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Armi E Stragi In Usa: Le ' Gun Free Zones ' E I Divieti Sono La Risposta?


6 giugno 2014 ore 13:38   di GiulioMagnani  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 349 persone  -  Visualizzazioni: 563

La sparatoria
Stanotte negli Stati Uniti, a Seattle, si è consumata l'ennesima tragedia in una scuola. Un folle è entrato in un campus armato di una pistola e di un fucile a pompa cominciando a sparare contro gli studenti. Il bilancio si è fermato ad un morto e sei feriti, di cui due gravi. Ma avrebbe potuto essere ben peggiore se non fosse stato per l'intervento di un dipendente dell'istituto, che armato di spray al peperoncino ha attaccato l'assassino e ed è riuscito ad immobilizzarlo, aiutato da alcuni studenti. Ed a di là della tragica notizia è su questo punto che si devono aprire delle riflessioni.

Campus e scuole, ovvero "gun free zones"
Negli Stati Uniti dal 1990 sono state istituite delle aree in cui non è consentito portare armi, le c.d. "gun free zones" (GFZ), tra queste rientrano le scuole ed i campus universitari, ritenute zone particolarmente sensibili. L'intento è chiaro, creare delle zone in cui sia garantita la sicurezza dei frequentatori. Dal 1994 le violazioni sono punite con l'espulsione dalla scuola per almeno un anno (se commesse da studenti), con pene che arrivano fino a 5.000$ di sanzione e cinque anni di reclusione. Ma davvero si può ritenere una misura efficace? Solo a prima vista ed agli occhi degli ingenui benpensanti; i fatti e le statistiche dimostrano piuttosto il contrario.


Niente armi = più sicurezza?
A partire dal 1990 però nelle scuole e nei campus universitari statunitensi si è verificato un interessante, quanto inquietante, fenomeno. Sebbene episodi di violenza negli istituti fossero sempre accaduti, con l'entrata in vigore della legge federale sulle GFZ non hanno smesso di diminuire. Anzi, sono di colpo aumentati fino a quadruplicare. Non è difficile intuirne il motivo: per un folle o un criminale che vuole compiere una strage un luogo dove nessuno, per legge, può essere armato è un luogo più appetibile, dove più facilmente potrà portare a termine il suo scopo senza essere fermato. Perché sarebbe sciocco credere che un cartello possa impedire ad un malintenzionato di commettere un crimine. Come se oltretutto una persona intenzionata a commettere atti che si concludono spesso con la propria morte (è il caso tipico degli atti terroristici e di molte stragi che si concludono col suicidio del folle) possa in qualche modo essere spaventata o scoraggiata da una sanzione di qualche migliaio di dollari e qualche anno di galera. E anche non avendo l'intenzione di morire, come può la minaccia di qualche anno di galera scoraggiare chi ha intenzione di commettere crimini che comportano la reclusione a vita, se non la pena di morte?
La conseguenza è che attualmente si può ben dire che, contrariamente a qualsiasi proposito dei legislatori statunitensi, le GFZ siano al vertice nella classifica dei luoghi pericolosi per la sicurezza pubblica, in zona di pace.

Armi E Stragi In Usa: Le ' Gun Free Zones ' E I Divieti Sono La Risposta?

Follia e criminalità, costanti antropologiche
Sebbene in un mondo ideale ci piacerebbe vivere al sicuro da certi eventi, nella vita reale questa sicurezza non è raggiungibile. E' evidente come nelle differenti società umane, a prescindere da nazione, razza e cultura vi sia una presenza costante di folli e di criminali e che tale presenza non è in alcun modo sopprimibile (almeno non coi metodi attualmente considerati civili). E questo è un dato fondamentale nell'attuale dibattito sulla diffusione delle armi e sul diritto di essere armati: se da un lato bisogna garantire la sicurezza personale e la libertà ad esercitare attività sportive o passioni quali ad esempio la caccia, il tiro o il collezionismo, dall'altro bisogna evitare che simili personaggi possano avere facile accesso a strumenti che possano agevolare i loro propositi insani.

Armi E Stragi In Usa: Le ' Gun Free Zones ' E I Divieti Sono La Risposta?

