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Il Governo Ricorre Contro La Ripubblicizzazione Dell' Acquedotto Pugliese


24 luglio 2011 ore 10:22   di Montalbano  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 400 persone  -  Visualizzazioni: 693

Qualcuno ricorderà lo scontro che oppose Beppe Grillo e il Governatore della Puglia, Nichi Vendola, nelle settimane precedenti al referendum che ha poi sepolto sotto una montagna di No la privatizzazione dell’acqua. Nel corso del quale, Grillo, definiva sul suo blog il governatore pugliese un “supercazzolaro che non ha reso pubblica la gestione dell’acqua”. Un giudizio estremamente pesante, che ha certificato la crepa nei rapporti tra il comico genovese e quella parte della sinistra che pure dovrebbe essere un interlocutore del Movimento Cinque Stelle. La risposta di Vendola, è stata affidata all'approvazione definitiva, proprio all’indomani del referendum popolare del 12 e 13 giugno, da parte Consiglio Regionale della Puglia, di una legge che ripubblicizza l’Aqp. ente che era stato trasformato dodici anni prima in società per azioni con un decreto legislativo del governo presieduto da Massimo D’Alema. Decreto che rendeva l'Agp una azienda pubblica regionale, che aveva il compito di subentrare nel patrimonio e in tutti i rapporti attivi e passivi di Acquedotto pugliese s.p.a. Il provvedimento emanato dalla Regione Puglia, però, è stato bollato dai movimenti come un lontano parente del testo licenziato dal tavolo tecnico cui avevano partecipato quasi due anni prima.

Tra i punti contestati, c’è soprattutto quello relativo all’erogazione gratuita del quantitativo vitale, che a detta dei comitati avrebbe dovuto essere a “totale carico del bilancio della Regione Puglia”, mentre secondo l’articolo 13 della legge “avviene esclusivamente nei limiti finanziari dell’avanzo netto di gestione”. Per non parlare della disposizione che prevede la nomina dell’amministratore unico da parte del Presidente della Regione, su parere della Giunta. Insomma, la polemica tra Vendola e i movimenti, alle cui spalle si muove Grillo, rimane alta e si arricchisce spesso di nuove puntate, dovute alla timidezza con cui il Presidente della Regione Puglia si muove su un fronte che pure dovrebbe essere uno dei cardini su cui imperniare una reale alternativa al governo di centrodestra e alle sue politiche di privatizzazione di servizi essenziali, come appunto l'acqua. Ma se il dissidio col fronte degli antiprivatizzatori permane, ad esso si aggiunge un secondo fronte, quello aperto dal ricorso portato alla Corte Costituzionale dal Governo, per mano di Raffaele Fitto, ex Governatore della Regione Puglia, sconfitto da Vendola nel 2005 e oggi Ministro agli Affari Regionali. Che chiude così il triangolo pugliese che da anni caratterizza la scena politica della regione che rappresenta il tacco dello stivale.


Perché il Governo interviene con un vero e proprio atto di guerra aperta all’esito referendario del 12 e 13 giugno? Il motivo è legato alla ripartizione sulle competenze stabilite dall’articolo 117 della Costituzione, che affida in via esclusiva allo stato la tutela della concorrenza e dell’ambiente. In base a quanto stabilito da questo articolo, sempre secondo il Cdm, il decreto legislativo che nel ’99 ha trasformato l’acquedotto più grande d’Europa in società per azioni, prevarrebbe su quanto deciso dalla Regione Puglia. Che però è solo la trasposizione normativa di quanto a sua volta deciso dai cittadini italiani a seguito del referendum di cui sopra. Insomma, al di là del fatto che il provvedimento emesso da Vendola sia insufficiente o meno, esso accoglie la volontà popolare. Contro la quale, invece, si scaglia Fitto con il suo ricorso alla Corte Costituzionale. E ha ragione da vendere l’ assessore regionale alle Opere Pubbliche, Fabiano Amati, quando stigmatizza l’operato del Governo nazionale con un comunicato nel quale accusa lo stesso in quanto “impugna una legge regionale emanata nel rispetto della volontà dei cittadini italiani, piuttosto che intervenire esercitando i suoi poteri legislativi per riordinare la materia nel senso indicato con la consultazione popolare” Tanto da portarlo ad ironizzare pesantemente su quella che suona come una dichiarazione di guerra avanzata nei confronti dei cittadini italiani e per la quale sarebbe stato più coerente che a proporla fosse il Ministro della Difesa.

Non si può in effetti non concordare con Amati, se solo si pensa che il centrodestra italiano ha per anni portato avanti un vero e proprio mantra sul fatto che la politica dovrebbe rispettare la sovranità popolare. Avanzato ogni volta che il Governo si trovava in difficoltà, per motivi vari e quasi sempre legati alla litigiosità interna alla coalizione. Un mantra a targhe alterne, però, visto che quando la volontà popolare va in direzione sgradita allo stesso centrodestra, si tirano fuori cavilli puramente tecnici, come quello di cui stiamo discettando, per mettere una zeppa al pieno dispiegamento della stessa. Insomma, è ancora una volta il caso di dire che la coerenza è un optional per il centrodestra italiano.

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