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Tutti Amano Scrivere, Ma Solo Pochi Sono Gli Scrittori


9 novembre 2014 ore 18:46   di mariobarbato  
Categoria Altro  -  Letto da 413 persone  -  Visualizzazioni: 586

L'Italia è piena di aspiranti scrittori che hanno un libro di racconti o un romanzo nel cassetto e che sognano, prima o poi, di pubblicare. Il che non avviene quasi mai per un motivo facile da capire, ma difficile da accettare: amare la scrittura non significa necessariamente essere scrittori. La differenza che passa tra le due cose è fondamentale, perché è la stessa che intercorre tra una casalinga che ama cucinare e uno chef che conosce tutti i trucchi del mestiere. Gli aspiranti scrittori in Italia non si contano. Ma quanti di loro sono veramente degni di tale nome? Risponde un editor: "Ogni anno riceviamo migliaia di proposte letterarie. Di queste, l'ottanta per cento sono libri illeggibili e impubblicabili. Il dieci per cento sono libri pessimi. L'otto per cento sono libri mediocri. E solo il due per cento sono libri che vanno dall'interessante al molto bello". Tradotto in altre parole: su cento potenziali scrittori, solo due possono fregiarsi di tale titolo.

Una novità? No, perché le caratteristiche di uno scrittore sono diverse da chi scrive semplicemente per studio, per lavoro o per diletto. L'autore di un libro non è solo un professionista che padroneggia le metodiche di scrittura e che conosce a memoria la grammatica e la sintassi. E' anche un artista che ha una visione originale della vita; una capacità innata di vedere le cose da una prospettiva diversa; un'abilità di dare un valore aggiunto alla conoscenza del lettore. Diceva un saggio che il genio di una persona sta nel vedere un uomo buono in un criminale e un criminale in un uomo buono. Un dono introspettivo che solo pochi hanno e che sanno tradurre magistralmente su un foglio di carta. Intorno all'attività letteraria ruota tutta una serie di fattori che fanno dello scrittore un professionista in grado di lavorare con metodo e precisione e di strutturare un testo costruendo capitolo dopo capitolo, paragrafo dopo paragrafo, frase dopo frase, con la pazienza di un muratore che costruisce un casa mettendo insieme i mattoni uno sopra l'altro.


Lo scrittore, a differenza di tanti principianti, è un individuo che fondamentalmente legge molto. Gli italiani, invece, sono un popolo strano: un popolo dove tutti amano scrivere ma nessuno ama leggere. E nel mondo letterario non si è mai visto un grande scrittore che non fosse anche un grande divoratore di libri. Leggere molto è fondamentale perché consente a una persona non solo di documentarsi e di familiarizzare con la lingua, ma anche di capire come fanno gli scrittori a esprimersi con grande padronanza; a sintetizzare in poche righe un concetto lungo e complesso; a passare da un periodo all'altro con estrema disinvoltura; ad applicare le regole della grammatica con provata maestria. Leggere un romanzo di Oriana Fallaci o un saggio di Giorgio Bocca è come andare a scuola da Mozart e imparare a comporre una sinfonia. Un ragazzo che vuole fare il falegname difficilmente aprirà una bottega se prima non ha fatto un periodo di apprendistato presso un falegname esperto. E questo vale anche per la letteratura, dove è difficile avere successo se non si apprendono quei fondamenti della scrittura che solo i grandi autori possono insegnare.

Spesso, dietro il successo di un di best-seller, c'è una persona che si è allenata per anni nell'esercizio della scrittura. Gli autori di libri sanno che la mano è un muscolo che più lo alleni e più lavora con destrezza e precisione. Diceva Eugenio Scalfari che il mestiere dello scrittore, una volta che lo hai imparato bene, a un certo punto non comparta più nessuna fatica: la mano cammina da sola e tu la devi solo seguire. Bisogna scrivere tanto, certo, ma bisogna scrivere anche con metodo e organizzazione. Di Alberto Moravia si sapeva come lavorava, come si doveva lavorare: secondo le duecento righe al giorno, senza aspettare l'ispirazione. Era un bravo maestro Moravia, ma era un bravo maestro anche Giorgio Bocca che paragonava il mestiere dello scrittore a un operaio che svolge il suo lavoro quotidianamente, senza perdersi in dubbi ed esitazioni, seguendo un piano e un ordine prestabiliti.

Gli scrittori non sono degli impulsivi, come capita ai novelli del mestiere, ma inviano il manoscritto agli editori solo dopo essere convinti al cento per cento del loro lavoro. Sono dei maestri della penna che lavorano duramente sulla loro opera, scrivendo, rileggendo, correggendo, chiudendo, rileggendo e correggendo nuovamente. Oriana Fallaci era esemplare in questo. Curava minuziosamente il suo lavoro, fino a quanto l'editore non faceva irruzione in casa e le strappava il manoscritto dalle mani per poterlo pubblicare. Gli scrittori curano in maniera maniacale l'incipit, perché sanno che un editore difficilmente leggerà tutto il lavoro, ma si fermerà alle prime pagine, quanto basta per decidere se è il caso di continuare oppure di desistere. Una prassi editoriale, questa, che vale per gli scrittori esperti e affermati, figuriamoci per quelli principianti e sconosciuti. Alle spalle di uno scrittore di successo, quindi, c'è un talento innato unito a una seria preparazione, a un duro lavoro, a un continuo allenamento, a molta competenza e a un pizzico di fortuna. Queste sono le regole per essere uno scrittore e non solo uno che ama scrivere. Prendere o lasciare.

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