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I Disordini, Le Proteste E Gli Scontri A Londra: Un Inquietante Campanello D' Allarme


11 agosto 2011 ore 18:10   di 2tredici  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 337 persone  -  Visualizzazioni: 626

Le violenze e la guerriglia urbana che, in questi giorni, stanno devastando Londra ed anche altre città dell'Inghilterra potrebbero essere facilmente (si fa per dire!) liquidate come il sintomo di mai del tutto sopite tensioni a sfondo razziale e di quel generico ma ben radicato sentimento di avversione nei confronti delle forze di Polizia che accomuna larghe fasce della gioventù europea (l'acronimo ACAB, "all cops are bastards", è, per così dire, il grido di battaglia dei teppisti di mezza Europa, spesso travestiti da supporters delle squadre di calcio).

Se così fosse, al netto del problema di ristabilire l'ordine pubblico, al più si dovrebbe guardare con compatimento alle anime belle del "politicamente corretto" che finora si sono sperticate nell'elogiare il sistema inglese, indicandolo come buon esempio di multiculturalismo, inclusione, accoglienza e quant'altro.


Tuttavia, un'analisi che si fermasse qui sarebbe superficiale ed errata perchè, molto probabilmente, le ragioni del malessere sono (anche) altre e potrebbe essere estremamante pericoloso sottovalutarle. Al di là dell'elemento scatenante (l'uccisione, a quanto sembrerebbe, di un giovane di origine giamaicana da parte della Polizia), la guerriglia all'opera in Inghilterra si inserisce infatti in un recente filone di proteste popolari che hanno interessato le piazze di Madrid, di Atene, della stessa Londra nello scorso mese di novembre e finanche di Tel Aviv. L'obiettivo dei manifestanti era, ed è, sempre il solito: le politiche economiche dei Governi.

E allora viene naturale pensare che forse i tagli alla spesa pubblica imposti dal Governo Cameron (che hanno penalizzato i servizi sociali, l'istruzione, la sanità, il pubblico impiego, la ricerca e l'Università) ed il contemporaneo aumento delle tasse e delle tariffe dei servizi, possono essere annoverati tra le cause che hanno scatenato la rivolta.

Se così fosse, si prospetterebbero per l'Europa tempi piuttosto bui, con scontri di piazza all'ordine del giorno ovunque.

I Governi, preda dell'ubriacatura collettiva abilmente instillata dalla speculazione internazionale, e quindi proni di fronte agli indici di borsa, ai tassi d'interesse, ai giudizi della agenzie di rating, si apprestano, infatti, un po' tutti, ad adottare ulteriori e nuove misure finalizzate a contenere la spesa pubblica e a ridurre il deficit di bilancio. La parola d'ordine è una sola: "finora abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Adesso è arrivato il momento del rigore".

Ma la domanda, forse inconscia, di chi non ci sta, di chi protesta e protesterà contro le politiche dei tagli e dell'aumento delle tasse è, in definitiva, questa: "e perchè?"

Chi, e per quale motivo, ha deciso che il gioco è finito? La politica del debito pubblico (e non soltanto pubblico) è stato il motore dell'impressionante sviluppo economico e del progresso sociale avuti nel mondo occidentale nel secondo dopoguerra. Perchè non lo può essere ancora?

Già di per sè, dare per scontato che le persone accettino tranquillamente di percorrere all'indietro la scala verso la conquista della civiltà dei consumi e del (relativo) benessere per tutti è la pia illusione dei pensosi economisti che pontificano dai giornali e dalle TV, oppure dei poco avveduti uomini politici che governano gli Stati (opposizioni comprese, naturalmente). Ma imporre ex lege un simile percorso, senza dare una risposta convincente sul "perchè" ( e certo tale non può essere la risposta: "per rassicurare i mercati", oppure "per fermare la speculazione"), rischia di innescare un meccanismo potenzialmente molto pericoloso.

C'è da augurarsi di non vedere le piazze di tutta Europa trasformate in campi di battaglia.

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