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I Critici Cinamatografici Sono Frustrati, Aveva Ragione Martinelli


22 luglio 2011 ore 10:34   di mark29  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 330 persone  -  Visualizzazioni: 676

Molto spesso capita, prima di andare al cinema, di dare un’occhiata alla trama del film destinato a diventare il cardine della serata. Ci si può accorgere non di rado che la trama, riassunta in un pugno di righe, sia accompagnata dalla cosiddetta “critica al film”. La figura del critico, cinematografico o letterario che sia, è antropologicamente connessa al concetto stesso di arte in quanto ogni espressione dell’intelletto umano è proiettata, da chi ne viene a contatto, dentro di se, attraverso gli schemi e i canoni stilistici che ha sviluppato e implementato. Questo sta a significare che ciascun essere umano è anche critico, la differenza risiede nel bagaglio emotivo che scaturisce dall’opera e non dal bagaglio culturale che ne offusca lo spirito.

L’esempio di critica più meschina, inutile, forviante, truffaldina, antropologicamente ostile, baronesca è senza dubbio quella cinematografica. Purtroppo i critici di questo settore hanno sempre cercato di essere parte del potere che da vita al cinema e va al di là dei singoli film. Il cinema ha portato il sogno ad un livello più accessibile alle masse di quanto abbia potuto fare la letteratura. Quindi le emozioni, il dramma, la proiezione di se stessi in un mondo parallelo ed egualmente reale sono parte integrante del vivere una serata al cinema oppure davanti ad un qualsiasi schermo, non fa differenza. Qui, però, come nelle più belle favole disneyane, si inserisce il personaggio cattivo, quello che vuole distruggere i sogni per un motivo ben preciso, sempre lo stesso.


Chi sono i critici? Verrebbe da rispondere che sono degli appassionati di cinema che, dall’alto della loro cultura filosofico-letteraria ecc, analizzano ad un livello più profondo l’opera, scrutandone i parallelismi, le stanze vuote, le citazioni e tutta una serie di dettagli difficili da scovare per i non addetti ai lavori. Ma qui si nasconde l’inganno: infatti, grazie alla loro sedicente capacità di analisi, molti critici si sostituiscono alle immagini del film e tentano di creare, con le parole, un’altra trama che contrasti o costruisca un film diverso. Va aggiunto che ci sono registi e autori che creano ad hoc film per critici in cui si mischiano riferimenti culturali di ogni tipo solo per rendere numerosa la lista delle citazioni e far uscire soddisfatto il critico dalla sala che potrà mettere quattro stelline al film. Tutto ciò non è cinema. Il problema è che i critici, come ha fatto dire, in modo sagace, Renzo Martinelli nel suo “Il Mercante di Pietre”, sono frustrati. E ne hanno ben donde. Quello che essi covano, in realtà, è un desiderio di rivalsa nei confronti dei loro sogni, poiché loro non sono mai stati vicino nemmeno anni luce ad allestire un film o qualcosa di simile.

Loro sono abili a degradare qualsiasi esperienza cinematografica per evitare di dire che si può fare quello che loro non hanno mai trovato la forza di fare, cioè mettersi in gioco. Di critici alternativi ce ne sono ben pochi, e non scrivono sui quotidiani nazionali, sulle riviste specializzate o sui siti ufficiali. Basti pensare ad un fatto: quando nel ‘71 uscì “Arancia Meccanica” di Kubrick, la dinastia dei critici silurò il film.

Oggi, gli stessi manipoli, elogiano quel film vecchio di quarant’anni. Una domanda sorge spontanea: e se oggi alcuni film devastati dalle critiche fossero capolavori riconosciuti solo in futuro? La certezza è che la figura del critico appartiene ad una logica superata, il critico è legato al suo periodo, il film, e con esso i suoi autori il suo pubblico e chi ha creduto in esso, può vedere lontano, il critico oltre lo schermo non sa vedere!

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