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Totò Riina E La 'morte Dignitosa'


6 giugno 2017 ore 16:27   di Patrizio_ag  
Categoria Attualità e Gossip  -  Letto da 335 persone  -  Visualizzazioni: 362

La decisione della prima sezione della Corte di Cassazione di accogliere l'istanza dei legali di Antonio (Totò) Riina sul differimento della sua pena detentiva e l'ordine fatto al Tribunale di sorveglianza di Bologna di procedere per un regime carcerario diverso dalla massima sicurezza previsto dal 41bis, è come il titolo di apertura di una nuova pagina di sconforto per la società italiana.

È un altro tassello, l'ennesimo, al caos che sembra dominare la nostra vita sociale e quella dello Stato; ancora una volta sembra impossibile perseguire un modo "normale" e lineare nell'osservare anche i più semplici tra i principi fondamentali, e si finisce sempre sbalorditi per come questa o quell'Istituzione risulta del tutto scollata e scollegata dai "sentimenti" della maggioranza dei cittadini.
Infatti, qual è il senso di questa decisione della Suprema Corte? Vogliamo etichettarlo come «buonismo»? È un termine "tanto caro" e così abilmente usato per stigmatizzare alcuni atteggiamenti caratterizzati da eccessivo lassismo e permessivismo; è usato quasi sempre contro alcune correnti e partiti politici. Adesso il "germe" del buonismo è arrivato fino ai più alti livelli (istituzionali) della magistratura, oppure ci sono state altre spinte dietro questa decisione della prima sezione?
Ma non ci sarà stato niente di "torbido", forse solo un adeguamento alle leggi internazionali sul rispetto dei diritti umani è stata la motivazione perché i magistrati si sono pronunciati in questo modo.


Ma io credo che in questi giorni, parlando di «morte dignitosa» garantita dallo Stato di diritto, non va dimenticato quanto accaduto qualche mese fa quando si spense "DJ Fabo" in Svizzera. Era un uomo alla fine dei suoi giorni che sembrava avere tutto il conforto affettivo e spirituale dei suoi cari intorno a lui. Eppure la maggior parte dei cittadini a quel tempo sembravano essere d'accordo sul fatto che quell'uomo non stava arrivando con dignità alla fine dei suoi giorni: la sua vita non era più vivibile, il suo corpo non era più "abitabile" dalla sua coscienza; il disagio dell'infermità, del dolore e della cecità era troppo opprimente per poter dire che avrebbe lasciato serenamente questo mondo.

Vedete, se vogliamo parlare di una morte dignitosa in termini di diritto, i casi di DJ Fabo e quello che sta interessando uno dei capi di Cosa Nostra devono essere considerati con le stesse logiche, perché la Legge è uguale per tutti anche in questo senso. Si dice che Riina è molto malato e oltre ad avere un'età avanzata il male che l'ha colpito (si parla di cancro), quando sarà allo stadio terminale lo porterà in uno stato d'infermità e dolore, forse anche a una vera e propria - e inevitabile - agonia. Dove sarebberero in termini pratici ed esistenziali - quelli cioè di cui si deve occupare la Giurisprudenza, lasciando alla Medicina i suoi spazi - la differenza tra questi due tipi di malati terminali? Poi basta farsi qualche domanda retorica sulle terapie del dolore, sull'assistenza a soggetti gravemente infermi e sul fatto se queste cure ultime siano o meno disponibili anche per un detenuto in regime di massima sicurezza.

Il fatto è, come la morte di Bernardo Provenzano conferma, che non c'è incompatibilità tra una malattia in stadio terminale e il 41bis; e infatti non mi pare che la Corte abbia usato il termine incompatibilità nella sua ordinanza, si è solo citata la morte dignitosa. Ma allora ragioniamo ponendoci la domanda in questi termini: "perché la Suprema Corte ha deciso che è nel diritto del detenuto Riina poter terminare la sua vita anche con il conforto della vicinanza dei cari e dei suoi familiari?"
Prima di ogni altra cosa, prima di qualunque dietrologia o illazione su quello che può esser successo come retroscena della sentenza o su quello che potrebbe fare un anziano capo di Cosa Nostra fuori di prigione, pensiamo se sia davvero «dignitoso» che un criminale colpevole di centinaia di assassini e di eversione contro lo Stato, abbia il diritto di riacquisire la sua sfera sociale-affettiva e molte di quelle libertà che, secondo il codice penale, gli furono legittimamente negate a causa dei suoi reati.
Certe cose lo Stato non deve perdonarle, ne va della sua integrità, permesso che non ci siano restati altro che lo sconforto e il caos.

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