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Che Paese Siamo. Che Paese Dovremmo Essere. Che Paese Potremmo Essere ( Parte 1 )


17 febbraio 2012 ore 15:17   di erpidi  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 404 persone  -  Visualizzazioni: 591

Cosa è questo Paese? Amare il proprio Paese dovrebbe essere una cosa naturale ed ovvia. Ma l’amore non deve renderci ciechi. Dobbiamo renderci conto che l’Italia non è il più perfettibile dei Paesi. Anzi, stabiliamo dei paletti: Nazione. Siamo una Nazione? Sì e no. Siamo uno Stato giovane, solo 150 anni di Unità Nazionale e nemmeno completa visto che fra 1918 e 1946 abbiamo acquisito territori e una parte di questi li abbiamo ceduti. Paragonato ad altri stati Europei siamo dei “ragazzini”. Spagna, Inghilterra, Olanda, Francia, Austria vantano una Storia di Unità nazionale ben più antica. La stessa Germania, divenuta tale con Bismark come promanazione della Prussia, aveva un concetto di Unità antico, a ben guardare risalente al Medio Evo ed agli Imperatori Tedeschi.

Noi Italiani ci riempiamo la bocca di vanti ed orgoglio, dimentichiamo che fino al 1848 eravamo divisi in Ducati e Principati, Territori di altri Imperi e Regni assoluti varii e solo la intraprendenza e fame di conquiste dei Savoia ci ha portato a riunirci in quella che vogliamo definire un’epopea Risorgimentale, ma che in realtà (storica e tangibile) è stata una guerra di annessione vera e propria e, per una buona metà, nemmeno ottenuta direttamente, ma delegata (l’impresa dei Mille). Prova ne è anche il fatto che coloro che avevano propugnato una Unità statale della Penisola, arrivando a sostenerla con atti di terrorismo divenuti patriottici (perché alla fine in un modo o nell’altro hanno vinto) non sono mai stati guardati di buon occhio dal governo Piemontese, che voleva l’assoluto controllo dei giochi di annessione.


Togliamoci quindi di dosso l’orgoglio di essere uno Stato con anzianità strica. Gli splendori di Roma Antica, della cultura Rinascimentale e delle sue arti non ci fanno Stato Unitario, ma fanno solo la nostra Storia. È vero che una sola lingua ci ha unito da oltre 700 anni dalle Alpi alla Sicilia, ma quante differenze in atti, idee, consuetudini e principi hanno visto la luce nel Bel Paese sino all’Unione Risorgimentale?

Prendiamo come paradigma la Nazione che ha creato l’idea di Indipendenza e di guerra per ottenerla, vincendola (chè un terrorista diventa patriota solo quando le sue azioni alla fine vincono…..): gli Stati Uniti. Nel 1776 dichiarano la propria indipendenza dalla Nazione più potente ed imperialista del mondo, l’Inghilterra e, nonostante guerre sanguinose, disfatte e sofferenze riescono ad ottenerla (anche grazie all’intervento finale della Francia Borbonica…). Stiamo parlando del 1776, 236 anni fa. Nel secolo scorso hanno festeggiato il loro Bicentenario, loro che,……., sono considerati nel mondo diplomatico conservatore dei giovincelli….

Ci hanno messo per divenire uno Stato unito e forte altri 100 anni di guerre, massacri e secessioni rientrate (queste ultime con un costo di sangue e danni che ne ha ritardato la crescita di almeno 25 anni). E gli USA hanno perso nella loro storia una sola guerra, quella del Vietnam. Scusate se è poco.

Ora paragoniamo gli USA alla nostra Italia, con le dovute differenze orografiche, sociali e geografiche. Nei primi 150 anni di Unità abbiamo pagato, fra altri fatti bellici, un dazio sanguinosissimo in due Guerre Mondiali. Una vinta (e persa poi per insipienza ed incapacità dei nostri rappresentanti alla conferenza di pace. Guarda che caso anche allora avevamo incapaci al governo…). La seconda persa, ma in maniera ignominiosa sia per la conduzione ante 8 Settembre sia per la successiva co-belligeranza che ci ha confermato quel marchio infamante di Nazione che non finisce mai una guerra dalla parte in cui è iniziata. Questa rotta indecente ci è costata non solo territori che, forse, ci spettavano e che ci eravamo conquistati al prezzo di oltre 650 mila morti, ma anche una crisi istituzionale che ha radicalmente cambiato la vita politica italiana (ma non la casta dei politici…) e che ha rallentato la nostra (ri)crescita di circa 15 anni.

