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Cinema: Recensione Film Trainspotting


11 luglio 2013 ore 17:15   di SybilVane  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 422 persone  -  Visualizzazioni: 646

Non scelgono la vita. Non scelgono un lavoro. Non scelgono una carriera né una famiglia.
Sono un piccolo gruppo di giovani sbandati, deboli e delusi. Sono la generazione della crisi economica che balla e si sballa sulle note di Iggy Pop, bruciata dall’eroina, che sfoga tutto il proprio dolore, infelicità e frustrazione nel vizioso vortice della droga. Droga a cui non si può rinunciare ("E fu così che prendemmo la sana e democratica decisione di tornare al più presto all’eroina"); droga che occulta l’ordinarietà della vita sotto un velo di ebrezza effimera e fallace ("Questi sono tutti problemi a cui non devi neppure pensare quando hai una sana e onesta tossicodipendenza").

In un’Edimburgo decadente, quella delle case popolari e del tempo scandito dalle dosi, Danny Boyle racconta la tossicodipendenza dalla parte dei drogati senza prendere però alcuna posizione: non li assurge a vittime di un’epoca né li demonizza, non scade nel moralismo né nel buonismo, e dall’alto della sua imparzialità esibisce francamente la vicenda senza edulcorarne i dettagli (dal sesso all’assuefazione ai particolari più scabrosi delle crisi di astinenza).


Boyle impernia la narrazione su Mark Renton (un emaciato Ewan Mc Gregor alle sue prime prove attoriali), attorno ai cui cardini ruotano un corollario di comprimari altrettanto sbandati e altrettanto infelici, che lo accompagnano più o meno fedelmente nel tentativo – nei tentativi – di liberarsi dalla dipendenza. Ma se la parabola di Renton ha già un suo autore narrativo ("Trainspotting" nasce dall’omonima opera di Irvine Welsh), Boyle plasma la materia personalizzandola nello stile e nella forma, gioca con colonna sonora, scenografia e inquadrature, dà vita ai personaggi di Welsh esasperandone le peculiarità.
Così un Renton in costante voice over racconta il suo cammino verso la riabilitazione tra dramma e tragica ironia, scortato da un’eterogenea cricca di amici che gli sta vicino senza mai supportarlo davvero (lo sfrontato Sickboy, l’ingenuo Spud, il rissoso Begbie e il bravo ragazzo Tommy), la cui varietà permette a Boyle di imbastire scene corali esilaranti, che sdrammatizzano e alleggeriscono i toni dolenti di una vicenda amara e tormentata.
Gli scambi di battute tra i cinque sono la ventata di sollievo di una narrazione discendente ma costantemente tesa, i cui picchi di tragicità colpiscono allo stomaco lo spettatore, che per quanto distante dall’esperienza di Renton s’immedesima in lui e simpatizza col personaggio: Renton in astinenza trasmette il suo malessere attraverso lo schermo, lo spettatore sta male con lui e con lui si dibatte tra sensi di colpa e allucinazioni, esasperate peraltro da soluzioni tecnico-visive che accentuano un senso di claustrofobica oppressione (l’arredamento, il montaggio non lineare, i repentini movimenti di macchina).

Boyle confeziona dunque un prodotto lodevole, si avvale di un cast fresco ed entusiasta (Kelly McDonald per la prima volta sullo schermo, Mc Gregor e Jonny Lee Miller agli esordi della loro carriera), e dipinge l’accurato affresco di un’epoca da una prospettiva inedita e particolare.
Risultato perfettibile certo, ma non perfetto: c’è quell’happy ending un po’ troppo hollywoodiana, con il messaggio di speranza che comunica e le promesse che elargisce, a fare da nota stridente nella sinfonia della vicenda. Boyle indulge al lieto fine e se da un lato rincuora lo spettatore medio, dall’altro non soddisfa le aspettative dei più cinici e disillusi, che nel the end non avvertono alcuna, risolutiva, conclusione.

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