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Meglio I Licenziamenti Facili O Le Dimissioni?


1 novembre 2011 ore 23:45   di claquag  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 439 persone  -  Visualizzazioni: 722

Ci risiamo, dopo averlo nascosto fra le pieghe del decreto di agosto il tema dei licenziamenti facili riappare miracolosamente nella lettera consegnata la scorsa settimana dal premier Silvio Berlusconi all'Unione Europea, che manifesta per l'argomento una vera ossessione, paragonabile a quella per il sesso di cui si è a lungo parlato negli ultimi mesi.

L'insistenza con cui viene proposto evidenzia una vera e propria mania punitiva nei confronti dei lavoratori dipendenti, evidentemente considerati il maggiore bacino di voto dell'opposizione e pertanto al centro del mirino, anche in vista delle elezioni del 2013 o, più probabilmente, del 2012.


Ma vediamo di restringere il campo dell'analisi ai soli effetti sullo sviluppo economico che la misura dovrebbe apportare.Più volte il governo e gli imprenditori, che rappresentano ovviamente il popolo degli elettori del centro destra (ricordate la frase di Berlusconi ad un convegno pre-elettorale di Confindustria "io sono uno di voi") hanno evidenziato come sia necessaria una riforma del mercato del lavoro per ottenere una maggiore flessibilità nell'aplicazione dei contratti, al fine di rispondere alle esigenze imposte dalla globalizzazione dei mercati.

In realtà una prima serie di norme in materia è già stata emanata da tempo, pensiamo alla cosiddetta "Legge Biagi", creando enormi distorsioni dovute alla creazione di figure contrattuali anomale che hanno sviluppato in misura superiore al previsto il cosiddetto fenomeno del precariato.

Di conseguenza la situazione attuale del mercato italiano è caratterizzata dalla presenza in sostanza di due categorie: da una parte i lavoratori a tempo indeterminato in maggioranza assunti fino agli anni novanta con tutte le tutele economiche e normative previste dall'evoluzioni delle lotte sindacali degli anni sessanta e settanta, dall'altra una sempre più crescente fetta di lavoratori atipici, ovviamente tutti giovani, con stipendi a livello di sopravvivenza e quasi nessuna tutela normativa.

L'impostazione nelle dichiarazioni ed intenzioni degli esponenti di governo è quella di scatenare una guerra generazionale, provocare un senso di colpa nei padri che rubano il posto ai figli. Ma dietro questa falsa diatriba vi è la volontà di smontare pezzo per pezzo l'insieme delle tutele e dei trattamenti economici, in quanto è evidente il risparmio che verrebbe realizzato da parte delle aziende sostituendo i "vecchi" lavoratori con i "nuovi", sottopagati.

Ma oltre all'evidente vantaggio economico è ancora più rilevante il pericolo dell'utilizzo improprio dello strumento del licenziamento, che verrebbe a configurarsi come una minaccia sventolata continuamente agli occhi del lavoratore che non soggiace ai voleri dell'imprenditore. Quindi flessibilità in un unico senso, con il lavoratore costretto a subire qualunque tipo di richiesta venga dal datore di lavoro, in tema di riconoscimenti economici, di orari di lavoro, di mancata fruizione di ferie e festività e chi più ne ha più ne metta. Possiamo immaginare che il trattamento riservato sarebbe assolutamente paragonabile a quello tuttora vigente per i lavoratori in "nero" e per gli extacomunitari, situazioni che ben esemplificano il modello ideale che le aziende vorrebbero adottare e che è stato sposato in pieno dall'attuale governo.

Fin qui abbiamo parlato dei vantaggi per le aziende e dei danni per i lavoratori, ma il provvedimento dovrebbe far parte di una serie di misure a sostegno dello sviluppo economico per favorire la ripresa del paese piombato nella peggiore crisi dal dopoguerra. E quindi, quali vantaggi porterebbe se diventasse legge, superando le varie traversie paralmentari e le inevitabili proteste di piazza?

La risposta è facile: nessuno, anzi sarebbe probabile un danno per il sistema ed un ulteriore decrescita del paese.

Posto che il reddito prodotto possa essere lo stesso come viene distribuito e che effetti comporta sulla ricchezza nazionale?

Le vittime predestinate delle crisi economiche e sociali degli ultimi anni sono stati gli appartenenti alla cosiddetta classe media, cioè in sostanza quegli individui il cui livello di reddito consente non solo di soddisfare le primarie esigenze per la sopravvivenza ma di destinarne quote al consumo di beni e servizi non indispensabili od all'accumulo di risparmi per fronteggiare le esigenze future, oppure a combinare entrambi gli obiettivi qualora possibile.

