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Intervento Militare In Libia: Le Solite Ambiguità Italiane?


25 marzo 2011 ore 12:21   di 2tredici  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 317 persone  -  Visualizzazioni: 557

L'approccio dell'Italia agli eventi bellici ai quali il Paese ha partecipato è stato spesso contraddistinto da ambiguità, silenzi, sotterfugi, cambi di campo più o meno repentini. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, alleata di Germania e Impero Austro-Ungarico, l'Italia dapprima si dichiara neutrale ma poi, nel 1915, entra nel conflitto non "a fianco" ma "contro" gli ex alleati (forse lo sbaglio era stato stipulare quel tipo di alleanza ma questo è un'altro discorso). Ci guadagnamo la fama di alleati inaffidabili, tant'è che, nel primo dopoguerra, il vecchio Maresciallo Hindenburg, eroe tedesco della Grande Guerra, raccomanderà (inascoltato) a Hitler: "Mai più con gli Italiani".

Nel secondo conflitto mondiale, alleata della Germania (anche in questo caso il ragionamento prescinde dalla bontà, o meno, di avere scelto tale alleanza), nel 1943 l'Italia firma l'armistizio con gli Anglo-Americani e ciò che resta dello Stato Italiano si schiera contro l'ex alleato.


Nasce la leggenda (e forse nemmeno tanto leggenda) secondo la quale l'Italia non finisce mai una guerra restando nello stesso schieramento nel quale si trovava quando la guerra è iniziata. Nei decenni successivi, anche se il Paese fa parte dell'Alleanza Atlantica e del cosiddetto "blocco occidentale", i suoi Governi non disdegnano ripetuti ammiccamenti con gli Stati del blocco sovietico, nonchè atteggiamenti terzo-mondisti e filo-arabi.

Negli anni novanta del secolo scorso, all'epoca dell'intervento militare in Kosovo, dopo avere entusiasticamente appoggiato l'iniziativa, già dopo nemmeno tre giorni dall'avvio delle operazioni il Governo italiano suggeriva (invano) di vedere quali fossero gli effetti dei bombardamenti prima di decidere se continuare la guerra.

La crisi libica di questi giorni ha nuovamente consentito la rappresentazione di questi nostri vizi atavici.

Partecipiamo alle operazioni militari ma il Presidente del Consiglio dichiara che lo facciamo controvoglia; i nostri aerei da combattimento e i nostri bombardieri si alzano in volo ma, per carità, senza avere l'intenzione di sparare un colpo; ci sta a cuore la sorte dei cosiddetti "ribelli" libici ma siamo anche dispiaciuti (o almeno lo è il Presidente del Consiglio) per ciò che sta accadendo a Gheddafi; il nostro apparato militare si muove ma, alla Camera dei Deputati, per pochi voti quasi viene respinta la risoluzione della maggioranza che autorizza la missione; un Ministro (leghista) apostrofa un suo collega di Governo dicendo che questi si comporta più da Ministro della Guerra che da Ministro della Difesa.

La confusione regna sovrana, anche se, per la verità, questo sta accadendo non soltanto in Italia. Ma ciò che ci differenzia dagli altri grandi Paesi è la consueta mancanza di consequenzialità tra le motivazioni e le azioni.

La Francia vuole cacciare Gheddafi per stabilire più proficue relazioni economiche con la Libia: si butta con decisione nelle operazioni militari.

La Germania ritiene che la sua partecipazione all'impresa danneggerebbe i suoi interessi: se ne chiama fuori.

E l'Italia come si comporta? Ritiene che, probabilmente, gli interessi nazionali in Libia sarebbero danneggiati dalla cacciata di Gheddafi ma, nel contempo, non se la sente di prendere posizione contro l'intervento. Quindi vi partecipa ma con un piede dentro e l'altro fuori, con mille riserve e mille distinguo, finanche asserendo, per bocca di esponenti governativi, che l'adesione all'iniziativa sarebbe quasi un atto dovuto da far poi valere nei confronti degli alleati europei allorchè si parli di ospitalità dei migranti provenienti dal nord-Africa (a tal proposito, vengono quasi in mente le parole dette da Mussolini per giustificare l'entrata in guerra contro la Francia nel 1940: "Mi servono poche migliaia di morti da gettare sul Tavolo dove saranno scritti i trattati di pace").

Ma a parte gli azzardati riferimenti storici, quel che resta sono la nostra consueta ambiguità, la nostra abituale sensazione di incertezza. Un atteggiamento che fa venire in mente quel padre sconsolato il quale, di fronte alla domanda: "Scusi ma sua figlia è incinta?", rispose: "Si ma soltanto un poco".

Però non è una cosa seria.

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