Ora siamo in una situazione politica interna ed internazionale di bilico. Inizialmente siamo stati uno dei Paesi fondatori di quella che è divenuta la Unione Europea, ora ne siamo divenuti uno degli anelli deboli (forse, fortunatamente?, il meno fragile di questi) ed internamente abbiamo vissuto due Colpi di Stato incruenti, ma dannosissimi nel giro di vent’anni quasi.

Il primo con Mani Pulite, golpe condotto da un’ala eccessivamente estremista del Terzo Potere (la Magistratura), il secondo recentissimo attuato dal supremo Organo dello Stato (il Presidente della Repubblica) meno censurabile; più che golpe si dovrebbe definire con un paragone alla Storia Romana, un “Senatus Consultum Ultimum” in cui il Senato (che NON era un organo legiferante completo, responsabilità questa dell’Assemblea del Popolo Romano, ma consultivo) imponeva ai Consoli di agire in tutela dello Stato (videant ne quid detrimenti res publica capiat: i consoli provvedano affinchè nessun danno possa essere arrecato allo stato). La situazione economica e politica era tale che l’Italia era ingovernabile divisa come era una parte della politica fra interessi locali (dei secessionisti padani), interessi personali, puttane e mimi. Oggi la situazione si sta modificando, ma scordiamoci di essere fuori dai pericoli, sia perché chi sta dando all’attuale Governo ossigeno può levarglielo in un attimo e sia perché questo sostegno è portato dagli stessi beceri individui che hanno rese necessarie queste misure estreme con le loro incapacità.
In questo momento vediamo l’Italia divisa politicamente fra incapaci che strillano di essere capaci (ed è bastato un professore con tanto carisma internazionale a dimostrarcelo), fra personaggi squallidi e malati che hanno ricattato più di un Esecutivo attuando azioni politicamente riprovevolissime (soprattutto a livello locale), minacciando secessioni ed orchestrando azioni che in altri Paesi ed in altri momenti storici sarebbero state considerate crimini di stato.

Come sarà possibile che, sic stantibus rebus, un’economia in cui abbiamo un quarto della forza lavoro potenziale disoccupata e priva di prospettive possa divenire la “forza del riavvio europeo” come ai media piace propagandare? Per quanti piani teorici di sviluppo e marketing si possano attivare e far girare sui computers, solo la realtà vissuta potrà dire se i provvedimenti fin qui adottati saranno efficaci. Inoltre il problema economico che attanaglia l’Occidente affonda le sue radici nelle crisi delle Banche d’Affari USA (Lehman & Bros, Merryll Lynch sopra tutte) di tre anni or sono e nei contraccolpi relativi.
Oggi esattamente come nel 1929 la crisi oltre che finanziaria è una crisi di fiducia. Molti osservatori hanno trascurato (i Media ignorato, ma non ce ne meravigliamo) di far notare come il vero problema scatenante fu dalla carenza di liquidità di alcune Banche d’Affari e dal “downgrade” della AIG Insurance che era la Società che garantiva, fra l’altro, mutui e simili forme ipotecarie a chi concedeva tali prestiti, ma che si era specializzata nel garantire anche quelli che in gergo son chiamati “ opaque financial products” cioè prodotti finanziari opachi, che affollavano i portafogli della Banche di Investimento e d’Affari. Strumenti non cristallini e degni di poca fiducia.

Nel ’29 la crisi di fiducia colpì e le ondate continuarono a riversarsi finchè il New Deal in USA non restaurò stima con l’intervento del governo Federale e ci volle un decennio quasi. Dal 2008 ad oggi tale crisi ha galoppato ben più veloce e ferale per via della istantaneità delle comunicazioni, dell’intervento costante dei Media e di una crescente presa di coscienza delle masse, all’epoca meno acculturate, ma che sempre masse sono e pertanto facili al panico. A questi fattori centrifughi aggiungiamo poi gli investitori d’assalto che in più di un’occasione sono stati capaci di far vacillare valute nazionali come fece Soros nel 1992 col suo assalto alla Sterlina che gli rese un utile di oltre un miliardo di dollari ed alla Sterlina l’uscita dallo SME.

L’Inghilterra allora era debole così come lo è oggi l’Italia e quindi preda facile da attaccare speculativamente. Non illudiamoci che gli altri membri dell’UE siano caritatevoli con noi se le misure prese da Monti & Co. fallissero. Ci tratteranno peggio di come stanno trattando la Grecia. Gli Stati non hanno amici, ma interessi. Non riusciamo a trovare in nessun articolo di giornale questo fattore. E nemmeno nelle dichiarazioni roboanti dei politici italiani. Solo nepotismo e autoincensamento.

