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David Hidalgo, Una Musica Di Confine


23 agosto 2011 ore 23:15   di antimoral  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 375 persone  -  Visualizzazioni: 656

Mi permisi di pronosticarlo nell'articolo con il quale mi ero prefissato l'obiettivo di allargare la stretta cerchia dei conoscitori di "Strade Blu" e in effetti è andata proprio così. L'edizione 2011 della meritoria rassegna, che da dieci anni porta presso alcuni volenterosi comuni della Romagna un'idea (pur sempre probante, per quanto inevitabilmente filtrata) dei percorsi alternativi e delle deviazioni compiute dalla musica anglo-americana, è andata in archivio dopo la conclusione dello splendido concerto che David Hidalgo e Marc Ribot, esibitisi nella per loro non consueta situazione del duo, hanno tenuto il giorno 22 agosto presso l'eroica Piazza Nenni di Faenza, che da qualche anno a questa parte, a fronte dell'ignoranza dentro cui versa e sguazza la gran parte dei cosiddetti appassionati, è pian piano diventata uno dei luoghi di culto presso cui mandare in scena importanti eventi finalizzati alla fruizione della vera musica dal vivo.

Il progetto con cui Hidalgo e Ribot si sono presentati a Faenza aveva per titolo Border Music. E se è vero che il perno centrale della serata è stato appunto costituito dall'esecuzione di alcune di quelle fascinosissime ed originali sonorità che nacquero in conseguenza della fusione tra gli umori messicani e quelli che possono essere respirati presso le estreme propaggini del territorio texano, bisogna sottolineare che l'incredibile versatilità che da sempre caratterizza l'indole artistica di questi due straordinari musicisti ha fatto in modo, man mano che lo spettacolo entrava nel vivo, che la dicitura con cui ne era stata data notizia si trasformasse a poco a poco in qualcosa di molto simile ad un labile canovaccio di partenza.


L'ascoltatore occasionale di musica non ha mai reso un gran servigio nè a Hidalgo nè a Ribot, dato che li ha sempre relegati in una dimensione talmente circoscritta da dimostrarsi del tutto ignaro dei loro reali valore e talento. Per la massa superficiale, frettolosa e disattenta David Hidalgo è "quel buffo cantante un po' grasso che circa 25 anni fa portò al successo La Bamba", mentre da parte loro i jazzofili sono usi pensare a Marc Ribot come a "quel chitarrista che adopera molto gli effetti e il distorsore". Pure certi elementi sono tutt'oggi presenti nella personalità dei due artisti ma, come se davvero ce ne fosse un reale bisogno, il concerto di Faenza ha evidenziato in modo lampante che queste attitudini non sono se non la superficiale crosta esteriore del mondo poetico dei due musicisti.

Musica di confine, certo - e per degnare almeno di un po' di rispetto il "logo" sulla scorta del quale sono saliti sul palco, Hidalgo e Ribot hanno pescato con mani discrete ma fameliche in mezzo al patrimonio della tradizione folklorica messicana. E sì che il concerto ha preso il via con quella La Pistola Y El Corazon che ha rappresentato un felice ripescaggio del mini-LP con cui sul finire degli anni '80 i Los Lobos omaggiarono appunto il copioso scrigno della struggente tradizione "chicana"..... Ma non si è trattato che dell'estrema punta di un altrimenti amplissimo iceberg. Essendosi continuamente scambiati in forza di automatismi impressionanti i ruoli del solista e dell'accompagnatore ed essendosi cimentati con una quantità incredibile di strumenti acustici ed elettrici (in una circostanza il leader dei Los Lobos ha persino pizzicato le corde di un violoncello come fosse un piccolo contrabbasso!), David Hidalgo e Marc Ribot hanno dato ampio sfoggio, fondendoli magistralmente l'uno nell'altro, dei sublimi livelli presso cui sono approdati in virtù dei loro rispettivi e più che trentennali cammini artistici. Entrambi hanno infatti messo a disposizione del progetto e dei nostri deliziati spiriti un continuo "interplay" tratto dall'immenso orizzonte che equivale all'infinito spettro della loro creatività.

Marc Ribot, è questo un aspetto che si evince anche dall'ascolto dei dischi per i quali è spesso reclutato in qualità di "sideman", ha teso fino a sbrindellarla e a fare ad essa perdere sangue la particolare e metaforica corda con cui soltanto lui, con tanto incredibile maestria, riesce prima a penetrare dentro i più reconditi ed occulti meandri della tradizione per poi, appena qualche istante dopo, catapultarsi in una dimensione futuribilissima, che a me sul piano musicale ha sempre ricordato le vicissitudini del protagonista del kubrickiano 2001 Odissea Nello Spazio, quando con la sua astronave viene proiettato "oltre l'infinito" e in questa nuova e remota dimensione finisce per perdere (piacevolmente?) la cognizione e l'orientamento.

