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Fuga Sui Ghiacciai Del Kenya


21 dicembre 2014 ore 12:07   di heinz  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 620 persone  -  Visualizzazioni: 893

Nel 1987 la RAI intervistò Felice Benuzzi (oggi il video dell’intervista si può vedere su Youtube), un prigioniero italiano di un campo inglese situato ai pedi del monte Kenya. Benuzzi, esperto alpinista e uomo d’avventura, decise con un paio di compagni di fuggire dal campo di prigionia inglese per tentare la scalata del monte Kenya e dei suoi imponenti ghiacciai, per innalzarvi in cima la bandiera italiana.

L’incredibile avventura di Benuzzi riuscì, e dopo circa 18 giorni, egli, insieme con i suoi compagni, ritornò al campo di prigionia e si presentò al comandante dicendo semplicemente: "Eccoci qui!". Il comandante inglese applicò in qualche modo il regolamento per i prigionieri che tentavano la fuga e li condannò a 28 giorni di reclusione, poi ridotti a sette.


Perché ricordare questa straordinaria avventura di Benuzzi sui ghiacciai del Kenya? Non soltanto perché Benuzzi ha recentemente pubblicato il suo libro "Fuga sul Kenya. 17 giorni di libertà", ma anche perché la lettura del libro ha in qualche modo ispirato un articolo di Jon Moodallem sul " The New York Times", pubblicato tre-quattro giorni or sono.
Il tema dell’articolo, tuttavia, non è tanto incentrato sulla pur strepitosa impresa di Felice Benuzzi, quanto sull’amara constatazione che i ghiacciai del possente Monte Kenya, in particolare il "Lewis", si sono così ridotti rispetto ai tempi della scalata di Benuzzi che gli scienziati prevedono che a breve essi spariranno del tutto.

Fuga Sui Ghiacciai Del Kenya

In particolare Simon Norfolk, un fotografo inglese, si è soffermato sul ghiacciaio "Lewis", riportandone un’impressione sconsolata di degrado: "In piedi, su quel campo di ghiaccio, egli dice, era come stare vicino agli esausti resti di un qualcosa che un tempo doveva essere davvero maestoso". I nostri ghiacciai, ci viene detto e ripetuto , stanno scomparendo velocemente, e oggi la sfida più urgente è quella di individuare un modo efficace per rallentare il degrado della "bellezza del mondo", quella "bellezza" che Felice Benuzzi assaporò nel lontano 1941.

Gli americani, insieme con i cinesi, dopo anni di stasi e di noncuranza, si stanno accorgendo che il problema del degrado ambientale ha ormai raggiunto livelli di allarme tali che è bene tentare di porvi un rimedio senza ulteriori indugi. Se i due colossi del mondo hanno deciso di fare qualcosa, forse c’è davvero da coltivare la speranza che qualcosa sarà fatto.

I nostri pronipoti ce ne saranno probabilmente grati.

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