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Cosa Succede In Un Carcere Thailandese [6]


18 maggio 2011 ore 11:44   di erpidi  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 5127 persone  -  Visualizzazioni: 6987

Cosa succede in un Carcere Thailandese [6]. Ancora note su come gestiscono la Sanità in un carcere Thai. Durante i tre mesi passati nel carcere di Bangkok ebbi qualche problema sanitario. Nel braccio dove ero detenuto (il numero 4) si poteva andare in infermeria ogni giorno, ma gli stranieri potevano solo il Giovedì. Perché? Non lo so e mai me lo hanno detto. Ad un certo punto scoppiò una epidemia di congiuntivite. Nulla che non potesse essere curato con un collirio e con sciacqui di camomilla. Era infettiva dato anche l’affollamento e la promiscuità nelle celle e la scarsa possibilità di lavarsi con acqua pulita. Ho descritto in un altro mio articolo come ci si lavava nel carcere di Bangkok, il fatto è che i vasconi che vengono usati per lavarsi sono aperti e non coperti come a Chiangmai, e spesso vi si trovavano fatte di uccelli (e forse anche di altri animali). Comunque io mi sono sempre adattato, secondo il vecchio principio del servizio militare “quello che non ammazza ingrassa”.

Mi presi pure io quella congiuntivite e mi mandarono, come gli altri colpiti, in isolamento. Al braccio 8, che con il due e l’uno (dove morì Kiko von Fuerstenberg) è il più turbolento. Ma è anche il più popolato. Il concetto di isolamento per loro è sbattere in una cella da 35 posti 70 persone e tenerle rinchiuse lì finchè non guariscono. Solito cellone con due parti di cemento e due di sbarre una sul cammino di ronda e l’altro sul corridoio di ingresso. Una sola latrina, alla turca ed una piccola vasca di acqua per lavarsi. La notte l’acqua ovviamente finiva (70 persone in cella..) e se il secondino si svegliava apriva l’acqua, altrimenti si doveva aspettare la mattina alle sei. Dire che la cella era sovraffollata è dire poco. Per di più le celle dove ci isolarono erano le uniche di tutto il carcere senza televisione, anche qui il perché non lo so. Io fui fortunato capitai in cella con gente calma e civile, nella cella accanto a noi furono rinchiusi alcuni elementi violenti che iniziarono a terrorizzare tutti. Fecero respirare ad un ragazzo cambogiano giovanissimo (molti cambogiani mentono sull’età, perché il carcere giovanile di Bangkok ha una fama di violenze e rivolte ed allora dichiarano 18 anni pur avendone meno) della colla drogandolo. Poi lo violentarono davanti a tutti picchiando ferocemente chi cercava di protestare. Questo stato di cose finì quando fu portato in quella cella un Pakistano enorme che stava nel mio braccio, che aveva la fama di duro, meritata. Mi disse un algerino (borsaiolo che parlava italiano) che era in quella cella che nel giro di 5 minuti e con quattro ceffoni la pace fu ristabilita. Ma non finì lì, dopo alcune settimane i quattro bruti furono beccati dagli amici del ragazzo e ne uscirono con gambe e braccia rotte, uno, il caporione si disse avesse perso l’uso di un testicolo. Nessuno riferì nulla ai secondini. A mia opinione anche se lo avessero fatto questi se ne sarebbero altamente disinteressati.


Comunque passai 4 giorni di vero incubo in quell’ammasso umano, da dove mi riusciva di uscire solo all’ora dei pasti, che però consumavo molto malvolentieri. Infatti avevo notato come il mestolo con cui ci servivano le porzioni dai pentoloni era tenuto insieme alle scope ed agli strofinacci lerci con cui venivano lavati i corridoi e le latrine. Un po’ troppo anche per la mia capacità di adattamento. Mi salvai mangiando il mangiare per i mussulmani che arrivava a parte e con mestoli suoi. Dopo quattro giorni riuscii ad andarmene da quella bolgia con un trucco all’italiana. Venne a visitarci l’infermiere che dopo averci guardato gli occhi e messo due gocce di collirio smistava a destra chi reputava guarito e a sinistra chi non lo era. A me mi mandò a sinistra, ma io avevo osservato la situazione e mi ero accorto che chi registrava i guariti era distratto per cui con l massima indifferenza andai a destra e ne uscii.

