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Sul Catalogo Nazionale Delle Armi Il Ministero Fa Orecchie Da Mercante


1 febbraio 2012 ore 19:40   di GiulioMagnani  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 584 persone  -  Visualizzazioni: 1099

C'era da aspettarselo che il ministero dell'interno non avrebbe gradito l'eliminazione del catalogo nazionale delle armi comuni da sparo e, probabilmente, ci sarebbe stato anche da aspettarsi che, come troppo spesso ha fatto, avrebbe agito in piena violazione della Legge. Difatti questo è quello che puntualmente è accaduto, appena una settimana dopo la soppressione effettiva del famigerato catalogo, avvenuta il primo gennaio con l'entrata in vigore della legge di stabilità per l'anno 2012 (L. 12 novembre 2011, n. 183).

E solo il 7 gennaio, nella gazzetta ufficiale n. 5/2012, il ministero ha pubblicato uno sconcertante "269° aggiornamento del Catalogo nazionale delle armi comuni da sparo". Sconcertante tanto per i contenuti, che in parte vedremo in seguito, quanto per l'aperto affronto che tale pubblicazione rappresenta: la disapplicazione pura e semplice della Legge, approvata dal Parlamento e firmata dal Presidente della Repubblica. Ma chi saranno mai costoro rispetto agli illuminatissimi funzionari del ministero? Nessuno, mezze cartucce forse pure delegate dal Popolo Sovrano, ma che di Pubblica Sicurezza non capiscono nulla in confronto agli illustrissimi burocrati anzi detti...


Già il titolo del comunicato lascerebbe perplessi: "aggiornamento del Catalogo nazionale delle armi comuni da sparo". Aggiornamento di cosa? Come di cosa, diranno al ministero, del catalogo delle armi di cui all'art. 7 della legge 110/75!
Per sicurezza meglio leggerlo con attenzione, meglio ancora se proprio dal sito NORMATTIVA (www.normattiva.it), il "portale della Legge vigente", realizzato e gestito dall'Istituto Poligrafico dello Stato, lo stesso che pubblica le gazzette ufficiali. Ebbene troviamo il portale, cerchiamo la legge 110/75 e, trovata, non resta che andare a leggere questo famoso art. 7. Che recita testualmente: "((ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 12 NOVEMBRE 2011, N. 183))".

Qualcosa non quadra: dov'è che si parla di catalogo? Non si capisce. Scorrendo il testo del comunicato, oltre a diverse altre amenità, si richiama spesso questo articolo 7, possibile mai che al ministero non si siano accorti che non esiste più? Forse si saranno dimenticati di comunicarglielo? Forse al ministero la gazzetta ufficiale la usano solo per comunicare le loro scemenze e non anche per tenersi aggiornati sulla normativa vigente? Nei farraginosi passaggi della burocrazia e delle istituzioni italiane tutto può essere.

A onor del vero tutti gli aggiornamenti pubblicati in gazzetta risalgono al 3 novembre scorso, quando dell'abolizione del catalogo ancora non si era discusso. Certo è, però, che non ha nessun senso pubblicare, posteriormente alla sua cancellazione, l'aggiornamento di uno strumento che non esiste più. Se non quello di lanciare un messaggio preciso: la Legge cambia, ma il ministero tira diritto. Accertato quindi che il ministero, in barba alle leggi in vigore (e a quelle non più in vigore), continua ad aggiornare il catalogo ormai defunto, possiamo dare un'occhiata anche al contenuto del comunicato.

Questo si compone di un comunicato vero e proprio con un sunto di tutti i precedenti aggiornamenti del catalogo, di una serie di note da inserirsi nelle schede di catalogazione di armi catalogate in precedenza, di una serie di rettifiche alle note inserite tramite gli aggiornamenti precedenti, della comunicazione di un rifiuto di iscrizione e, in allegato, delle schede delle nuove armi catalogate.

Ovviamente non potevamo non aspettarci, nelle schede allegate, che già vi fossero inserite le solite illegittime note riguardo al bloccaggio con adesivo dei freni di bocca. E sempre riguardo ai temutissimi freni di bocca, continuano le note in cui si specifica che l'arma può avere un freno di bocca, ma a condizione che sia eseguito mediante foratura della canna specificando la posizione dei fori e persino l'impresa che può eseguire la lavorazione. Un freno di bocca analogo ma eseguito da un diverso armaiolo sarebbe sufficiente, quindi, a rendere l'arma alterata o clandestina. Nelle teste dei burocrati.
Nelle schede delle armi catalogate coi numeri dal 19394 al 19407 compaiono delle note assolutamente vessatorie. Trattandosi di armi da importare, l'importatore deve regolarizzarle apponendo su di essa tutti i segni identificativi di cui all'art. 11 L. 110/75 (fabbricante, modello, matricola, paese ed anno di fabbricazione, calibro). Essendo queste tutte armi con fusto in polimeri, ovviamente non è possibile apporre questi segni identificativi sul fusto, in quanto potrebbero essere alterati o cancellati troppo facilmente, senza contare che in quasi tutte le armi "polimeriche" il fusto vero e proprio non è quello in polimeri, ma quello metallico contenuto all'interno e di cui la parte plastica non è che un guscio, un involucro separato non rientrante tra le parti di arma. La soluzione sarebbe semplice: l'art. 11 non dice che tali segni identificativi devono essere impressi sul fusto, ma più genericamente su di una parte essenziale come prevista dall'art. 1-bis del D.L. 527/92, ovvero "la canna, il fusto o la carcassa, il carrello o il tamburo, l'otturatore o il blocco di culatta". Appare quindi logico che se il fusto è in polimeri o più spesso è contenuto o annegato nei polimeri, le marcature si apporrano sul carrello. E invece no. Cosa s'inventano il ministero e la terribile Commissione Centrale Consultiva per il Controllo delle Armi? Che i segni distintivi di cui sopra devono essere impressi su di una piastrina metallica annegata per fusione nel fusto polimerico! Il che equivale a dire che occorrerebbe una produzione speciale per gli esemplari destinati al mercato italiano o che l'importatore - che non dimentichiamoci non necessariamente è una impresa specializzata ma spesso può essere anche un cittadino comune che decide di risparmiare qualche spicciuolo ordinando l'arma dall'estero - dovrebbe procedere ad una operazione macchinosa e delicata solo perché i funzionari del ministero si sono dovuti inventare una nuova regoletta delle loro. Ovviamente secondo tali funzionari un'arma catalogata con una simile nota ma che avesse i segni identificativi sul carrello invece che sul fusto sarebbe da considerarsi anche questa alterata e magari clandestina, in quanto non rispondente alle prescrizioni del catalogo.

