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Scritto Col Mio Sangue; Per Quando La Libertà Rende Schiavi


17 giugno 2011 ore 11:10   di solemare  
Categoria Altro  -  Letto da 467 persone  -  Visualizzazioni: 751

Irene Vilar, 43 anni, scrittrice americana di origini portoricane, direttrice della collana “The Americas”. Nel 2010 esce in Italia la sua autobiografia “SCRITTO COL MIO SANGUE”, dopo essere stata pubblicata negli Stati Uniti, tradotta in trenta lingue ed aver venduto oltre un milione di copie. Un bestseller che però ha trovato a stento un editore. Ben cinquantuno case editrici lo hanno respinto, sebbene i precedenti della Vilar siano stati guardati con favore dal New York Times ed i suoi libri abbiano goduto delle buone recensioni dei giornali più illustri. Tutto questo però, accade finchè Irene racconta soavemente di una “donna del sud, oppressa dagli adulti e tormentata dal passato”.

Strano a dirsi , ma finchè Irene narrava nei suoi scritti autobiografici di lei bimba sbarcata a New York, che si emancipa grazie al college progressista alla cultura femminista, alla biografia di Bertrand Russel ed ai libri di Borges , tutto è filato liscio.
E’ filato liscio anche quando Irene narrò di lei come “vittima” di una madre morta suicida davanti ad i suoi occhi, di un padre alcolista, di due fratelli tossicodipendenti e di una nonna idealista.
Lo scandalo di SCRITTO COL MIO SANGUE, nasce dalla nuda e cruda verità dei suoi quindici anni. La “bimba” che da una relazione amorosa intrecciata con un cinquantenne, diventa donna al passo di quindici aborti. Fino a maturare la coscienza di “un’aborto –dipendenza, di un’autodistruzione di sé e dell’altro”


Irene Vilar in un’intervista ad un settimanale italiano si confessa ammettendo che: “IN UN’ORA IMPARAI CHE LA FAMIGLIA ERA UN NODO DI SOFFERENZE, L’ISTRUZIONE UNA PRESA IN GIRO, DIO UN SOGNO SCADUTO. IL MIO COMPAGNO MI DICEVA CHE PER ESSERE LIBERA DOVEVO DIMENTICARE IL PASSATO E NON AVERE FIGLI, COSI’ ABORTI’ QUINDI VOLTE IN SOLI DIECI ANNI. MAI AVREI PENSATO DI REINNAMORARMI ED AVERE DUE FIGLIE”.
Questa immagine di libertà, si ripete spesso nella vita della Vilar; un immagine “falsata”, come dice la stessa autrice, dalle figure più importanti della sua vita. Una nonna che voleva liberare Portorico dall’oppressione americana con la rivoluzione. La madre che, sterilizzata a sua insaputa e vittima (come il 37 per cento delle donne portoricane) delle sperimentazioni per il controllo delle nascite, si “liberò” dal suo dolore con il suicidio. Un padre che sposò una quindicenne. Ed è per questi motivi che la Vilar si lega ad uomo dell’età di suo padre, che predicava il femminismo ed il progressismo avendo costruito la sua libertà sulla rottura con il padre e la fede Ebraica.

Il fulcro di “SCRITTO COL MIO SANGUE”, sta proprio nell’incongruente e doloroso rapporto tra l’errarto concetto di “libertà” e lo schiavismo. Lei, Irene, dice infatti: “IO, EX DROGATA DI ABORTO, DICO SOLO CHE CHI SA CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME SFUGGE DALLA SCHIVITU’ DEL MALE”.
Il dolore e la lacerazione della Vilar che capisce cosa è il bene, lo vuole, ma non riesce più a farlo e per smettere di abortire deve sottoporsi ad anni di analisi.
Scrivere questa autobiografia, SCRITTO COL MIO SANGUE, per la Vilar significò anche liberarsi di se stessa, di questa parte di lei che ancor oggi vive con ignominia.
La pubblicazione del libro, inizialmente tanto ostacolato dalle case editrici prima e dalla mentalità ipocrita poi, mette alla scoperto altre donne che, come la Vilar, soffrono di “mal di vita”, di schizofrenia.

In questo libro, si esalta la necessità dell’uomo di avere padroni, chiunque essi siano. Irene non crede più in Dio in quanto non Lo “reputa più di moda”, si lascia quindi sopraffare da tutte le schiavitù corporee e morali che la vita possa dare. Adesso Irene sa che i soli e veri padroni della sua vita, sono gli affetti, il vero amore per suo marito e le sue due meravigliose bambine.

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