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Cambiamo La Cultura Patriarcale: Facciamo 'mente Locale'


22 giugno 2015 ore 22:51   di Artemide  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 428 persone  -  Visualizzazioni: 616

Parliamo di patriarcato, quella forma mentis che caratterizza le società umane da millenni, responsabile delle inaudite violenze che, tutti i giorni, in tutti gli angoli del mondo, vengono perpetrate sulle donne.Si parla di "femminicidio" = "qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte." Morte: femicidio.

In Italia, nel 2013, è stata ammazzata una donna ogni due giorni (fonte Eures). Tutti i giorni, centinaia di donne subiscono violenze psicologiche, economiche e fisiche da mariti e compagni (o ex). Il fenomeno è trasversale: tocca tutte le zone, i ceti, i livelli di istruzione. Ormai sappiamo (o dovremmo sapere) che non si tratta di un’emergenza, bensì di un problema strutturale che fonda le sue radici nella "cultura".


"La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell'insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro della società. " (Tylor, 1871) - (Definizione di cultura in senso antropologico). Questo significa che ciò che ci viene insegnato e trasmesso dalla società in cui nasciamo e viviamo diventa per noi "normale" (e tendiamo a considerare "anormale" ciò a cui non siamo abituati).

La nostra società ci ha insegnato che donne e uomini hanno ruoli – stereotipati – ben precisi e non interscambiabili: il maschio procura il cibo e la femmina si occupa della casa, della cucina, dei figli, dei lavori di cura: "l’angelo del focolare".
Laddove questo equilibrio viene meno, il maschio si ribella, non lo accetta: la donna deve rispettare i propri ruoli (quelli che le studiose femministe americane definirono "ruoli di genere") – che prevedono sempre una dipendenza (psicologica e materiale) dall’uomo, a costo di piegarla a botte e, se necessario, ucciderla. La donna non può permettersi di decidere se una relazione è finita o di essere troppo indipendente (in senso economico) dall’uomo: non può ferire l’orgoglio "maschio", altrimenti il maschio si vendica. Egli non ammazza per "amore" (l’amore è ben altra cosa): si tratta di potere – La femmina deve essere sottomessa al maschio, stare un passo indietro, pena la sua stessa vita.

Ebbene, questa "cultura" come si manifesta? Dobbiamo conseguire lauree in materie letterario-filosofiche o essere delle femministe militanti per capire come agisce il patriarcato? NO – o meglio, non necessariamente (anche se, ovviamente, l’istruzione è fondamentale e l’essere femministe serve).
Ci basta fare "mente locale" su quanto ci succede tutti i giorni. I segni – evidenti – del patriarcato sono rilevabili nelle azioni più "normali".

Ho raccolto un paio di aneddoti da qualche amica, donne comuni, alle prese con la routine giornaliera: mettendoli insieme, posso ricostruire la giornata-tipo di Maria (nome di fantasia) che, spero, aiuterà a riflettere.

• Ore 06:00 – Maria prepara la colazione per marito/compagno e figli, così "lui" può dormire cinque minuti in più, prima di farsi la barba e andare in ufficio: deve lavorare , lui (come, non lavora anche lei? Sì, ma è "diverso" (?)
• Ore 07:30 – Esce per portare i figli a scuola – Consegna loro la cartella, qualche raccomandazione, due chiacchiere con le compagne di ventura e via … in macchina verso l’ufficio
• Ore 08:15 – Ferma con la sua auto al semaforo (rosso), viene attaccata dal patriarca impaziente, che suonando il clacson all'impazzata, sbraita: "muoviti (insulto), non vedi che è rosso. Le donne non sanno guidare!"
• Ore 09:05 – Rimprovero dal capo: "sei sempre in ritardo" – "Sì scusami, recupero i cinque minuti durante la pausa pranzo perché oggi devo uscire prima per portare il bambino dal pediatra" (si scusa: auto-colpevolizzazione) – "Ma come", dice il capo "non sei già uscita ieri per portarlo dal dentista?" – "Sì, ma sai com’è – E’ che mio marito non può, sai – lui lavora" (??)
• Alle 16:00 – Bambino dal pediatra – Alle 17:30 supermercato: accidenti, mio marito ieri mi ha fatto notare che ho "sbagliato" a comprare i biscotti per la colazione (di nuovo: auto-colpevolizzazione) – E poi manca anche la pasta del tipo che a lui piace tanto – Così, quando torna stanco dal lavoro, trova il suo piatto preferito" (??? I punti di domanda aumentano vieppiù)
• Prima di uscire dall'ufficio, manda un’ennesima comunicazione al gestore dei servizi aziendali: il cellulare in dotazione (che già è stato sostituito a tutti i colleghi maschi in quanto gli apparecchi presentano un difetto di fabbricazione) a lei non è ancora stato sostituito. Risposta: "prova a togliere la sim e a pulirla, a volte si sporca di sabbia, sudore e creme. Vedrai che poi torna a funzionare" (quest’ultima non è un’invenzione: è una risposta che una delle mie "intervistate" ha realmente ricevuto).
"Va beh", pensa Maria "effettivamente io sono un po’ imbranata con queste tecnologie" (ancora l’auto-colpevolizzazione/denigrazione). La seccatura, però, è latente: ne parla con Elena, la collega, che prontamente interviene: "su dai, non te la prendere, è solo una battuta. Non essere acida" (l’abitudine … non ci si pensa, non si fa mente locale – le donne stesse fungono da stampelle ai patriarchi).
• Alle 19:30 – Pronto in tavola! – Dopo cena: "amore, grazie per avere sparecchiato. Sei un uomo d’oro. Meno male che mi aiuti" ??? – a) Il "maschio" non dovrebbe "aiutare", bensì "condividere" – in parti uguali – i lavori domestici e di cura – O NO?; da cui deriva la domanda b): perché dovrebbe ricevere "ringraziamenti" speciali per aver riordinato la cucina…?

