Il Web è pieno di giornali, riviste e giornalisti.
Noi di Paid To Write siamo convinti che TU possa fare meglio di loro.
partecipa al nostro progetto

Modica, Novant'anni Fa La Strage Fascista Di Passo Gatta. Nuovi Documenti Fanno Luce Sull'accaduto


25 maggio 2011 ore 19:38   di inpress  
Categoria Altro  -  Letto da 1675 persone  -  Visualizzazioni: 2452

Modica (RG) - Novant'anni fa si compieva la strage fascista di Passo Gatta, un episodio mai chiarito fino in fondo ma che costituì una tappa decisiva nella sopraffazione violenta del movimento socialista e nell'ascesa del fascismo al potere in un'area appena conquistata dai "rossi". A quasi un secolo di distanza si tenta una ricostruzione storica, basata su documenti di archivio venuti alla luce di recente, per non dimenticare.

Antefatti
L’eccidio di Passo Gatta (29 maggio 1921) rappresenta l’episodio più grave della violenza fascista a Modica. L’anamnesi della strage parte da lontano. Parte dalla fine della prima guerra mondiale, quando i conflitti sociali, prima “congelati” nella tensione dello sforzo bellico, scoppiarono in tutta la loro intensità. L’onda tracimante della riscossa popolare, alimentata dalla diffusione degli ideali socialisti, ispirata all’esempio della Rivoluzione russa (1917), travolse uno dopo l’altro gli argini eretti dalla borghesia a difesa del proprio potere. Dopo le conquiste economiche e sindacali, fu la volta di quelle politiche. Nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920 i socialisti ottennero la maggioranza nel consiglio comunale ed elessero una giunta “rossa” guidata dall’avvocato Giovanni Vajola (1893-1931). I socialisti conquistarono 24 seggi su 50 nel consiglio provinciale e 13 dei 32 comuni della provincia. Nelle fasi che precedettero e seguirono le elezioni del 1920, la febbre rivoluzionaria salì più volte a livelli altissimi a Modica e nella provincia di Siracusa. Al punto che la borghesia e gli agrari, spaventati dagli articoli e dai comizi incendiari del deputato massimalista Vincenzo Vacirca e della propagandista Maria Giudice (nel 1920 trasferitasi a Modica), dalle occupazioni di terre, dai cortei con migliaia di manifestanti e dalla vittoria elettorale, finanziarono e armarono i Fasci di combattimento. Squadre di delinquenti comuni e di elementi reclutati nel sottoproletariato urbano di Vittoria, Comiso e Ragusa, inquadrati militarmente da ex combattenti, cominciarono a scorazzare da un comune all’altro del Circondario, con veloci camionette, dando man forte ai fascisti locali nella devastazione dei circoli socialisti e nei pestaggi degli avversari. Nell’ottobre di quell’anno a Noto fu ucciso il socialista Mirmina. A Modica il 4 novembre, anniversario della Vittoria, si registrarono scontri tra studenti, nazionalisti e fascisti da un lato e socialisti dall’altro, con una fitta sassaiola e numerosi colpi di pistola. Nei primi mesi del 1921 morti e feriti si ebbero anche a Vittoria, Comiso e Ragusa. Nell’aprile 1921 i fascisti assaltarono il municipio di Modica e costrinsero l’amministrazione “rossa” a dimettersi sotto la minaccia delle armi. Cedevano e cadevano anche le amministrazioni di Vittoria, Comiso, Ragusa, Scicli, Pozzallo e Augusta. In quei comuni il Prefetto di Siracusa indisse elezioni suppletive (15 maggio) che si svolsero in un clima d’intimidazione e terrore.


