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Claudio Baglioni - Solo (1977)


16 febbraio 2012 ore 13:54   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 670 persone  -  Visualizzazioni: 1101

Nonostante lo straordinario successo di Sabato pomeriggio, Claudio Baglioni non si lascia catturare dalla fretta – in un’altra occasione l’aveva fatto e se n’era pentito amaramente – e attende quasi due anni prima di uscire con un nuovo album, che è l’ultimo pubblicato per la RCA, con la quale i rapporti si sono, ormai, irrimediabilmente deteriorati.

Se è vero che il disco mantiene più o meno la stessa vena malinconica del precedente, è vero anche che, con questo lavoro, Baglioni prende ancor più decisamente le distanze dal cantautore melodico di Questo piccolo grande amore. Non solo: carica sulle proprie spalle l’intera produzione del disco, ne cura gli arrangiamenti insieme al fido Toto Torquati e, cosa ancor più importante, chiude il sodalizio artistico con Antonio Coggio, scrivendo da solo, tranne una, tutte le canzoni dell’album.


Anche Solo – sebbene i brani siano staccati gli uni dagli altri – può essere considerato, ancor più di Sabato pomeriggio, un concept-album. Il tema è la solitudine, vista sotto varie sfaccettature e proposta in una serie di piccole monografie. Ciò che colpisce prima di ascoltare il disco è il cast, assolutamente straordinario: oltre a Toto Torquati, che qui sperimenta uno dei primi sintetizzatori digitali polifonici, lo RMI Keyboard computer, appena utilizzato da Jean-Michel Jarre in Equinoxe, possiamo verificare che c’è il grande – e compianto – Mario Scotti al basso, Gianni Oddi ai fiati, Mario Schilirò, Roberto Rosati e Giovanni Unterberger alle chitarre. La sezione ritmica è affidata, invece, ad Enzo Restuccia (grande strumentista che mi risulta suonare ancora con Ennio Morricone, nonché padre della cantautrice Marina Rei), che cura le percussioni e che suona la batteria in Solo, e Carlo Felice Marcovecchio, vecchia conoscenza del prog italiano (Califfi e Campo di Marte), alla batteria in tutti gli altri brani. Gli accompagnamenti orchestrali – non molti, in verità - sono affidati al maestro Nicola Samale. Curiosità: due delle coriste (Rita Mariano e Isabella Sodani), facevano parte del trio delle Baba Yaga (qualcuno ricorderà le voci di Fatti più in là, il celebre brano che veniva “mimato” dalle mitiche Sorelle Bandiera). In un solo brano (Il pivot) ritorna, alla chitarra classica, Luciano Ciccaglioni.

Il risultato è un disco intimista e suonato benissimo; è evidente che questo lavoro costituisce una vera e propria svolta artistica. Il suono eccellente e la straordinaria qualità delle esecuzioni fanno da struttura portante ad una serie di storie non sempre allegre: dopotutto, stiamo pur sempre parlando di solitudine. L’album si apre con Gagarin, omaggio al primo astronauta della storia: il brano celebra la sua impresa solitaria e il suo stupore di fronte all’immensità del cielo (“è meraviglioso”, aveva affermato), ma il cielo non glielo perdonò. Yuri Gagarin, infatti, morì a soli 34 anni, nel 1968, alla guida di un aereo militare. Il mandolino elettrico di Giovanni Unterberger, alla fine del pezzo, è un piccolo grande saggio di maestria che ancor oggi, a distanza di trentacinque anni, fa rabbrividire. Duecento lire di castagne è la storia di solitudine di una giovane operaia, trapiantata in una grande metropoli (sembrerebbe di capire Milano) per lavoro, che non riesce ad interagire con l’ambiente (tant’è vero che l'intervallo lei lo passa qui sola senza compagnia, sul cavalcavia a guardare le corriere che passano) e la cui nostalgia di casa (le sue colline son lontane) è tanto cocente che, quasi quasi, desidererebbe fuggire e tornare indietro, al suo paese. Siamo nel 1977, non dimentichiamolo; oggi, con ogni probabilità, la ragazza, pur se immersa in tal dolorosa nostalgia, penserebbe a come conservarsi il lavoro. Solo, il singolo che ha preceduto l’uscita dell’album di qualche settimana (b-side: Quante volte) è la classica, terribile fine di una storia d’amore sui tavolini di un bar, completa di raccomandazioni per il futuro (mangia un po’ di più che sei tutt’ossa), che si riallaccia alla storia d’amore successiva, con una donna ignara della solitudine e del dolore rimasto e convinta che le canzoni d’amore siano state scritte per lei.
Romano male malissimo costituisce un intervallo “leggero” che fa tirare un po’ il fiato (sembra il sequel di Alzati Giuseppe), in attesa di un’altra storia di dolore (Gesù caro fratello): quale maggior dolore, quale solitudine più grande di quella patita da Gesù Cristo (ricordiamo le sue ultime parole: Eli, Eli, perché mi hai abbandonato)?. Ma non va trascurato il messaggio di speranza da Lui ereditato: ama il prossimo tuo come te stesso. Il brano è in dialetto romanesco e si riallaccia idealmente a Ninna nanna nanna ninna, versione musicata di una poesia di Trilussa, inserita nell’album E tu… e, come Gesù caro fratello, dichiaratamente contro la guerra. Il brano, qualche anno prima, era già stato inciso da Mia Martini, ma in Italiano (Gesù è mio fratello) e con un messaggio antibellico meno forte. E’ anche l’unico pezzo dell’album scritto ancora insieme ad Antonio Coggio e ad un certo Oremus la cui identità, a quanto pare, era sconosciuta persino a Claudio Baglioni.