Il controllo delle armi
Tutti gli stati civili sono dotati di leggi che regolamentano la diffusione delle armi tra i propri cittadini e così è, con grandi differenze, negli stati americani. E' difatti una falsità il mito secondo cui negli Stati Uniti le armi siano "libere", o vero nella disponibilità di tutti. Al di sotto della legislazione federale (che include atti come quello sulle GFZ), ogni singolo stato legifera indipendentemente dagli altri e la situazione è quanto mai eterogenea, così che in alcuni stati le armi arrivano ad essere quasi davvero "libere", mentre in altri sono talmente regolate da essere inaccessibili. Il fronte anti-armi spinge affinché si adottino, a livello nazionale, restrizioni ulteriori proprio per evitare che criminali e folli possano accedere alle armi, rincarando la dose ad ogni tragico evento. Il proposito è certamente lodevole, ma ingannevole. Non tiene conto difatti che la criminalità e i singoli pazzi d'america quasi sempre si approvvigionano non dal mercato legale bensì da quello illegale, costituito da centinaia di migliaia di armi importate illegalmente o rubate. Non si capisce quindi quali effetti sul mercato illegale potrebbe avere una più restrittiva regolamentazione del mercato legale.
Non si può quindi non portare alcuni esempi circa l'incontenibilità di fenomeni socialmente fisiologici: nel 2011 un fanatico norvegese, non ostanti le restrizioni locali, ha ucciso 77 persone con un fucile ed una potentissima bomba realizzata con comuni fertilizzanti; in Italia nel 2012 un altro folle ha ucciso una ragazza e ferito sette persone con un ordigno confezionato con bombole di gas; in Cina, dove ai civili non è consentito possedere armi, sono frequenti assalti nelle scuole da parte di persone armate di coltelli, martelli ed altri strumenti (l'ultimo evento di rilievo risale al 2012 quando un pazzo accoltellò 23 bambini), fenomeno che dal 2010 ha fatto almeno 25 morti e 115 feriti.

Un problema culturale
Che la maggior diffusione delle armi da fuoco sia in realtà un deterrente ad eventi criminali è chiaro, ma sfortunatamente poco evidente. La responsabilità è senz'altro dei mezzi di informazione, che per motivi sensazionalistici si concentrano sugli eventi americani senza scendere in analisi o mostrare altri contesti che smentiscono la teoria secondo cui a più armi corrisponde meno sicurezza. Nella nostra Europa possiamo portare due esempi opposti ma coerenti: da un lato il Regno Unito, dove dal 2002 è in vigore una legislazione iper-restrittiva in fatto di armi da fuoco e che dallo stesso periodo ha visto una esplosione della criminalità in strada (noto è il problema degli accoltellamenti, registrati a decine al giorno); dal lato opposto la nostra vicina Svizzera, in cui esiste circa un'arma per ogni due abitanti (uno dei tassi più elevati al mondo) ed in cui i cittadini possono perfino detenere armi da guerra fornite dall'esercito, il tutto accompagnato da una criminalità bassissima e la quasi totale assenza di eventi come quelli che si registrano negli Stati Uniti.
Le differenze? Culturali, nulla più. Ed è proprio la nostra Vicina di casa la dimostrazione lampante che, al di là della diffusione numerica e statistica delle armi, ciò che conta davvero per la sicurezza è la forma culturale. Laddove le armi non sono demonizzate o trattate come oggetti misteriosi (e conseguentemente "intriganti"), prendono posto la naturalezza e la responsabilità.

Il pericolo del "far west"
E' lo spauracchio degli ultimi due decenni, ostentato tanto negli Stati Uniti quanto da noi: il c.d. "far west". Con questa espressione si intende una situazione di instabilità e diffusa insicurezza causato dalla possibilità di ogni singolo di "farsi giustizia da sé". E si prospettano quindi incrementi di atteggiamenti violenti e sparatorie ad ogni angolo di strada. Possibile? I dati dimostrerebbero il contrario, ma rimane sempre da considerare il fattore culturale già accennato. Quello che è certo, al contrario, è che è impensabile che sia solo lo Stato a poter garantire la sicurezza di tutti. O almeno è impensabile che possa farlo efficacemente. Ciò che infatti tanto le stragi cinesi quanto quelle americane quanto altri episodi come quello norvegese dimostrano è che per la buona riuscita di un'azione criminale ci sono due fattori fondamentali: l'intervento tardivo delle forze di sicurezza e l'impossibilità di difendersi delle vittime. E l'esempio norvegese ne è la migliore rappresentazione, dove un uomo solo ha potuto uccidere con calma decine di persone, mentre le c.d. "forze d'élite" impiegavano un'ora e mezza a giungere sul posto. Le "forze d'élite".
E' assolutamente utopico pensare che lo Stato possa così efficacemente battere il territorio da evitare qualsiasi evento criminale, si dovrebbe destinare metà della popolazione alla difesa dell'altra metà, senza contare la difesa dei beni. E la strage di questa notte, o meglio la sua veloce risoluzione, dimostra invece come consentire ai singoli cittadini di tutelare autonomamente la propria sicurezza possa essere vantaggioso anche per la sicurezza pubblica.