Devo dire che questo episodio sconvolgente è l’unico assolutamente negativo della gestione sanitaria della prigione di Bangkok. L’ospedale è discreto, ci sono medici veri che ti visitano con visite valide, infermiere e infermieri efficienti. L’unica pecca è la limitazione del giovedì per gli stranieri e l’isolamento per i casi di congiuntivite. Anche lì ebbi una disavventura miserevole. Mi svegliai una mattina con dei dolori al basso ventre micidiali ed una diarrea tremenda. Che non smise per due ore. Alla fine ero debole come un neonato e nonostante fosse sabato mi portarono d’urgenza in ospedale. Siccome non riuscivo a camminare mi misero su un carretto. In ospedale mi misero sotto flebo di glucosio, credo. Me ne diedero 3 nel giro di 6 ore. L’infermiera mi disse che avevo perso metà dei liquidi corporei. Io ero completamente inebetito dalla debolezza. Il medico che mi visitò la Domenica dopo mi disse che lui pensava ad un avvelenamento da cibo, probabilmente un ratto aveva defecato su quello che avevo mangiato. Il giorno prima avevo mangiato del maiale un poco piccante comprato allo spaccio. Rimasi su un letto (un vero letto, con materasso e cuscini) sotto flebo debolissimo per tre giorni, in cui fui assistito devo dire benissimo. La cosa che mi mise a disagio tremendamente era quando dovevano cambiarmi il pannolone (…….) perché non riuscivo a stare in piedi per andare al bagno.

La prigione chiamò l’Ambasciata dicendo che necessitavo per riprendermi di cure extra, a cui avrebbero dovuto provvedere loro. Non risposero ignorando l'invito (così mi venne riferito da un secondino). Io, che avevo “goduto” della visita al Tribunale da parte dell’allora Addetto Consolare Va*** (festeggiai quando seppi che lo avevano trasferito a Djakarta), aspettavo l’assistenza richiesta ed un prestito consolare che avevo sottoscritto. Aspettai invano, fortunatamente seppi fare a meno del loro aiuto, ma ero imbufalito con loro. Venni a sapere dopo alcune settimane che i soldi del prestito erano stati accreditati già da tempo sul mio conto presso la prigione, ma nessuno del Consolato mi aveva informato. Io lo scoprii quando uno dei contabili mi fece vedere la mia scheda con i soldi in conto….
Dopo due settimane di cure uscii dall’ospedale del carcere e ritornai in cella al braccio. Avevo perso oltre 25 Kg., mi ci vollero mesi a riprendermi. Poche settimane dopo l’uscita dal carcere fui assolto e uscii. Ricordo che quando, passati tutti i controlli per essere rimesso in libertà ancora non ci credevo e quando si aprì la porta esitavo ad uscire. Uscito corsi a perdifiato verso la strada, perché? Avevo voglia di correre per liberarmi dei veleni accumulati.

Guardando oggi quell’esperienza di 90 giorni circa, con un po’ di pragmatismo posso dire che fu un ottimo “addestramento” per i due anni di Chiangmai. Parola d’onore: avrei fatto volentieri a meno di entrambe le esperienze, che nonostante tutto mi hanno fatto scoprire un lato di me stesso che non conoscevo: la determinazione, anzi, meglio, alla romana: LA TIGNA. (continua)

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Commenti

 
  • VALTER
    #1 VALTER

TE LI SEI PRESI I DATI DELLA GIORNALISTA? SONO ANCORA TRA I COMMENTI DELL'ARTICOLO 4

Inserito 19 maggio 2011 ore 06:48
 

Sì grazie, molto gentile da parte tua!

Inserito 19 maggio 2011 ore 07:45
 

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