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L' Italia Non è Un Paese Per Poveri


6 settembre 2011 ore 09:22   di Montalbano  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 332 persone  -  Visualizzazioni: 562

Nel nostro paese sono ormai molti anni che i diritti dei lavoratori sono sotto attacco. Sembra quasi che le fortune dell’Italia dipendano dalla compressione di diritti e stipendi di chi presta la propria forza lavoro per portare a casa alla fine del mese uno stipendio che spesso non basta a mandare avanti una famiglia. E infatti, ancora una volta, si ricomincia a parlare di riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che impedisce il licenziamento senza giusta causa nelle aziende che superano i 15 addetti.

E se ne parla in un contesto nel quale la tutela dei lavoratori non c'entra assolutamente nulla, quella Finanziaria che dovrebbe rimettere in carreggiata i conti dello Stato, per far fronte ad una speculazione internazionale che ha individuato proprio nell'Italia uno dei punti deboli del sistema economico europeo.
Come al solito, la discussione riguarda solo un corno del problema, come del resto è consuetudine in un paese ove non si elabora mai una riforma complessiva, ma si procede per tentativi, sperando sempre che venga in soccorso lo stellone. Invece di inquadrare il problema delle tutele del lavoro in un contesto che porti anche ad una riforma degli ammortizzatori sociali, che prevedano istituti in grado di dar riparo a chi perde il suo lavoro, lo si sgancia dal resto della materia, rendendo praticamente indigeribile una controriforma che metterebbe praticamente i lavoratori sotto ricatto da parte di una imprenditoria che ormai da anni, non avendo uno straccio di idea, si illude di poter combattere sui mercati internazionali mediante la compressione del costo del lavoro.


Senza capire, o facendo finta di non capire, che proprio dalle basse paghe dipende buona parte della crisi italiana, in quanto spinge le famiglie ad un abbattimento dei consumi che si riverbera pesantemente sulla produzione. Per capire quanto ciò sia vero, basterebbe ricordare un dato, quello riguardante il boom economico degli anni '60, durante i quali gli stipendi degli operai italiani erano tra i più alti d'Europa. Per cui, il surplus di produzione di quegli anni aveva uno sbocco positivo in un mercato che era messo in movimento da buste paga molto più pesanti di quelle di oggi.

L'ultima cosa da mettere in rilievo è ancora una volta la disparità riservata dalla classe politica italiana ai suoi cittadini, divisi in figli e figliastri: nella prima categoria, rientrano quelle categorie che sono molto rappresentate in Parlamento e che tutelano i propri interessi mostrando le unghie ogni volta che vengono messi in discussione. Il riferimento è agli ordini professionali,ormai diventati una vera e propria casta che antepone il proprio interesse a quello del paese, come è stato reso chiaro nel corso della discussione sui provvedimenti di sistemazione dei conti pubblici elaborati a luglio e nel corso della quale, appena si è accennato ad una eliminazione degli stessi, si è avuta una levata di scudi che ha portato addirittura alla minaccia di una crisi di governo. Ma tanto a pagare sono sempre i lavoratori a reddito fisso, come si può vedere anche in questi giorni.

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