In questa cornice si possono sostanzialmente ricondurre i lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato (in particolare delle aziende medio grandi) in maggioranza con contratti di lavoro a tempo indeterminato e quindi livelli retributivi e normativi risalenti ad epoche precedenti alle ultime riforme del lavoro. A questi vanno aggiunti anche lavoratori autonomi, artigiani e commercianti le cui attività indipendentemente dalla forma giuridica con cui sono esercitate fanno capo al titolare ed alla sua famiglia.

Tratti distintivi di entrambe le categorie è la destinazione del reddito al soddisfacimento dei bisogni personali e dei propri familiari, indirizzando pertanto l'eventuale accumulo alla creazione di riserve per essi e per la gestione degli eventi futuri, escludendo quindi la creazione di profitto finanziario come obiettivo primario dell'attività.

Si tratta quindi di una collettività importante, anzi statisticamente la più numerosa considerando l'intera popolazione; in particolare i lavoratori dipendenti rappresentano all'incirca il 75% dell'intera forza lavoro e pertanto appare subito evidente che gli effetti della misura andrebbero moltiplicati su una collettività numericamente rilevante.

Ma come si comporta la classe media ed in particolare i lavoratori dipendenti?

Il ceto medio si è sviluppato in seguito alla crescita economica globale dopo la seconda guerra mondiale, quando l'elevato grado di industrializzazione ha consentito di aumentare la produzione riducendo il tempo ed i mezzi impiegati per produrre i beni. Di conseguenza i lavoratori hanno avuto la possibilità, grazie alle lotte sindacali intraprese, di ridurre l'orario di lavoro ed aumentare il salario a disposizione.

Questo meccanismo ha creato in pratica la figura del consumatore, cardine dell'attuale sistema capitalistico e produttivo, in quanto con maggiori risorse economiche e di tempo i lavoratori hanno cominciato ad utilizzare il reddito per acquistare beni e servizi non strettamente necessari o derivanti dalle evoluzioni tecnologiche, creando un processo virtuoso per le aziende che vedevano aumentare la produzione ed i profitti; analogo destino toccava agli stati stessi che dalla crescita della ricchezza incameravano maggiori risorse da destinare al proprio funzionamento.

Ma questo processo ha un limite fisiologico, perché non è automatica la crescita dei consumi all'aumentare del reddito, in quanto oltre un certo limite la propensione al consumo si stabilizza, in quanto non esistono nuovi beni da acquistare oppure la soddisfazione per il possesso non giustifica l'ulteriore spesa, limite che mediamente è lontano da raggiungere per i lavoratori dipendenti.

Ma dall'altra parte i possessori di ingenti redditi che superano tale limite hanno mutato nel corso degli anni il loro comportamento, non indirizzando più la ricchezza prodotta al reinvestimento nelle proprie attività, fatto che aveva consentito negli anni del boom economico la crescita del sistema, in quanto i nuovi investimenti creavano nuovi posti di lavoro e immettevano nuovamente nel sistema liquidità generando un circolo virtuoso. Negli ultimi decenni si è affermato il fenomeno dell'esportazione dei capitali all'estero e della crescita della speculazione finanziaria, oltre ad una crescita esponenziale dell'evasione fiscale proprio per favorire tali attività, diventando in un numero crescente di casi l'attività primaria degli imprenditori.

Quest'ultimi pertanto utilizzano gli utili delle aziende non più per far crescere l'attività ma principalmente per aumentare a dismisura la propria ricchezza personale, a danno dell'intera collettività che vede redistribuire in maniera sempre meno equa il reddito prodotto dalla nazione. Non solo, gli stessi imprenditori protagonisti delle azioni sopra citate sono in genere gli stessi che presentano bilanci in perdita ed accedono alle risorse pubbliche della cassa integrazione, quando non arrivano a far fallire la propria impresa volontariamente lasciando i creditori con un pugno di mosche ed i lavoratori in mezzo ad una strada, tranne poi ricominciare daccapo con una nuova azienda vergine.

Quindi, per tornare al nocciolo della questione, i lavoratori dipendenti sono la fetta della popolazione con la maggiore propensione al consumo e disponibilità al sostegno delle aziende mediante l'investimento finanziario dei propri risparmi, le imprese invece sono sempre più protagoniste di speculazioni finanziarie che sottraggono ricchezza al paese e pertanto l'ulteriore spostamento del reddito e le agevolazioni previste dalla legge sui licenziamenti che potrebbe essere approvata avrebbe come evidente risultato una drastica riduzione dei consumi interni (ricordiamo che la produzione è rivolta in media per circa l'80% al mercato interno), minori risorse da destinare al sostegno diretto delle imprese sane, possibile incremento dell'evasione fiscale e ricorso a strumenti pubblici di sostegno del reddito per i disoccupati, aumento della speculazione finanziaria e trasferimenti illeciti di capitali all'estero.

E tutto questo dovrebbe servire a risanare il debito pubblico e fungere da volano allo sviluppo del paese?

Come diceva un famoso slogan pubblicitario ...

"meditate gente, meditate".

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