato ha creato e mantenuto le condizioni di sottosviluppo del Meridione.

C’è bisogno di far sentire forte la presenza e l’attenzione dello Stato.
Tutte le forze politiche, senza distinzione devono individuare una linea comune capace di dare un segnale preciso all’opinione pubblica, perché sia forte e deciso il rifiuto di qualunque forma di violenza.

Maurizio Bonanno

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