Non amiamo particolarmente il Senatore/Sanatore Monti, diciamo che non ci sta simpatico. Apprezziamo il suo calmo e disincantato atteggiamento e le decisioni impopolari prese (la candidatura di Roma ai Giochi Olimpici era da lasciar cadere, checchè ne dicano i Boiari di Stato che speravano con la preparazione dei Giochi di rimpannucciarsi sia politicamente sia economicamente). Ma ora sta toccando, perché deve, i privilegi e le aree di influenza della casta politica a cui non appartiene e che prima o poi gli si rivolterà contro.

Il nostro è un Paese contraddittorio in cui ci si bea per un festival di canzonette che permette alla RAI (che non lo merita) di avere uno share del 50% con conseguente ritorno economico. Dove un “taxpayer” (contribuente) dice quel che pensa pubblicamente e viene rimbrottato anche da Rappresentati di Stati Esteri che sempre si sono impicciati dei nostri problemi (e glielo hanno sempre lasciato fare). Dove lo stesso contribuente (diciamolo il nome: Adriano Celentano) ha attaccato un settore che viene salvato annualmente con denaro pubblico e che per meritarselo finora ha fatto pochino. Nessuno, salvo mi sembra Gianni Morandi, ha avuto il coraggio di dire che Celentano ha esercitato un suo diritto costituzionale di dire quel che pensa pubblicamente e con il pagamento riconosciutogli poi aiutare chi ne ha bisogno. Dissentire con Celentano è corretto, ma chiedere che taccia perchè offende Santa Madre Chiesa (che solo da ieri dovrà FINALMENTE pagare le tasse per quel che possiede ed usa finanziariamente in Italia) è francamente troppo.

Dovremmo essere una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoro, ma abbiamo percentuali assurde di disoccupati e non c’è ancora un progetto per ovviare a questa ingiustizia; il Popolo non è Sovrano perché leggi, leggine e privilegi gli impongono limiti di sovranità che in altri Stati sarebbero obbrobriosi vincoli. Abbiamo mandato al Parlamento una massa di beceri e tristi individui che godono di privilegi da cui non vogliono prescindere e che reputano la carica che ricoprono come se fosse di Diritto Divino. Ci ritroviamo con una categoria di Magistrati talmente politicizzati da sfregarsi gli occhi per crederci. Ed il bello è che non possiamo noi Elettori fare nulla per modificarne lo status. I soldi delle tasse vengono sperperati in rimborsi elettorali più alti di quelli richiesti (cfr. le dichiarazione del 16 Febbraio della Corte dei Conti) quando i Partiti dovrebbero finanziarsi col contributo degli iscritti e basta!, oppure vengono dilapidati da evasioni fiscali che da sole raddrizzerebbero l’Erario se liquidizzate al volo. Mimi e puttane (di tutti e due i sessi) hanno circondato ed influenzato la vita di tanti uomini politici italiani per decenni, ma solo adesso ne inorridiamo (se solo il Giardino di Piazza Mazzini a Roma potesse parlare, quante tombe si aprirebbero e quanti Boiari di Stato sarebbero svergognati!).

Siamo una Nazione di compromessi, di aree grigie che sotto il sole si ingrigiscono vieppiù, e di contraddizioni smaccate. Abbiamo citato precedentemente il Palazzo dell’Eur (quello che ci ricorda un forma di groviera) e le scritte sulla facciata e ci viene in mente una barzelletta sentita ad una festa di Hollywood anni fa: il più grande libro ed il più piccolo libro al mondo sono l’elenco dei nobili polacchi e l’elenco degli eroi di guerra italiani. Ecco chi siamo per gli altri!

Abbiamo esportato cultura, ma solo quella Rinascimentale è veramente apprezzata e quella NON era Italia. Il mondo occidentale deve i suoi pilastri della legge e della religione ad una cultura che ci inorgoglisce, ma NON è italiana, è Romana. Mentre lo sono la Mafia (inventata dai Cinesi, ma resa celebre da noi), la Pizza e la cucina. È un Paese da amare, da criticare e da rifondare. Chi scrive ancora si alza in piedi al suono dell’Inno di Mameli (e lo faceva ben prima che Ciampi propagandasse “l’Inno degli Italiani”), ma sta perdendo la speranza che noi si possa cambiare e diventare un Paese di cui essere orgogliosi, a prescindere.

E ciò non è bene.(continua)

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