Veniamo ora a due abusi gravissimi che abbiamo notato e che potrebbero avere conseguenze molto pesanti su cittadini assolutamente onesti, ma colti alla sprovvista dai delinquenti ministeriali. Si tratta della sezione relativa alle rettifiche, in cui ci accorgiamo della modifica delle note di due armi. Le trascriviamo testualmente: "Al numero 15463 dov'e' scritto Nota: L'arma e' stata qualificata da tiro per uso sportivo. Leggasi Nota: L'arma puo' camerare anche 5 cartucce in cal. .22 Short." ed "Al numero 15464 dov'e' scritto Nota: L'arma e' stata qualificata da tiro per uso sportivo. Leggasi Nota: //". I lettori più addentrati nella materia avranno già capito la gravità della cosa.
In sostanza il ministero, modificando le note in calce alle schede di catalogazione, ha "eliminato" la qualifica di arma sportiva relativa a questi due particolari modelli di carabina (Marlin Golden 39 A e Springfield Armony 1903). Entrambe sono in cal. .22 LR e conseguentemente non ne è consentito l'uso venatorio (ai sensi dell'art. 13 L. 157/92), così che tornerebbero ad essere delle generiche armi comuni. Il problema nasce per i cittadini detentori di tali armi, i quali potrebbero ritrovarsi, a loro insaputa, a superare i limiti numerici previsti dall'art. 10 L. 110/75 per le armi comuni non sportive o da caccia. E chi tra loro dovesse superare il limite già detto, ovvero di tre armi comuni, rischierebbe la reclusione da uno a quattro anni e una multa da 1.500 euro a 10.000 euro, ai sensi del medesimo articolo.

Per fortuna il catalogo è storia passata e quindi questi abusi del ministero lasciano il tempo che trovano, ma se fosse stato ancora in vigore l'art. 7 della L. 110/75, che istituiva il catalogo, la violazione sarebbe stata gravissima in quanto la catalogazione è per legge un atto definitivo e tale si deve intendere anche la qualifica di arma sportiva. Oltretutto dietro a queste rettifiche si cela una perfida ipocrisia dei burocrati del ministero, i quali nei "criteri per la catalogazione delle armi comuni da sparo" (pubblicato sul sito www.space.interno.it ed attualmente "in fase di revisione") negavano la possibilità di chiedere il riconoscimento della qualifica di arma sportiva per armi catalogate in passato, proprio per evitare che ignari cittadini avrebbero potuto ritrovarsi a detenere armi sportive avendole acquistate e denunciate come semplici comuni.
C'è da sperare che tale genere di rettifiche non abbia dei precedenti o molte persone potrebbero correre il concreto rischio di passare guai seri.

Ovviamente, come in tutti i periodi di transizione legislativa, si apre un periodo in cui la giurisprudenza dovrà adeguarsi e scegliere una strada nuova. E certamente nessuno vorrà essere tra le "cavie" su cui i giudici dovranno indirizzare i futuri filoni interpretativi. Il nostro consiglio non può che essere, per chi detenga armi sportive, di verificare che esse al 31 dicembre scorso lo fossero ancora. Perché, ricordiamo, anche se il catalogo è stato abolito non è così per la categoria delle armi sportive (istituita con la L. 85/1986) e pertanto rimangono pienamente in vigore anche i limiti di cui all'art. 10 L. 110/75. Solo che, non esistendo l'elenco delle armi sportive previsto dalla L. 85/1986, ma essendo la qualifica annotata nella scheda di catalogazione di ogni singolo modello di arma, se necessario bisognerà documentare la qualifica esibendo proprio le vecchie schede di catalogazione.
A meno che non vogliamo affermare che una volta eliminato il catalogo, non esistendo l'elenco delle armi sportive, tutte le armi siano tornate semplicemente comuni. Ma preferiamo non pensare alle conseguenze di una tale interpretazione e mantenerci su quella più logica.

Questa complicata situazione è il frutto della frettolosa eliminazione del catalogo, non accompaganta dall'adeguamento delle norme implicate. E, purtroppo, già tutti sappiamo che il ministero dell'interno e la perfida Commissione tenteranno in tutti i modi di "adeguare" la normativa a modo loro, tramite i soliti decreti e circolari di dubbia legittimità. L'importante è non farsi cogliere alla sprovvista, perché il ministero perde il pelo, ma non il vizio.

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