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Ma Che Fine Ha Fatto La Lingua Del Dolce Stil Novo?


15 febbraio 2012 ore 12:20   di erpidi  
Categoria Altro  -  Letto da 672 persone  -  Visualizzazioni: 1064

Che fine ha fatto l’Italiano?. Chi scrive ebbe al Ginnasio un Professore di Lettere tremendamente esigente. Il Professor Domenico Sconocchia era un purista della lingua italiana ed esordì il primo giorno del biennio Ginnasiale spiegando il suo credo linguistico: etimologia e purismo per la lingua Italiana. Per chi non lo sa etimologia è la scienza che spiega la origine ed il significato delle parole. Non solo era fissato sull’uso delle parole nella maniera più acconcia, ma anche sulla costruzione sintattica degli scritti. Personaggio esigente e particolare sfoltì la rosa di noi giovani liceali al Terenzio Mamiani di Roma. Da 35 che eravamo ci ridusse a 24 in Quinto Ginnasio fra ritirati nel corso dell’anno e bocciati a Giugno o a Settembre. Allora c’erano gli esami di riparazione a Settembre che lui detestava cordialmente (così come odiava la televisione) ritenendoli uno spreco di risorse per le famiglie, con le ripetizioni e lo studiare nei due mesi di Luglio e Agosto e le ferie estive rovinate. "se non hai imparato in nove mesi come fai a farlo in due?" chiedeva, giustamente a ragionarci oggi dopo 45 e passa anni.
Tralasciando però questo suo terrorismo cattedratico (che allora –ante ’68- si chiamava severità) era un uomo di enorme cultura, ex marinaio e veterano della II Guerra Mondiale si vantava delle sue origini contadine. Chi scrive riuscì a salvarsi dai suoi tentativi di bocciatura non si sa se per furbizia o per capacità. In diciotto arrivammo alla Prima Liceo con un bagaglio di "know-how" (Ah! Professore! Come vi sareste infuriato a questi inglesismi) nettamente superiore a quello di coloro che il Mamiani usò per far ritornare la classe ad un livello di 30 alunni.


