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Le Imprese Italiane E Il Furto Di Denaro Pubblico


7 settembre 2014 ore 13:41   di mariobarbato  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 525 persone  -  Visualizzazioni: 774

Le imprese italiane, davanti alla crisi economica degli ultimi anni, piangono spesso lacrime di coccodrillo, chiedendo alla Stato di intervenire per rilanciare la ripresa. Ma evitano di recitare il mea culpa e di considerarsi in parte responsabili del debito pubblico che affossa la nazione. Non ammettono di far parte di un sistema corrotto dove il ladrocinio pubblico è diventato la norma e non l'eccezione. Lo dicono i mezzi di informazione, che ogni giorno ci comunicano che un ennesimo imprenditore è finito sotto processo per qualche scandalo finanziario. Lo testimoniano anche le inchieste giudiziarie, che annualmente portano sul banco degli imputati migliaia di affaristi pervasi da un solo pensiero: fare i soldi sottraendoli dalle casse dello Stato e quindi dei cittadini.

Sono anni, ormai, che il nostro Paese è sottoposto a un depauperamento delle risorse pubbliche da parte delle imprese italiane. Un processo cominciato nel dopoguerra, quando si intrecciarono le prime manovre per assicurarsi i fondi per la ricostruzione, poi arrivò lo sviluppo economico e la corsa verso i forzieri dello Stato diventò una ressa pubblica. Bastava andare a Roma per capire che tutto era previsto nel gioco dei finanziamenti distribuiti alle imprese colluse con la politica che si dividevano la torta in una spartizione sempre più automatica. Furono gli anni in cui i lavori pubblici diventarono una miniera di profitti inesauribili per le aziende. Ma gli imprenditori non si sporcavano le mani con il cemento, prendevano i soldi, li depositavano su qualche banca estera e poi subappaltavano i lavori ad altre ditte che, per lucrare a loro volta, mandavano avanti i lavori così: materiali scadenti, crediti agevolati, rapida revisione degli stati di avanzamento, sospensione dei lavori e lo Stato, per non fare la figura del miserabile, era costretto ad aprire la borsa e a distribuire altro denaro fresco. Fu uno spreco gigantesco. Centinaia di miliardi sperperati solo per permettere agli speculatori di fare la bella vita e di accompagnarsi con donne inebriate dallo champagne stappato su barche di trenta metri o su terrazze panoramiche di affaristi disonesti.


Sono passati venti anni da quando le inchieste di Tangentopoli smantellarono il sistema politico-economico improntato sulla corruzione, e il fatto che la magistratura ultimamente sia tornata a iscrivere gli imprenditori nel registro degli indagati è la prova che la casta di mammona si è rigenerata come l'Araba Fenice. Gli inquirenti quasi sempre scoprono imprese che si erano riunite in associazioni per delinquere con lo scopo di intercettare i fondi europei per la nascita di piccole e medie imprese. Altre, impunite, continuano a far sparire le agevolazioni finanziarie per la realizzazione di infrastrutture pubbliche che rientrano nei contributi erogati. Sono state scoperte società private che organizzavano corsi di formazione professionale finanziati dalle Regioni, e più spesso dall'Europa, e che risultavano perfettamente inutili, con ragazzi ammassati in stanze fredde e sconfortevoli e liquidati con qualche lezioncina senza capo né coda impartita da professionisti accorsi lì solo per riscuotere sostanziose parcelle. E nessuno controllava. Nessuno si preoccupava di sapere se questi corsi erano utili ai ragazzi o se servivano solo alle scuole per calamitare i fondi europei. Nessuno indagava, perché anche i pubblici controllori e i professionisti accreditati stavano al gioco sporco.

Ogni progetto urbano, ogni sciagura naturale che si abbatte sulla nazione come una maledizione piovuta dal cielo diventa subito l'occasione per un colossale furto. Dopo il terremoto del 2010 che colpì L’Aquila, gli imprenditori già si fregavano le mani pensando alla ghiotta torta degli appalti che sarebbero derivati e ai guadagni illeciti che sarebbero scaturiti. Spingendo la magistratura a mettere sotto esame perfino la costruzione della Questura, visto che dai tre milioni iniziali si era arrivati a diciotto milioni in poco tempo. Ogni evento pubblico, ogni circostanza eccezionale diventa la scusa per una gigantesca rapina. Un esempio su tutti sono state le opere del G8 a L’Aquila: dai duecentonovanta milioni di euro previsti inizialmente, si è arrivati a una cifra finale di quattrocento milioni di euro. La Spesa per il Parco della Musica di Firenze è lievitata da ottanta a duecentotrentasei milioni di euro. A Venezia un’impresa edile realizza un ponte per una cifra di diciotto milioni di euro, anche se il preventivo iniziale prevedeva un investimento di quattro milioni di euro. Interrogato sull’argomento, l’ex sindaco disse: "Ma dove vivete, sulla Luna? In Italia funziona così". Sono scandali recenti, ma che rievocano le grandi speculazioni del passato.

Siamo al cospetto di una rivoluzione plutocratica, di un trionfo di mammona che spinge le imprese a speculare su ogni iniziativa che riguardi le opere pubbliche. Un ladrocinio perpetrato da imprese odierne che profittano sui grandi progetti architettonici, sulle aree edificabili, costruendo immobili e prendendo strutture da un posto per trasferirle in un altro, con annessi guadagni sulle realizzazioni e sulle demolizioni. Non sono imprenditori, sono lupi rapaci che conoscono a menadito l’arte di rapinare i soldi dello Stato con industrializzazioni impossibili, con urbanizzazioni demenziali, con progetti truffaldini, e il governo rende il furto più semplice, aprendo i cordoni della borsa e lasciandosi rapinare. La magistratura ha scoperto come molte opere urbanistiche, una volta cominciate, sono spesso lasciate incomplete. E le inchieste giornalistiche hanno portato a galla ospedali, edifici comunali, stazioni ferroviarie, scuole e tribunali iniziati anni prima e mai ultimati. Sono scandali imprenditoriali finalizzati a carpire i soldi del governo e davanti ai quali le lacrime di coccodrillo che le aziende adesso piangono, a causa della crisi economica, dovrebbero solo tramutarsi in un mea culpa senza remissione e senza perdono.

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