• Ore 21:00 – Mentre lui si gode la partita (stasera gioca la sua squadra preferita) o mentre "si distrae un po’" con gli amici, Maria controlla che i bambini abbiano finito i compiti, che sui diari non ci siano avvisi per riunioni a scuola (nel caso, dovrà chiedere un altro permesso: "oddio, finisce che mi gioco il posto"), che non ci siano quote di iscrizione o di gite scolastiche da liquidare …

• E finalmente è giunta l’ora di andare a dormire: "certo, però, che avrei potuto stirare. Pazienza, vorrà dire che domani chiamo Elisabetta (sempre nome di fantasia) per avvisarla che non posso andare al cinema con lei, devo stirare".

• Prima di addormentarsi fa una capatina su FB e pubblica una di quelle vignette tanto "carine", che fanno "ridere" (si fa per dire) e, soprattutto, stimolano la simpatia e l’affetto dei patriarchi, un fumetto dalle sembianze femminili che dice: "pensa, oggi sono persino riuscita a fare benzina!" (perché, è noto, che le donne, di solito, non sono "capaci" di fare benzina) – E su questa auto-denigrazione ride di gusto, in preda a una sorta di deliro masochista.

• Finalmente si addormenta, non prima di essersi ripromessa di recarsi, all’indomani, all’ufficio personale per chiedere almeno un piccolo aumento di stipendio: " in fondo, i miei colleghi (uomini) guadagnano di più (molto di più), lavorano meno, portano risultati inferiori e sono molto più considerati. Sarà perché ho chiesto troppi permessi…" NO, Maria: è perché sei una donna.

Dopo qualche tempo, lei non regge più (né fisicamente né psicologicamente) per ovvie ragione. Lui – nonostante i salti mortali a doppio avvitamento di Maria – non è comunque contento: "è sempre a lavorare e trascura la casa e la famiglia".
Il matrimonio/convivenza finisce. Maria, non abituata a considerarsi come persona autonoma, ma sempre e solo come "moglie di", "mamma di", "figlia di" … (cioè sempre come stampella di altri) è devastata e si sente una fallita per non essere riuscita a "tenere unita la famiglia". (di nuovo l’auto-colpevolizzazione). E ora – ne è sicura – rimarrà per sempre "zitella" (sì, questo termine è ancora in uso – occorrerà fare una segnalazione al dizionario della crusca per avere qualche speranza che sparisca definitivamente).
Parla delle sue frustrazioni con Elena (quella che le aveva consigliato di non prendersela per la "battuta" sul sudore e la crema nella sim del cellulare, per intenderci): "certo che anche tu, con questo lavoro … Era ovvio che, prima o poi, sarebbe successo" (di nuovo la stampella del patriarca, nessuna solidarietà da donna a donna - si deve essere compiacenti, altrimenti si passa per antipatiche).

Così stanno le cose: adagiarsi sulle "abitudini" (ergo: cultura patriarcale dominante) gioca brutti scherzi. E’ per questo (mi rivolgo alle donne) che non possiamo permetterci di cedere pigramente al patriarcato imperante: perché ne va delle nostre vite (in vari sensi).

Facciamo in modo che questa "cultura" cambi: perché questo succeda, dobbiamo agire, prima di tutto, sulla nostra vita quotidiana. Non esitiamo a far notare i segni del patriarcato ai nostri compagni: se sono uomini intelligenti – e se ci "amano" davvero (e per amore non si intende il cosiddetto "amore violento" – la violenza non ha niente a che vedere con l’amore), collaboreranno al mutamento: perché anche gli uomini ne trarranno un beneficio enorme.

Facciamo mente locale sulle nostre "abitudini".

E importante: se subiamo violenza, DENUNCIAMO!

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