L’eccidio
È in questo contesto che si collocano i fatti di Passo Gatta. Le carte d’archivio consentono di ricostruire la dinamica dell’accaduto. Per contestare l’esito delle recenti consultazioni elettorali, viziate da brogli e illegalità, le sinistre organizzarono una grande manifestazione popolare. Il 29 maggio, una domenica come quest’anno, fin dalle prime luci del giorno, centinaia di braccianti e operai (circa 1500 secondo fonti di polizia) cominciarono a radunarsi nello slargo del Consolo, alle porte del centro abitato, per la manifestazione di protesta. Il commissario Toscano, capo dell’Ufficio di P.S. di Modica, temendo che i socialisti volessero assaltare il municipio (come avevano fatti i fascisti il 18 aprile) e “riprenderselo”, aveva blindato la città, schierando i propri uomini nei punti strategici. Il vice commissario La Corte con dodici carabinieri controllava la stazione ferroviaria e l’abitazione di Vacirca. Il vice commissario Cremona con 25 carabinieri presidiava Modica Bassa. Trenta soldati, agli ordini del vice commissario Veninata, facevano la guardia al municipio, ai circoli civili, alle sedi dei partiti d’ordine e alla casa dei deputati di destra Galfo Ruta e Tedeschi. In “prima linea”, a Modica Alta, c’erano 25 carabinieri e due marescialli, al comando del vice commissario Luigi Muccio. Il commissario di P. s., inoltre, aveva “infiltrato” degli informatori tra i manifestanti e aveva predisposto due punti di segnalazione telefonica a Modica Alta e alla Vignazza con altrettanti agenti, in modo da conoscere tempestivamente i movimenti della folla. Alcuni gruppi di fascisti guidati da Giovanni Scucces, Felice Corulla e dal ferroviere Barone, infine, si tenevano pronti nei due centri abitati, per affrontare i “rossi”, qualora questi avessero dato seguito ai loro propositi bellicosi. Il comizio per motivi d’ordine pubblico si tenne in aperta campagna, a circa tre chilometri dal paese, nei pressi del ponte di Passo Gatta. Si trattava di un punto strategico perché situato sulla biforcazione della strada di Noto verso Modica Bassa e Modica Alta: volendo i manifestanti, avrebbero potuto marciare verso entrambe le parti della città. L’oratore designato, l’on. Vacirca, diede forfait temendo nuovi attentati, dopo essere scampato alla morte il 9 aprile in Piazza Umberto I a Ragusa. Al suo posto parlò l’ex sindaco Giovanni Vajola. Nonostante fosse di estrazione piccolo-borghese (il padre era un insegnante elementare), Vajola aveva militato nell’ala più radicale del partito socialista, quella anarchica. Nel 1920 aveva nascosto a Modica l’anarchico Umberto Galleani, ricercato perché coinvolto in un complotto con Malatesta, e lo aveva aiutato a fuggire a San Marino. Nel maggio 1921, pur essendo iscritto al Partito socialista ufficiale, in un’informativa della polizia, era considerato vicino alle posizioni comuniste. Tuttavia, in quella circostanza, l’oratore usò tutto il suo ascendente sui lavoratori per raffreddare gli animi ed evitare i “colpi di testa” (qualche manifestante era armato nonostante il decreto del prefetto che imponeva la consegna delle armi da fuoco), invitando tutti alla calma. Intorno alle ore 11.30 il corteo - guidato da Vajola, Giuseppe Agosta, Salvatore Sisino, Carmelo Assenza, Carmelo Polara e Pietro Livia – s’incamminò verso il centro abitato al grido di “Viva il socialismo!”. Intanto, dalla parte opposta, cioè da Piazza San Giovanni, arrivavano dei fascisti, sparando alcuni colpi di rivoltella in aria. Il vice commissario Muccio li invitava a ritirarsi e sciogliersi «e questi deferenti si ritiravano di fatto» tornandosene da dove erano venuti. Il corteo socialista, giunto in località Dirupo rosso, trovò la strada sbarrata dalle forze dell’ordine. Mentre il vice commissario Muccio trattava con i dirigenti che capeggiavano la dimostrazione per convincerli a sciogliere il corteo ed entrare in città alla spicciolata, un colpo accidentale, esploso a breve distanza dalla pistola di un contadino pregiudicato, tale Giorgio Pinelli, scatenò il parapiglia. Il funzionario di P. s. si avventò su di lui per disarmarlo. Nella confusione che ne scaturì, dalle finestre e dai tetti delle case partirono dei colpi di fucile. Sulla strada rimasero i corpi di quattro manifestanti (sette compresi quelli che moriranno in seguito alle ferite riportate) e un numero imprecisato di feriti, mentre la folla si sbandava per le vie della città Alta. I morti erano Vincenzo Carulli, di 21 anni, comunista; Raffaele Ferrisi, 33 anni, socialista; Agostino Civello, contadino di 42 anni; Rosario Liuzzo, contadino, di 22 anni. Rimasero feriti Michele Armenia contadino di 26 anni (ferita d’arma da fuoco a un braccio), Carmelo Polara (ferita di striscio alla palpebra sinistra), Giovanni Magno di 16 anni (ferita d’arma da fuoco alla coscia), Arturo Lamonica di 14 anni (contusioni alla regione inguinale), Antonino Caccamo contadino di 47anni, socialista (ferite alla testa) tra i manifestanti; i carabinieri Rocco Camiolo (ecchimosi alla scapola sinistra, provocata da un sasso); Giovanni Iuzzo (contusione alla mano destra), e il vice commissario Muccio (contusione alla testa per colpi di bastone, con prognosi di dieci giorni) tra le forze dell’ordine. Il numero dei feriti fu maggiore, ma molti manifestanti evitarono il ricorso alle cure ospedaliere per non essere identificati dalla polizia attraverso il referto dei medici. In seguito alle ferite riportate morirono anche F. Caccamo, C. Geloso, L. Azzarelli. Difatti, il processo per omicidio plurimo riguarderà l’uccisione di sette manifestanti. Che vi fossero degli anarchici tra i morti di Passo Gatta sembra suggerirlo la costituzione a Modica nel 1924 di un gruppo di libertari denominato «29 maggio 1921», formato da «numerosi operai provati nella loro fede dalla bestiale reazione fascista che non li ha fatti piegare» (lo si apprende dal giornale anarchico «Fede!» del 5 ottobre 1924). «La data del 29 maggio 1921 – spiegava l’articolista - ricorda ai vostri compagni un eccidio feroce consumato dalle guardie bianche di qui contro inermi operai e contadini dei quali sette pagarono con la vita il loro tributo all’idea».

