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La Grande Depressione Del 1929: Cause Ed Entità


27 gennaio 2011 ore 00:01   di RiccardoProietti  
Categoria Altro  -  Letto da 397 persone  -  Visualizzazioni: 614

Durante la prima guerra mondiale gli USA avevano fornito ai paesi europei beni e risorse finanziarie necessarie a sostenere le economie in tempi di guerra. Finita la guerra, l'America si trovò nella vantaggiosa posizione di paese creditore netto ed
ebbe dalla sua parte una serie di condizioni favorevoli: sospensione delle leggi antitrust che incoraggiarono la nascita di concentrazioni industriali e lo sviluppo di grandi società finanziarie; creazione all'estero di imprese di proprietà americana
che consentivano agli imprenditori statunitensi profitti molto più elevati; progresso tecnologico e sfruttamento intensivo di alcune materie prime, in primis il petrolio.

Durante il decennio 1920-1930 le fluttuazioni economiche non mancarono ma furono tanto brevi da far ritenere che gli Stati Uniti fossero entrati in una nuova era di benessere e progresso; questa convinzione si radicò talmente nelle menti dei
cittadini statunitensi che essi cominciarono a credere che arricchirsi fosse semplice e veloce.


Si verificò un boom degli investimenti immobiliari e si compravano terreni soprattutto in Florida: ma non venivano comprati per edificare, l'intento era rivenderli e guadagnare un surplus. Più si comprava più i prezzi dei terreni aumentavano, fornendo
profitti facili e rafforzando le convinzioni di benessere e di crescita inarrestabile.

Identiche motivazioni e identico meccanismo furono alla base del boom della borsa che precedette il crollo dell'autunno del 1929: si organizzavano sistemi di finanziamento "a riporto" grazie ai quali era possibile acquistare azioni senza pagarne
interamente il prezzo. Quindi, non solo i ricchi, ma molti strati di popolazione furono contagiati da questa febbre, che dalla borsa di New York si era estesa fin nelle zone più periferiche. La smania speculativa diede linfa all'euforia che si auto
alimentava poiché le aspettative di facili guadagni puntualmente si realizzavano.

Nel 1928 il prezzo dei titoli cresceva ma l'economia diede i primi segni di una contenuta flessione: nei settori dell'edilizia e dell'automobile la produzione era diminuita. La responsabilità fu individuata nella stretta monetaria attuata dalla
autorità responsabile della politica monetaria (Federal Reserve System)
attraverso vendite di titoli pubblici con l'intenzione di frenare la speculazione. Non solo: decisivo fu anche l'aumento dei tassi di interesse richiesti da chi prestavo denaro agli speculatori durante il boom.

Nei primi giorni di settembre del 1929 gli operatori di Wall Street cominciarono a ricevere ordini di vendita da parte dei possessori di attività finanziarie determinando un ribasso dei prezzi dei titoli; il 24 ottobre (il famoso "giovedì nero") questa catena di investitori che si ritiravano produsse la prima di una serie di ondate di panico. Una enorme folla di proprietari di titoli desiderosi di vendere massicciamente non trovava acquirenti se non a prezzi molto ridotti.

Agli speculatori che vendevano titoli per necessità si aggiunsero ribassisti, speculatori che vendevano allo scoperto: aspettandosi un ribasso del valore delle azioni, questi operatori prendevano a prestito i titoli, li rivendevano ai prezzi correnti, li ricompravano più tardi a prezzi più bassi per poi nuovamente restituirli traendone un profitto.

Nei lunghi mesi della crisi di borsa tutti ebbero bisogno di liquidità; così i detentori di titoli chiesero alle banche il rimborso dei loro depositi per ripagare i debiti contratti; la speculazione però aveva coinvolto non solo i singoli risparmiatori, ma anche le imprese, le società, le stesse banche, e con il crollo dell'ottobre 1929 il patrimonio in azioni delle banche si ridusse. A causa dei numerosi fallimenti delle imprese, che avevano ottenuti prestiti dalle banche, anche la capacità degli enti creditizi di esaudire le richieste di rimborso si ridusse. La pressione sulle riserve delle banche fu accentuata anche dalla richiesta da parte di banche e privati di altre nazioni di convertire in oro i loro dollari per paura della svalutazione del dollaro.

Si aggiunga che la Banca Centrale Americana fu quasi sempre contraria a concedere finanziamenti alle banche in difficoltà: i fallimenti bancari furono inevitabili, soprattutto in un sistema basato su molte piccole banche locali indipendenti.
Nel marzo e nell'ottobre del 1931 vi furono corse agli sportelli per richiedere il ritiro immediato dei depositi, fino a che nel 1933 l'economia americana fu colpita dalla più grave ondata di panico che portò l'intero sistema sull'orlo del crollo totale: a marzo le banche dell'intera nazione restarono chiuse per una settimana, non tutte riaprirono ed entro la fine dell'anno quasi 9.000 banche avevano sospeso le operazioni. Impressionante anche il confronto numerico sulla disoccupazione: nel 1929 vi erano 1.500.00 disoccupati, nel 1933 quasi 13.000.000; nell'ultimo anno di recessione un cittadino statunitense su quattro non lavorava.

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