La sua mania nello scrivere in un Italiano non forbito, ma sintatticamente corretto rimase impresso nelle menti di noi scolari e ritornò a farsi vivo con le esperienze universitarie e di vita. Alcuni di noi Avvocati, altri Giornalisti, altri Architetti ogni volta che abbiamo messo mano alla parola scritta ci siamo ricordati di quel che abbiamo imparato dal buon Sconocchia.
Chi scrive ha avuto spesso modo di rabbrividire (in memento Sconocchiae) agli stili di scrittura che molti giornalisti adottano e che vengono pubblicati in stampa o sul web. Consecutio temporum errate, Grammatica sbagliata, Sintassi violentata. Un Italiano indegno della storia di questa nostra lingua, delle sue origini e delle sue più belle pagine.
Tanto da ricordare cosa "LUI" dicesse (relata refero!) "non più giornalisti, ma giornalari" ("giornalari" per distinguerli dagli onesti lavoratori quali i giornalai). Spesso avremmo voglia di prendere la cara vecchia matita rosso-blu (la ricordate? Una metà era rossa l’altra blu, era lo strumento di condanna dei professori di Lettere per correggere i compiti scritti) e correggere un articolo di Repubblica (quotidiano su cui troviamo i peggiori strafalcioni sintattici e grammaticali, non solo) o del Messaggero o del Corriere della Sera, beandoci nell’assegnare quei quattro e tre che spesso ci siamo buscati. Per carità non parliamo della Gazzetta e del Corriere dello Sport, i cui articolisti spesso si inventano un’altra lingua che Italiano non è di certo, ma gli somiglia alla lontana.
Se poi agli strafalcioni sintattici e grammaticali aggiungiamo le continue inesattezze di meri contenuti allora veramente la battuta di Sconocchia (giornalari) diventa un’autentica bollatura.
Vogliamo fare alcuni esempi? "sia" e "che": sia, sintatticamente, prevede come "raddoppio" solo "sia", mai "che", congiunzione che può legarsi solo a "tanto" nell’eventualità di voler sostituire "quanto". E in questo caso non ci si può rifugiare su eventuali esigenze editoriali o di impaginazioni, tre lettere nel "che" e tre nel "sia". Ogni volta che ci capita di leggere questo obbrobrio rabbrividiamo. Così come scrivere "coll’esigenza" invece che "con l’esigenza", la crasi (mescolanza di parole dovuta all’assimilazione dal parlato) fra con e la è un "parlato" non uno "scritto", come spesso ha fatto notare l’Editore di questo sito. Andiamo ad altre perle colte qua e là sui siti di Repubblica, Corriere della Sera e Messaggero. 15 Febbraio, Repubblica "Le Comunicazioni …… su un Nuovo Modello di Difesa su cui si è discusso" Quando ci si riferisce a Comunicazioni non si usa il "su" ma "di", rileggete la frase inserendo "di" al posto di "su"; ne ricaverete una frase ITALIANA sintatticamente e grammaticamente corretta. 15 Febbraio Corriere della Sera "Ah, il trash dell’Apocalissi bellica!" o si usa "dell’ApocalissE bellica" oppure "delle Apocalissi belliCHE", qui siamo alla grammatica anzi, chiediamo scusa, all’IGNORARE la grammatica. Repubblica del 15 Febbraio "Demiocrazia dimezzata" è un errore di grammatica che non può esser ammesso nell’era dei "word processors" che evidenziano un errore quando non lo correggono automaticamente, questo non solo indica un mero errore, ma anche e soprattutto una trascuratezza a livello di mero giornalismo, tanto dell’estensore dell’articolo quanto di chi è delegato ad approvare l’articolo (o non si fa più nelle cosiddette grandi testate?).
Potremmo andare avanti per pagine e pagine per ogni giorno in cui vengono pubblicati articoli in carta o sul web. Realtà è una sola: ci siamo dimenticati della lingua Italiana così come va scritta pur se con le aggiunte di parole derivanti da altre lingue ed altri stili. A scuola ci insegnavano che dovevamo studiare il Greco per conoscere meglio il Latino. Il Latino per imparare meglio l’Italiano che è la lingua con cui ci relazioniamo con gli altri (scusate se è poco!).
Chi scrive si è spaccato la testa su Greco e Latino, ormai scordati in massima parte, ma che solo oggi dopo quaranta e passa anni, ha potuto apprezzare per quel che gli hanno portato nel conoscere ed usare non solo l’Italiano, sia parlato sia scritto (speriamo almeno), ma anche per quel attiene alle altre lingue che ha imparato ad usare, discretamente e che contengono radici latine enormi.
Quel che preoccupa e che va stigmatizzato è il fatto che ormai a tali errori non ci si bada più né in lettura né in stesura, portando la nostra bella lingua ad imbastardirsi dimenticandone le origini che passano, fra gli altri (Boccaccio e Petrarca per esempio) per un poeta (Dante) che ne ha costruito le fondamenta con la Commedia (un monumento in Italiano dell’epoca, che non ha eguali per costruzione, eccellenza, intraducibilità e vastità al mondo). In Latino (conoscere il Latino per sapere meglio l’Italiano…) Dante nel "De Vulgari eloquentia" propugnava la sua volontà di promuovere una lingua unica che portasse all’unificazione politica. Era il 1300. Siamo un popolo per unicità di lingua da più di 700 anni, ci è voluta un’azione di annessione del Regno Savoiardo per unirci de facto (e l’abbiamo chiamato Risorgimento…) e da lì abbiamo iniziato il cammino per essere un solo Popolo, politicamente unito. Quella stessa lingua che ci ha unito "prima" ora corre il rischio di essere rovinata "dopo". Possiamo permetterci anche questo disastro?


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Commenti

 
  • Martina
    #1 Martina

La lingua, come tutto il resto, o si evolve o si estingue. Possiamo biasimare questa incrollabile legge di natura trincerandoci dietro all'esclamazione "oh tempora! Oh mores!", ma tant'è. La lingua del Dolce Stil Novo è ormai morta e sepolta, ma ciò non toglie che si possa recare onore al Sommo Poeta e a noi stessi italiani evitando di scrivere "ke" e "cmq".

Inserito 15 febbraio 2012 ore 12:57
 

Complimenti, la seguo sempre con grande interesse. In sintesi:"l'itagliano, come ce lo impara lei non ce lo impara nessuno". Perdoni la battutaccia. 5 stelle.

Inserito 15 febbraio 2012 ore 13:31
 

grazie mille! ne sto preparando un altro simile sugli errori di informazione dei media, ma non so quanto la vis scribendi mi regga oggi

Inserito 15 febbraio 2012 ore 14:01
 

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