Armi E Stragi In Usa: Le ' Gun Free Zones ' E I Divieti Sono La Risposta?

Le stragi evitabili
Quello che è successo stanotte dovrebbe far riflettere tutti, a cominciare dal fronte anti-armi. Un solo individuo, un civile, è riuscito a fermare una strage che avrebbe potuto avere bilanci ben più drammatici. E ci è riuscito con uno strumento dalla bassissima offensività. Quel che è certo è che da solo non sarebbe riuscito nell'intento. Dovrebbe quindi nascere spontaneamente una domanda: quante stragi, allora, sarebbero similmente state evitabili (o meglio fortemente limitabili)? Quante decine di persone avrebbero potuto essere oggi vive se una legge perbenista non avesse impedito a loro stesse o ad altre persone nei paraggi di difenderle? Certo non si sarebbero potute evitare totalmente, dato che fin a che una strage non inizia non è possibile conosce le intenzioni di ogni individuo (a meno di non vivere in lungometraggi di fantascienza). Ma è anche vero che è proprio l'istituzione delle GFZ ad attirare l'attenzione di criminali e folli, sicuri dell'inoffensività dei frequentatori. Perché il concetto rimane sempre lo stesso: sono solo gli onesti a rispettare le regole, i delinquenti le violano per definizione. Non saranno quindi i cartelli ed i divieti a carico degli onesti a fermare le stragi, anzi è sotto gli occhi di tutti come le incentivino e le rendano più gravi.
Il problema (anche italiano) del controllo delle armi, argomento ambiguo e delicatissimo che non può essere trattato come se si vivesse in un mondo ideale, fu affrontato già nel '700 dal nostro celebre compatriota Cesare Beccaria in maniera estremamente pragmatica: "Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di troppa conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all'uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiamano leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti ed avantaggi di un decreto universale". Parole quanto mai attuali.
Certo i benpensanti già vedranno sparatorie in tutte le scuole e si disgusteranno all'ipotesi che qualcuno per difendersi (o per difendere altri) possa mettersi addirittura a sparare. Ma nel mondo reale non esistono altre soluzioni: quando una persona comincia ad uccidere con il solo scopo di uccidere non ci sono molti modi di fermarlo. E l'unica soluzione ragionevole è limitare i danni. Che sia un poliziotto a farlo (dopo un certo tempo) o un qualsiasi altro cittadino (subito) che differenza fa? Bisognerebbe domandarlo a coloro che non hanno potuto essere difesi e che, purtroppo per loro e per i loro familiari, non ci sono più.

Risalire alle cause
Oltre ad una valutazione superficiale degli eventi, ciò che si deve condannare è anche la mancanza di attenzione verso le cause di certi fenomeni. E' impensabile attribuire la responsabilità di eventi criminali agli strumenti usati per commetterli e volerne limitare semplicisticamente la diffusione (per quanto non sia in discussione che una regolamentazione sia necessaria). Sarebbe come attribuire le colpe degli incidenti stradali alle automobili o degli incidenti sul lavoro al lavoro stesso. Eppure, paradossalmente, con le armi il discorso spesso viene ridotto in questi termini. Visti gli abusi criminali illustrati sopra, bisognerebbe allora vietare l'uso dei coltelli, degli strumenti di lavoro, del gas e perfino dei fertilizzanti e di qualsiasi altro oggetto potenzialmente pericoloso. Impensabile.
E ciò che preoccupa è l'assente volontà di approfondimento dei fenomeni dietro queste azioni criminali in rapporto ad alcuni dati quali le attuali carenze educative e culturali, le difficoltà economiche, i disagi sociali, l'abbandono a sé stessa della gioventù, la mancanza di ideali solidi. Come troppo spesso accade, per interessi puramente ideologici si vogliono confondere le conseguenze con le cause di fenomeni a cui occorre senza dubbio porre rimedio. E non è certo l'astrazione totale dai contesti sociali e culturali a poter fornire soluzioni efficaci.

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