Nel sole, nel sale, nel sud è la storia di solitudine di un tassista di Rio de Janeiro (probabilmente, Baglioni scrive a séguito di esperienza diretta), uomo nato già vecchio e praticamente nel proprio tassì, al punto che non sa se i suoi natali siano avvenuti per strada in mezzo al caffè o al centro del Maracanà. Ma basta una canzone per farlo volare con la fantasia… Il finale contiene quel classico mix di percussioni facilmente riscontrabile in molti balli sudamericani.

Strip-tease è il ritratto agrodolce di una spogliarellista che si esibisce in un night-club (il Zigzagar), ma oramai senza fantasia, perché, in realtà, mostrarsi alle dentiere e ai decolleté non era esattamente ciò che lei sognava; e infatti, si denuda dinanzi ad un’umanità variegata, anche un po’ squallida e solo apparentemente divertita, perché in realtà è disperatamente sola come lei, che “stacca” dal lavoro e torna a casa quando la città sta per svegliarsi. L’arrangiamento è vagamente “anni venti”.

Il pivot è la storia di un ex giocatore di pallacanestro, sui trentotto, forse appesantito ma con il tocco ancora buono, che inizia a fare “due tiri” con un ragazzo, in un campetto di periferia. I due giocano senza dirsi una parola; l’occasione, per l’atleta, è quella di tornare a sentire il fremito agonistico della partita. Ma è una sensazione che dura poco, perché si fa buio: nel cortile c’è odor di cena e di tivù, e c’è tempo solo per un sorriso che vale un addio. Curiosità: le parti di basso, sviluppate col sintetizzatore, sono del flautista Gianni Oddi. Molto coinvolgente.

In Quante volte, invece, si affronta nuovamente il tema dell’amore perduto, affrontato con apparente indifferenza da una coppia di amici piuttosto alticci, ma qui il testo passa in secondo piano, rispetto ad un’esecuzione formidabile, specialmente nel finale, degna del miglior Barry White, in cui Toto Torquati si esibisce in alcune mirabili evoluzioni al pianoforte, e Carlo Felice Marcovecchio dimostra di non aver affatto dimenticato di provenire dal rock.

Puoi? Chiude l’album: è la dichiarazione di consapevolezza di non poter pretendere, in una relazione, la luna nel pozzo: l’importante è stare insieme e non far promesse che non possono essere mantenute.

I toni dell’album sono sì tristi, ma Claudio Baglioni dimostra di aver acquisito la grande capacità di raccontare storie mai scontate né banali; e se Solo è l’album della svolta artistica ed E tu come stai? un disco di transizione, Strada facendo sarà l’opera della maturità.
Purtroppo, il lancio di Solo coinciderà con la definitiva rottura con la RCA; il divorzio non sarà indolore, perché porterà con sé anche strascichi giudiziari ed un breve sequestro delle copie in commercio di E tu come stai?.

Articolo scritto da zazatto - Vota questo autore su Facebook:
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