Per parte sua David Hidalgo, nei momenti in cui non si è esibito nella serie di ossequi dovuti al patrimonio della sua ancestralità, ha mostrato quanto e in che modo il suo percorso quasi ventennale finalizzato ad una completa riscrittura dei classici stilemi del blues è giunto ad una talmente fulgida fase di compimento (totale o forse ancora solo parziale, chi può dirlo?). In questi frangenti, in cui le sonorità metallizzate della Fender di Hidalgo ricordano gli album incisi per la Fat Possum da artisti del calibro di Junior Kimbrough e R.L. Burnside, appare evidentissimo che il connubio tra i due musicisti è in definitiva tutt'altro che improvvisato e sporadico e che anzi essi cooperano alla realizzazione di un fine chiaramente comune. Diremo che Hidalgo e Ribot lavorano per gettare le fondamenta di una sorta di tradizione per i tempi a venire. Su questa base si ripropone, più pressante che mai, l'urgenza di sospendere il giudizio sugli "strani" dischi che i Los Lobos incisero alla metà degli anni '90, così da poterli fare adeguatamente decantare, per poi riscoprirli quando, tra qualche decina di anni, si potrà essere pronti per riconsiderarli veramente.

Tecnicamente parlando il concerto è stato prodigo di momenti magici. Dal repertorio dei Los Lobos sono state estratte tra le altre A Matter Of Time (dietro una mia personale richiesta!) che, antica ormai di quasi trent'anni, è stata spogliata del suo piglio rock 'n roll e trasformata in una ballata ad alto tasso di malinconia; e The Neighborhood, brano cardine del disco omonimo del 1990, che senza più mezzi termini rivela oggi inequivocabilmente quanto i Los Lobos avessero attinto alle matrici della più remota tradizione nera allo scopo di stilare il progetto di un album che a torto non è tenuto tra i più importanti della discografia del gruppo.

Come una pietra preziosa in mezzo ad una collana di luminosa bellezza, al centro dello spettacolo è stata incastonata un'impressionante e psichedelicamente dolcissima (o viceversa) versione per due chitarre acustiche della hendrixiana Little Wing, nell'intento evidente di invitare gli astanti a non perdere di vista che l'autore del pezzo era prima di tutto un superbo e grandissimo scrittore di canzoni.

La porzione finale del concerto avrebbe dovuto equivalere nelle previsioni ad un normalissimo "encore" di una decina di minuti. Ma sopra Piazza Nenni si era diffuso un tale intreccio di vibrazioni positive che lo spezzone di serata si è protratto invece per ben tre quarti d'ora, finendo così per assumere i connotati di un vero e proprio secondo atto. Dapprima, su richiesta di uno spettatore, è partita Angel Dance che Robert Plant scelse come canzone d'apertura del recente Band Of Joy - e, forse con l'obiettivo di ricambiare l'omaggio in modo cortese e simpatico, Marc Ribot ha inserito tra le sue tessiture ritmiche il vecchio riff di "Whole Lotta Love". Chain of Love è stata per parte sua mondata della dimensione orchestrale propria alla versione in studio e ha bensì preso la forma di uno scorticato canto deltaico in chiave elettrica.

Alla fine, l'apoteosi! Un medley formato da Louie Louie e La Bamba ha sentenziato in maniera perentoria che non sempre il basso e la batteria rappresentano l'aspetto cardine delle modalità del suono rock. In altre parole si deduce che il rock 'n roll (quanti, a turno, l'hanno dato per morto, nel corso delle ultime decine di anni!) può ormai persino fare a meno di alcuni dei suoi consolidati archetipi, può continuare a vivere pur se alleggerito delle sue controparti ritmiche. Forse proprio in tempi come questi, in cui non c'è più niente da scoprire o inventare, la forma d'arte che salvò la vita a molti di noi sta avendo agio di vivere, tanto paradossalmente quanto pienamente, lo stadio massimo della sua libertà d'azione. E se a ciò dovesse conseguire che la musica popolare, ancora ben lungi dal passare il suo testimone, ha cominciato invece a far propri gli altrimenti per essa impenetrabili stilemi della classicità?

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