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La Generazione Degli Anni Novanta: Una Generazione Bruciata


13 novembre 2014 ore 13:37   di mariobarbato  
Categoria Altro  -  Letto da 413 persone  -  Visualizzazioni: 632

Niente lavoro, niente reddito, niente futuro, nessuna speranza. E' questa la sorte toccata alla generazione nata negli anni Novanta, quella che qualcuno ha già tristemente battezzato come "la generazione perduta", privata del diritto a costruirsi una vita dignitosa. La crisi economica degli ultimi tempi sta portando l'Italia a bruciare la sua risorsa migliore: la risorsa umana. I dati sono allarmanti e parlano di una disoccupazione giovanile giunta ai massimi livelli. Il crollo del Muro di Berlino del 1989 sembra aver seppellito sotto le macerie anche le speranze di una gioventù che fatica a entrare nel mercato del lavoro. Frustrata da una condizione di ansia e di inquietudine che aumenta via via che le opportunità occupazionali si restringono ai privilegiati e ai raccomandati.

La generazione serena e spensierata degli anni ruggenti che viveva tra miracoli economici e sviluppi industriali è solo un lontano ricordo. In quel periodo bastava terminare gli studi per essere assorbiti rapidamente nel mondo del lavoro. La ricostruzione del dopoguerra e il boom economico degli anni Sessanta avevano aperto praterie capaci di moltiplicare assunzioni e posti di lavoro. Non era necessario candidarsi. Le aziende inviavano i Cacciatori di Teste direttamente nelle Università per segnalare gli studenti più meritevoli, i quali si ritrovavano con un contratto di assunzione in tasca ancora prima di completare gli studi. Le crisi economiche erano inevitabili, ma erano rapidamente superate da una spinta produttiva crescente che, fino agli anni Ottanta, creava opportunità di lavoro finanziate dal Fondo Monetario Internazionale e partorendo una generazione di manager rampanti pronta a scalare i gradini del successo economico.


Nulla di tutto questo oggi esiste. La fine della Prima Repubblica ha lasciato in eredità un Paese in crisi da oltre vent'anni. La globalizzazione dei mercati, paradossalmente, ha ridotto le occasioni di lavoro perché l'Italia si sta dimostrando incapace di competere sui mercati internazionali. Per molti giovani l'inserimento nel mondo produttivo è diventato un privilegio, anziché un diritto sancito dalla Costituzione. La ricerca del lavoro si è fatta problematica, spingendo molti giovani a desistere dal cercarlo, limitandosi a desiderarlo. Lo dicono le statistiche che parlano di un esercito di ragazzi scoraggiato e avvilito da una realtà in cui per lavorare devi conoscere la persona giusta al momento giusto. Un mondo in cui le vie tradizionali per inserirsi nel mercato produttivo sono diventate obsolete e che vede i Centri per l'Impiego tramutati in reperti burocratici e le agenzie interinali limitarsi a offrire contratti che in molti casi prevedono anche una sola settimana di lavoro.

E' inevitabile che in una situazione simile aumenti nei giovani il desiderio di emigrare all'estero per cercare maggiori fortune. Ripercorrendo così le orme dei loro antenati che abbandonavano il belpaese per trasferirsi in America o in Europa, ma con l'unica differenza che la gioventù moderna non impugna una valigia di cartone, ma una laurea sotto il braccio. La grande ondata migratoria che attraversò lo stivale dirigendosi dal Sud al Nord è terminata. La recessione economica non ha risparmiato nessuno, nemmeno le Regioni notoriamente più ricche. Per molti giovani l'unica alternativa rimasta è travalicare i confini nazionali per trasferirsi in mondi lontani, come il Canada, il Giappone o l'Australia. Quasi a voler cercare quella Terra Promessa che impedisce però di capire che il nostro pianeta è un contenitore finito, oltre il quale può esserci solo la fuga su Marte o su Giove.

Ma intanto l'esodo continua senza sosta, coinvolgendo giovani di ogni età e provenienza geografica, senza distinzione tra Nord e Sud. Un'emorragia di risorse umane che impoverisce l'Italia, privandola di ragazzi che, poco più che maggiorenni, già confessano all'insegnante precaria la loro intenzione di emigrare in terre straniere non appena conseguita la laurea, in una sorta di presa di coscienza preventiva e non curativa. Un fenomeno sociale davanti al quale perfino un genitore si trova nella difficoltà di capire che consiglio impartire al figlio: se restare o fuggire. E il conflitto si risolve quasi sempre incoraggiando il ragazzo a studiare, a laurearsi e partire per una nazione dove le occasioni di lavoro sono migliori, ammesso che la si trovi davvero. Ma crescere i figli senza nessun'altra prospettiva che non sia quella della migrazione a tutti i costi, segna il fallimento di un Paese che, dopo aver dissipato le sue risorse finanziarie, sta bruciando adesso anche le sue risorse umane.

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