Due inchieste, nessun responsabile
I martiri di Passo Gatta morirono due volte. La seconda volta per mano della giustizia. Furono avviate due inchieste parallele sull’accaduto: una della magistratura condotta dal procuratore del re, Adolfo Cottafavi; l’altra del Ministero dell’Interno affidata all’ispettore generale di P. s. Adolfo Lutrario sulle eventuali responsabilità delle forze dell’ordine.
L’inchiesta ministeriale si concluse il 18 giugno. Essa scagionò i militari dell’Arma da ogni accusa, propose Muccio per un’onorificenza e asserì che i morti e i feriti fossero stati colpiti dagli stessi dimostranti (come per l’uccisione di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda a Genova). I manifestanti, secondo quanto accertò l’ispettore, erano intenzionati «ad entrare in città per saccheggiare, incendiare, devastare e a ribellarsi anche con le armi contro la forza pubblica e i cittadini che eventualmente vi si fossero opposti». Insomma, «quanto avvenne non fu la conseguenza di un ordinaria dimostrazione che degenera in tumulto per l’eccitazione della folla, ma l’attuarsi di un piano di sommossa freddamente preparato e che non è andato a compiersi per lo scompiglio generato dalle prime vittime».
Quanto all’inchiesta della magistratura, il procuratore del re, un’ora dopo il tragico episodio, accorse sul posto con il giudice istruttore per gli accertamenti del caso. Per terra c’era una gran quantità di sassi, randelli e vicino ai cadaveri due bossoli di pistola automatica di piccolo calibro; sul muro, in corrispondenza del punto in cui erano cadute le vittime, le tracce di due colpi d’arma da fuoco. La posizione dei corpi provava che i proiettili erano stati sparati dall’alto. I quattro uccisi non si trovavano nella prima fila dei corteo, ma nel mezzo. Se i colpi fossero stati esplosi frontalmente dalla strada, a cadere sarebbero stati i manifestati della prima fila.
Tuttavia, con le accuse di istigazione a delinquere, eccitazione a sommossa armata, mancato omicidio contro la forza pubblica, violenza e resistenza e correità in quadruplice omicidio, furono arrestati in flagranza il caffettiere ed ex assessore Giuseppe Agosta, Salvatore Monteneri, Antonio Caccamo, Giorgio Di Raimondo «pericoloso sovversivo», Giovanni Sammito, Giuseppe Puglisi Cascino, Pietro Morando Frasca, Giuseppe Barone, Giovanni Scalia, Giuseppe Rotondo, tutti socialisti. Il mandato d’arresto fu spiccato anche nei confronti di Giovanni Vajola, Carmelo Assenza, Salvatore Susino, Carmelo Polara, Francesco Di Rosa, Pietro e Antonino Rando – praticamente i vertici cittadino del partito socialista - che si resero latitanti.
Nel corso e ai fini dell’indagine furono raccolte diverse testimonianze che contenevano elementi sufficienti per individuare i colpevoli e inchiodarli alle loro responsabilità.
Un testimone, il commissario prefettizio del municipio, tale Alongi, raccontò che prima che i carabinieri potessero aprire il fuoco, «dai primi piani delle case circostanti si rispondeva a colpi di fucile e di rivoltella a quelli numerosi che partivano dalla folla, quattro della quale restavano sul terreno». Egli confermò che lungo la Via Console (attuale via Roma) i proprietari delle case, temendo saccheggi e incendi, si erano armati e si tenevano pronti a sparare sulla folla. Il rumore degli spari, inoltre, richiamò sul posto gruppi di cittadini armati che accorsero dai vicoli vicini. L’uccisione dei quattro manifestanti determinò un fuggi - fuggi generale. Numerosi contadini furono visti ruzzolare dal costone della Fontana.
Decisiva risultò la testimonianza del quattordicenne Arturo La Monica. Il giovane riferì al giudice che Vajola aveva esortato i manifestanti a procedere compatti e ordinati verso il paese, con la consegna di non provocare, ma di non subire provocazioni. «All’uopo – continua - fece disporre alla testa del corteo tutti coloro che si trovavano armati. Io stesso vidi due dei presenti, che portavano fucili da caccia a retrocarica e due o tre altri, che mostrarono i revolvers. Vidi anche qualche falce e molti bastoni. Dopo ulteriori raccomandazioni perché la massa si mantenesse compatta, andammo verso il paese […]. Arrivati alle prime case, trovammo i Carabinieri, dietro i quali, a distanza di un centinaio di metri, si trovava un gruppo di fascisti. Noi cominciammo a gridate: “W il Socialismo!” E a tale grido i fascisti, gridando alla loro volta: “Indietro! Indietro!”, cominciarono a far fuoco contro di noi. Non so se gli armati, che erano tra noi, abbiano risposto al fuoco. Ho saputo che in quel momento fu esploso un colpo di rivoltella contro il vice commissario, il quale riuscì a disarmare l’avversario”. Il giovane riconobbe tra i fascisti il massaro Alberto Rizza e Rosario Cicciarella, che sparava con due rivoltelle.
Al termine dell’istruttoria, i due più un terzo fascista furono rinviati a giudizio. Il processo si celebrò nella sede ordinaria della Corte di Assise di Siracusa nel dicembre 1922 e si concluse con l’assoluzione dei tre imputati. La perdita delle carte processuali, che finora non sono emerse dagli archivi, impedisce qualunque valutazione nel merito. Ma, di fatto, la strage rimase impunita.

