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Claudio Baglioni - Questo Piccolo Grande Amore (1972) - Recensione


11 agosto 2011 ore 13:41   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 577 persone  -  Visualizzazioni: 988

Agli inizi del 1972 Claudio Baglioni è ancora poco più di uno sconosciuto. Sa che probabilmente, in caso d’insuccesso, potrebbe essere indotto a “chiamarsi fuori” dal mondo della musica, per cui il progetto su cui si mette al lavoro con il produttore Antonio Coggio è di quelli ambiziosi. Si tratta di un “concept-album”, molto in voga in quegli anni, ma, a differenza di molti altri, il filo conduttore del disco non dovrà essere sotteso, bensì estremamente esplicito: in poche parole, una storia d’amore come tante, immersa in una realtà – non dimentichiamo che dal 1968 sono trascorsi appena quattro anni – e in una città non propriamente facili. Né Baglioni, né, in realtà, nessuno potevano minimamente immaginare quale orribile stagione stesse per attanagliare il nostro Paese.

Immagino non debba essere stato molto facile, per l’artista romano, convincere i discografici della bontà del suo progetto, se è vero, come si è detto, che un manager della RCA Italiana qualifica il brano Questo piccolo grande amore come un “buon lato B” (sic). Ottenuto il placet della casa discografica, Baglioni si mette al lavoro; inizialmente, l’album doveva essere doppio, ma suppongo, anche se non ho alcuna certezza, che i costi di produzione, alla fine, sarebbero stati eccessivi; inoltre, si preferisce dare più spazio alla storia d’amore; può darsi, inoltre, che si sia finito col “limare” le parti politicamente più equivocabili. Non dimentichiamo che in Italia la censura, in quei tempi, era ancora a livelli di pura follia (avete mai ascoltato Signor censore di Edoardo Bennato?) e colpirà anche questo disco.


Molti anni fa Claudio Baglioni disse, in un libro-intervista, che quest’album, a suo giudizio, costò moltissimo alla RCA, probabilmente a causa del perfezionismo del musicista, consapevole di giocare una carta fondamentale per la sua carriera, ma anche, a quanto pare, a causa di numerose session extra, quasi clandestine, finalizzate all’ottenimento del miglior risultato possibile.

L’arrangiamento e l’orchestrazione vengono affidati allo scozzese Anthony Rutherford Mimms, meglio conosciuto come Tony Mimms, che giocherà senz’altro un ruolo importante per la riuscita del progetto. Mimms arrangerà anche il successivo lavoro di Claudio Baglioni e, successivamente, di molti altri artisti italiani; morirà prematuramente – e, ammesso che esista un modo banale di morire, banalmente – investito da un’automobile mentre attraversava la strada, nel 2005.

Una volta completata la registrazione, come preannunciato, arrivano le forbici della censura. Nella versione a 45 giri di Questo piccolo grande amore, nella frase e la paura e la voglia di essere nudi, la parola “nudi” viene sostituita con “soli”, mentre in e mani sempre più ansiose di cose proibite, le “cose proibite” diventano “scarpe bagnate”. Incredibile. Fortunatamente, nel LP – chissà perché, poi – il brano compare senza tagli.

Questa volta, finalmente, si provvede ad un minimo di promozione. Ricordo molto bene che, all’uscita del disco, probabilmente nella trasmissione radio Per voi giovani, Claudio Baglioni viene invitato a presentare l’album e a commentarlo insieme al conduttore (forse Paolo Giaccio?). Un brano al giorno per non so quanti giorni; essendo il fenomeno delle radio private ancora nascente, una simile pubblicità non è cosa da poco; del resto, tutto sommato, si tratta pur sempre di una novità.

Poche settimane dopo, ascoltando la splendida Hit Parade dell’immarcescibile ed indimenticabile Lelio Luttazzi, l’artista triestino annuncia la canzone numero 2: “Questo piccolo grande amore, cantata da Claudio Baglioni”. Una sorpresa. La settimana successiva il brano raggiunge la prima posizione, per rimanerci dei mesi. Ecco, adesso possiamo dire: è nata una stella.

E l’album? E’ lontano alcune galassie dal precedente. Magari ci sarà qualche eccesso di melassa spruzzato qua e là, ma è gradevole, fresco, innovativo, arrangiato ed orchestrato con discrezione e professionalità. In realtà non è importante ciò che CB dice, ma come lo dice, utilizzando un linguaggio alla portata di tutti e descrivendo situazioni solo apparentemente banali, ma che tutti, più o meno, abbiamo vissuto e che ci sorprendiamo a sentire in musica; Baglioni canta, finalmente, a modo suo – nei lavori precedenti sembrava un po’ tirato per la coda – e, a tratti, quasi scanzonatamente. Si provi a riascoltare Porta Portese.
L’unico accenno ai malesseri giovanili dell’epoca compare proprio nel primo brano (Piazza del Popolo), che si apre coi rumori di un corteo e con le sirene della Polizia, per poi risolversi in una fuga frenetica del protagonista lontano dai disordini scoppiati durante la manifestazione. Rifugiatosi in un bar (Una faccia pulita), il protagonista fa la conoscenza della sua Lei, una ragazza che, con la sua allegra sfacciataggine, gli fa dimenticare immediatamente il pericolo corso. La storia va avanti nel modo classico, tra battibecchi, la scoperta di amarsi, gli sfottò degli amici, le riflessioni sulla perdita della libertà, la prima volta, i discorsi sul matrimonio, la partenza per il servizio militare e le riflessioni, su una brandina, sull’amore lontano. Il tutto, inframmezzato qua e là da un simpatico stornellare. Niente di particolarmente nuovo, ripeto. Ma la freschezza del racconto è strabiliante e, per i tempi, innovativa. Anche se purtroppo la storia finisce, per dirla alla popolare, con un bel paio di corna (ebbene sì, lontano dagli occhi…), si intuisce che, alla fine, la giovane età del protagonista avrà la meglio.

Il disco è suonato molto bene; una menzione particolare al drumming di Massimo Buzzi – eccellente session-man che suonerà, per dirne solo un paio, con Renato Zero e con il povero Rino Gaetano – al chitarrista Luciano Ciccaglioni, che collaborerà con CB sino alle soglie degli anni ’80 e al tastierista, il grande Toto Torquati, cieco dalla nascita ma tecnicamente strabiliante, anch’egli futuro collaboratore di Baglioni ed avviato ad una fortunata carriera da solista. La copertina della first issue è lussuosissima, a fisarmonica e praticamente tutta scritta a mano; infatti, le successive ristampe del disco saranno molto più spartane.

Un tale, improvviso successo, capitato fra capo e collo ad un “ragazzo” di appena ventun anni potrebbe ammazzare un bufalo, ma non Claudio Baglioni. A dire il vero, un errorino lo farà anche lui, uscendo nuovamente sul mercato discografico a meno di un anno, e quindi forse troppo presto, ma, con ogni probabilità, verrà a ciò indotto dalla casa discografica. Il successo di questo disco marchierà quasi indelebilmente la futura carriera del cantautore, che durerà molta fatica a ritagliarsi un ruolo un po’ meno scanzonato e sentimentale nel panorama musicale italiano. Però, diamine, alzi la mano chi non voli, ascoltando queste note, a ciò che era quasi quarant’anni fa. Infatti, più o meno trentacinque anni dopo, CB rivisiterà questo disco, riarrangiandolo ed aggiungendogli quei brani che, all’origine, dovevano far parte dell’opera.

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