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Cinema & Dintorni: Non È Un Paese Per Vecchi - Recensione


27 giugno 2013 ore 12:18   di SybilVane  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 415 persone  -  Visualizzazioni: 648

L’avidità umana può condurre al massacro. A causa sua muoiono innocenti, muoiono colpevoli, muore chi si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato.
In "Non è un paese per vecchi" l’avidità è motore attivo e distruttivo dell’azione. I Coen affrontano le sue più pericolose conseguenze nel film più violento della loro carriera. Il risultato è un noir atipico, acciecato dalla luce del sole texano, in cui si combinano sangue, soldi, e droga.

In sintesi, lo si potrebbe definire una caccia all’uomo senza quartiere. O il gioco del gatto col topo. Con una piccola variante però: il topo non ha idea di chi sia il gatto e il gatto non ha mai visto in faccia il topo. E’ proprio qui che sta l’anomalia: i Coen s’impadroniscono di un genere a loro più che congeniale (Fargo, L’uomo che non c’era) e ne sovvertono completamente le dinamiche. I tre personaggi principali non vengono mai ripresi insieme, non hanno scene corali e non si incontrano quasi mai di persona. Solo Carla Jean Moss (una matura Kelly Macdonald) parla a turno con ognuno di loro; gli altri personaggi, meno caricaturali e grotteschi del solito, fanno da supporto esclusivo o all’uno, o all’altro, o all’altro ancora.


L’uno è il buono Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), sceriffo in carica prossimo alla pensione e narratore della vicenda. A muoverlo sono un codice d’onore vecchio di generazioni e radicati sensi di colpa che lo logorano dall’interno ma che si rivelano gradualmente, e che regalano al personaggio uno spessore psicologico altrimenti limitato.
L’altro è il cattivo Anton Chigurh (Javier Bardem), un serial killer psicotico diverso da qualsiasi altro serial killer psicotico, inquietante nei modi e nell’aspetto, taciturno e misterioso. Di lui non si sa chi sia né da dove venga, se ne conosce solo il modus operandi: meticoloso, spietato, implacabile.
L’altro ancora è "quello-che-sta-nel-mezzo", né buono né cattivo, il Llewelyn Moss (Josh Brolin) a cui è capitato di imbattersi in uno scambio di droga finito male, a cui è capitato di trovare la valigetta con i soldi, a cui è capitato di disturbare il cattivo. L’uomo sbagliato al momento sbagliato.
Perché sopra il buono, il mediano e il cattivo sta l’elemento portante dell’intera struttura, artefice imprevedibile di tutti i colpi di scena: la casualità. La casualità salva (Moss casualmente non è in casa quando Chigurh va a cercarlo per la prima volta), la casualità distrugge (Chigurh uccide barbaramente chiunque trovi lungo il suo cammino). E’ la casualità che sostiene l’intero apparato, figurativamente rappresentata dal gioco del "testa o croce" con cui Chigurh decide il destino di alcune sue vittime. Giusto, le vittime: la violenza sulla scena è causata quasi esclusivamente dal personaggio di Chigurh ma in linea con il suo profilo psicologico, peraltro magistralmente delineato da Bardem, la morte nel film è esibita senza pathos né teatralità. La mancata spettacolarizzazione smorza la violenza della vicenda fino al suo punto limite: le figure secondarie muoiono sotto gli impietosi occhi della macchina da presa, i soggetti principali vengono ripresi già morti e il dolore dei sopravvissuti è esibito con riserbo e compostezza.

"Non è un paese per vecchi" alla fine è una storia semplice: una partita di droga finita male, il richiamo del denaro, l’inseguimento per soldi. In mano ai Coen però, il romanzo di Mc Charty da cui è tratta la vicenda cambia faccia: si accentua il lato inedito, si soffoca quello ordinario, si ricorre a un cast in gran forma e ad una troupe di indiscussa competenza. Pregevoli le riprese a campo lungo del paesaggio texano; perfetta la fotografia; azzeccati i costumi: Oscar a Miglior Film sicuramente meritato.

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