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Proverbi E Indovinelli Della Contea Di Modica Rivivono In Un Libro Di Marco Blanco


17 maggio 2010 ore 21:55   di inpress  
Categoria Altro  -  Letto da 1248 persone  -  Visualizzazioni: 1947

Il libro «Comu riçieunu ‘antichi. Detti, modi di dire, proverbi, voci di paragone del circondario di Modica, con appendice su giaculatorie, indovinelli e preghiere» di Marco Blanco rappresenta un piccolo “caso” editoriale.

Negli ultimi mesi del 2007 l’autore lo ha pubblicato su un sito internet di self publishing. In poco tempo si sono vendute oltre 200 copie. Così ha deciso di dare “dignità di stampa” all’opera, approntando una seconda edizione riveduta e ampliata, realizzata dalle officine grafiche Santocono.


Blanco, modicano, classe 1980, è un aspirante archeologo con la passione per il giornalismo. L’idea di raccogliere detti, modi di dire, proverbi e voci di paragone che circolano oralmente nel territorio modicano nasce dall’incontro di due elementi: la sua attitudine all’ascolto degli altri e, in particolare, degli anziani, considerati come testimoni del passato, enciclopedie viventi di esperienza e di saggezza; e la consuetudine con gli ambienti, gli usi, i costumi e le tradizioni popolari.

Proverbi E Indovinelli Della Contea Di Modica Rivivono In Un Libro Di Marco Blanco

Di tale raccolta, spiega l’autore nella prefazione, si avvertiva la necessità per due motivi: in primo luogo per salvaguardare un patrimonio di cultura orale, destinato a scomparire col tempo; in secondo luogo per tramandare forme linguistiche dialettali oggi in via di estinzione. «Comu riçieunu ‘antichi» ha poco o nulla di libresco e di compilativo.

L’autore non fa riferimento alla letteratura sui proverbi (che da Pitrè a Guastella giunge fino agli autori più recenti, come Carmelo Assenza a Gino Carbonaro), ma percorre vie nuove, dedicandosi alla ricerca empirica e interrogando le fonti orali. Per dieci anni – tanto è durata la gestazione del libro – Blanco ha pazientemente annotato, catalogato e registrato tutte quelle espressioni proverbiali con cui anziani e contadini infarcivano i loro discorsi. A volte l’ascolto era casuale, involontario; altre volte l’autore “provocava” l’interlocutore affinché, conversando, tirasse fuori qualche “perla di saggezza” e gliene spiegasse l’origine e il significato. Il risultato della ricerca è condensato nelle cinquecento pagine del volume, con oltre duemila “voci” suddivise in tre sezioni.

La prima sezione riguarda il profano: contiene detti, modi di dire, proverbi e voci di paragone utilizzati nella conversazione quotidiana.

La seconda attiene al sacro: raccoglie preghiere, rosari, coroncine in onore di Gesù, della Madonna e dei Santi, litanie e giaculatorie elaborate nell’ambito della cosiddetta religiosità popolare.

La terza, infine, riguarda l’aspetto ludico e giocoso con le filastrocche, gli indovinelli e i miniminagghi, rebus caratterizzati da allusioni oscene.

All’attività filologica della raccolta e catalogazione, l’autore ha fatto seguire un lavoro interpretativo, ermeneutico, consistente nel ricostruire i contesti ai quali i proverbi, le voci di paragone si riferivano e nel rinverdire significati ormai sbiaditi nell’uso.

Alcuni esempi, scelti tra i proverbi, illustreranno il lavoro svolto dall’autore.
L’espressione Siri comu n’cani ri Macanza suona di per sé incomprensibile. Bisognerebbe sapere, infatti, cosa sia un cani ri Macanza. L’autore ipotizza una corruzione linguistica di Gano in cani. Il cani ri Macanza altri non è che Gano di Maganza, personaggio della letteratura cortese medievale e del ciclo carolingio, che incarnava il prototipo dell’infedele, del fellone per eccellenza. Il traditore di Orlando a Roncisvalle divenne “popolare” attraverso l’Opera dei Pupi e i romanzi sui Paladini di Francia. In tal modo l’espressione acquista un significato preciso:Siri comu n’cani ri Macanza significava dunque essere un traditore. La spiegazione, tra l’altro, dimostra come durante l’intero svolgimento della cultura europea, dal Medioevo al Rinascimento, dalla Riforma all’Età dei Lumi, si assisté a un trapasso continuo di credenze, trazioni e narrazioni dalle classi popolari alle classi superiori e viceversa, in un processo di osmosi culturale. Fra la cultura alta e la cultura popolare si verificarono insospettate connessioni e interferenze, che spiegano l’origine colta di motti e proverbi popolari, attinti a volte dai testi sacri e dalla letteratura medievale latina e romanza.

Spesso, poi, alcuni modi di dire divenuti proverbiali erano la summa di un apologo, di un aneddoto o di una storiella, di cui s’era persa la memoria. Un esempio illuminante è l’espressione Jri o Trippaturi, non meno enigmatica della precedente, salvo per il fatto che Trippaturi indica una nota contrada in territorio di Scicli, a poca distanza dal mare. L’autore, interrogando più fonti orali, è riuscito a risalire alla storiella originaria. Nel XVI secolo, il litorale sciclitano era falcidiato dalle incursioni saracene. Un contadino, catturato durante un raid dei pirati, chiese di poter barattare la propria libertà con l’oro che custodiva nella sua casa, in contrada Trippatore. Una volta giunto sul posto accompagnato dai suoi carcerieri, invece dell’oro tirò fuori un massiccio mestolo per la ricotta e cominciò a suonargliele di santa ragione. Da qui l’espressione Jri o Trippaturi che indica, dunque, la resa dei conti e potrebbe trovare un corrispettivo in italiano nel «ride bene chi ride ultimo».

Nel complesso, viene fuori un vasto repertorio di espressioni la cui utilità va ben oltre gli scopi di conservazione linguistica e culturale che l’autore si era prefisso. Questi materiali linguistici, infatti, descrivono il mondo dell’immaginario popolare, con la sua schiettezza, con i suoi valori ideali, le sue contraddizioni, la tradizionale tripartizione del tempo in sacro, profano e ludico che affonda le sue radici nella civiltà contadina della Contea.

La frugalità, la scaltrezza, l’arte dell’arrangiarsi, il cinismo, la diffidenza verso la donna, l’ostilità per le toghe e per le tonache, la deferenza e l’irriverenza verso i potenti, ma anche la bontà d’animo, il rispetto per la tradizione, la lealtà della parola data, la morigeratezza e la moderazione, la lontananza da ogni eccesso rappresentano le pietre angolari, le idee-forza dell’etica e dell’identità popolare modicana, che emergono da questa raccolta di materiali tramandati oralmente di generazione in generazione. Non solo. In varie occasioni l’autore sottolinea la sostanziale intraducibilità di diversi proverbi e modi di dire che, nel passaggio dal dialetto all’italiano, perdono di freschezza, di vivacità e di capacità espressiva.

Da questo punto di vista le cinquecento pagine di «Comu riçieunu ‘antichi» suonano come un elogio del dialetto ma anche come un monito a far si che il patrimonio linguistico dei nostri avi non muoia per l’asfissia causata dall’uso dilagante dell’italiano “televisivo”.

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Commenti

 
  • Spyke
    #1 Spyke

Bravo Marco!

Inserito 8 giugno 2010 ore 14:22
 

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