Conclusioni
L’eccidio di Passo Gatta segnò il tracollo definitivo del movimento socialista. Apparve chiaro che le sinistre non avrebbero potuto reggere più a lungo l’urto della violenza organizzata da parte dei fascisti, che oltretutto godevano dell’appoggio tacito di istituzioni (prefetti, magistrati) e forze dell’ordine. Dalla vicenda di Passo Gatta, questi elementi emergono chiaramente. In primi luogo, vi fu premeditazione da parte dei fascisti (alcuni gruppi armati s’erano appostati sui tetti delle case, decisi a sparare sulla folla; cittadini armati che accorrevano dalle vie laterali, ecc.). Ma vi fu anche la complicità delle forze dell’ordine, che in attesa del corteo “rosso”, lasciarono agire indisturbati manipoli di fascisti armati che sparavano in aria. Anche la successiva indagine fu condotta a senso unico, così che i fascisti responsabili dell’eccidio proletario restano ancora oggi senza un nome.

Articolo scritto da inpress - Vota questo autore su Facebook:
inpress, autore dell'articolo Modica, Novant'anni Fa La Strage Fascista Di Passo Gatta. Nuovi Documenti Fanno Luce Sull'accaduto
Fai conoscere ad altre persone questo articolo: condividi o promuovi questa notizia su Facebook e su tanti altri canali:
Condividi Questo Articolo!


Commenti

 
  • Massimiliano Ada..
    #1 Massimiliano Ada..

Articolo impeccabile. Peccato per quello "scorazzavano". Questo è quel che dice Treccani a proposito di scorazzare: "scorazzare v. intr. ? Variante diffusa, ma erronea, di scorrazzare" Correggete, please.

Inserito 27 agosto 2016 ore 15:52
 

Inserisci un Commento:

( ti consigliamo di effettuare il login per commentare più efficacemente )
Codice di Verifica:

ricarica il captcha

Per ragioni di sicurezza verrà registrato anche l'indirizzo IP del tuo computer

Seguici Su...


 
 
 
 
Diventa anche tu parte di
Paid To Write Clicca qui!
segui paid to write su facebook

Articoli Più Letti

Altro
Oggi    Sett.    Mese    Sempre   

Articoli Più Votati

Altro
Oggi    Sett.    Mese    Sempre   

Paid To Write - Il Giornalista Sei Tu

Tutti i contenuti pubblicati su Paid To Write sono soggetti alla licenza Creative Commons.
Licenza Creative Commons
È permesso riportare i nostri articoli ma solo se accompagnati da un backlink dofollow (senza cioè il tag nofollow) verso il nostro contenuto originale.
Paid To Write
Il Giornalista Sei Tu
© 2012 PI 00877530147
Paid To Write Network
Contattaci
Privacy
Disclaimer e Redazione