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Bob Dylan: Settant'anni Di Musica Da 'freewheelin'' A 'crooner'


28 maggio 2011 ore 14:57   di DannyJoyd  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 522 persone  -  Visualizzazioni: 838

A volte è facile pensare ai grandi artisti della musica internazionale come ad individui che trascendono il normale concetto di essere umano: non invecchiano, non si ammalano, non muoiono. Poi, un giorno, può bastare una foto a ricordarci che la loro vita, come la nostra, è destinata a proscuigarsi fino a terminare.Così come lo ricordarono i solchi sul viso dell'apparentemente intramontabile Johnny Cash, segnato dal tempo e dal suo outlaw's lifestyle, negli ultimi anni della sua vita, oggi lo ricorda il ghigno di un anzianotto di settant'anni, di nome Robert Allen Zimmerman, conosciuto al mondo come Bob Dylan.

Una leggenda americana, musicista, cantastorie, intrattenitore, ironico e pungente autore di brani dall'innegabile originalità, ipnotizzatore di massa, portavoce generazionale, profeta e chi più ne ha più metta.Il fatto è, che Bob Dylan, uomo dalle mille etichette, non ne ha mai accettata una sola. Anzi, non ha mai nascosto l'imbarazzo e il disgusto per ciò che ha sempre sentito di non essere.


Detto ciò, è innegabile che buona parte del suo successo sia derivato dall'alone di mistero, di religiosa idolatria, di fanatismo che lo hanno accompagnato per molti anni della sua vita (e forse non lo hanno mai del tutto abbandonato.Oggi, a settant'anni compiuti, Bob Dylan non accenna a fermarsi. Il Never Ending Tour continua, i dischi abbondano e i premi non mancano. Sembra passata una vita da quando, al Greenwhich Village, New York, bussava per chiedere un divano dove dormire, o un locale in cui suonare.

Il suo, ormai, è un compleanno da rockstar, anzi, da star; senza etichette di alcun genere. Poeta, pittore, musicista, scrittore, Bob Dylan ha incarnato in sé forse una sola e generica etichetta: quella dell'artista. Molti sono gli episodi della sua vita che ognuno di noi almeno in parte ricorda. I canti definiti (da tutti tranne che da lui) di protesta, le frasi provocatorie e spesso mal interpretate (celebre quella riguardo all'assinio di Kennedy), i fischi e gli insulti al Newport Folk Festival (la cui scelta “elettrica” non fu apprezzata per niente) il cambio di voce in “Nashville Skyline”, con il prima citato Johnny Cash, le travagliate storie d'amore (chi non ricorda Joan Baez?), l'incidente in moto, la momentanea scomparsa dalle scene e il ritiro in famiglia, per non citare la “conversione”, i dischi cristiani e le obiettive cadute di stile.

Eppure il vecchio Bob ha sempre saputo come rialzarsi, come sostituire le parti di pubblico deluse del suo percorso con nuovi sostenitori, portando alla luce nuovi album, nuove conquiste, nuove sonorità, nuovi Grammy e un indimenticabile Oscar (“Things Have Changed”). Ad oggi, Bob Dylan è uno degli artisti di tutti i tempi più longevo e più influente della storia della musica, senza azzardi ed esagerazioni.

Se c'è chi amava il “freewheelin'” Bob Dylan, con il suo fare da sognatore, i suoi testi socialmente e politicamente impegnati, le sue partecipazioni ai festival folk, e l'accoppiata chitarra acustica/armonica a bocca, degna di qualunque folk singer che si rispetti, oggi c'è chi lo ama per la sua voce bassa, roca, spesso profonda, da vero crooner (complici le innumerevoli sigarette fumate e le corde vocali consumate dai continui live). Che sia vero, come egli tesso ha dichiarato, che la voce di Louis Armstrong ogni tanto gli faccia visita? Forse, ma poco importa.

Bob Dylan brilla ormai di luce propria, e nonostante gli evidenti settant'anni, ha ancora molto da raccontare, come un anziano nonno esperto di vita, che si rivolge ai suoi nipotini con esperienza, saggezza, un pizzico di malinconica amarezza e, cosa moderna più che mai, un raffinato gusto per il vintage.

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