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Baustelle - I Mistici Dell' Occidente


16 ottobre 2012 ore 18:43   di Maria_Elena_Soldani  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 319 persone  -  Visualizzazioni: 479

I Baustelle sono un gruppo italiano formatosi nel 1996 in provincia di Siena. I Mistici dell'Occidente è l'album uscito nel 2010 divenuto disco d'oro nello stesso anno e protagonista di un mini tour di quattro date a Torino, Milano, Roma e Firenze. Per l'occasione, oltre ai membri storici Francesco Bianconi (voce, chitarre e tastiere), Rachele Bastreghi (voce, tastiere e percussioni) e Claudio Brasini (chitarre), sul palco c'erano quattro fiati, quattro voci e gli GnuQuartet, un quartetto d'archi alternativo.

I Baustelle si sono fatti conoscere come gruppo indipendente per il tentativo, da considerare riuscito, di unire la struttura e le melodie semplici del pop al sound aggressivo del rock. Altra peculiarità della loro produzione è l'influenza della musica anni '60 e '70. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, i gruppi dai quali attingono non sono quelli del rock progressive, bensì quelli del pop più impegnato adatto ad un pubblico non più giovanissimo: non Gianni Morandi o Rita Pavone, ma i Nomadi e Franco Battiato. La presenza più evidente, però, è quella di De André, soprattutto per quanto riguarda l'uso della voce. Bianconi, infatti, usa un timbro molto netto, privo di vibrato e si muove su tessiture comode senza mai alzare i toni, ma scandendo anche le parole più sgradevoli o rabbiose con estrema precisione e senza enfasi, quasi come una macchina. Il suono è ulteriormente rinforzato dall'unisono: sembra siano state sovrapposte due registrazioni della stessa voce, come se a parlare fosse una divinità dall'alto delle nubi. La Bastreghi, al contrario, è poco presente ed esprime amara sofferenza, ma sempre a volume basso, come se lamentarsi fosse inutile e la rassegnazione cosciente fosse l'unico modo di riscattarsi da un'esistenza grigia e vuota.


I testi si limitano spesso ad elencare gli elementi di una situazione o di un contesto che, per quanto indesiderati, non sono modificabili: due persone che non si amano più, luoghi d'infanzia stravolti dal tempo, un fratello cambiato dalla vita e ormai lontano; la realtà è un'entità che ostacola la libertà delle persone e le spinge all'inerzia come un macigno sul cuore. Perfino le parole di ribellione sembrano pronunciate più per senso del dovere che non per incitare all'azione concreta. Gli arrangiamenti sono concepiti per accompagnare i testi con melodie elementari costruite sulla ripetizione continua di uno, massimo due frammenti a volte sottolineati da un ritmo strascicato che ricorda i lenti degli anni '60. I tributi musicali comprendono anche l'elettronica degli anni '70 (quella dei sinth) e addirittura Ennio Morricone dei western (una traccia porta il nome di un film di Clint Eastwood, "Gli spietati"). Anche nei testi le citazioni letterarie sono innumerevoli: lo stesso titolo dell'album è ripreso da quello di un libro di Zolla del 1963.

La voce, dunque, è l'unica protagonista: plana sul tempo scandito dalla batteria per attraversarlo senza prenderne parte, come uno spettatore dimenticato e solo che cerca di avvisare gli altri della loro inutilità e infelicità congenita. La miscela di spunti appartenenti al passato con i testi di profonda denuncia conferisce ai brani un senso di straniamento in cui è contenuto un principio di comicità: è come se i gruppi famosi degli anni '60 avessero fatto un salto nel tempo conservando la loro natura musicale senza riuscire ad evitare di farsi influenzare da una realtà di pura decadenza. Il risultato è un completo rinnovamento del genere pop-rock.

Non lasciatevi ingannare da un primo ascolto: l'originalità de I Mistici dell'Occidente non è immediatamente intuibile, occorrono pazienza e una buona dose di cultura, ma lo sforzo sarà pienamente ripagato.

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