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Emerson, Lake And Palmer (1970) - Recensione


27 luglio 2011 ore 00:19   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 478 persone  -  Visualizzazioni: 876

Vengo ora a parlare di un trio sul quale si è detto di tutto: ebbene, non sarà mai abbastanza, tale è stata la sua influenza sulla scena musicale mondiale di quel periodo, e non solo.

Intanto, ritengo che il termine “supergruppo” sia nato con loro, ad indicare un manipolo di grandi strumentisti, provenienti da realtà diverse, che “si mettono insieme”. E’ il caso di questo straordinario ensemble. Keith Emerson (classe 1944), reduce da cinque album con uno dei primi veri gruppi progressive della scena mondiale, i Nice, con il quale, probabilmente per primo, mise in atto una fusione di classico e rock, che poi con gli EL&P avrebbe portato ad estreme conseguenze; Carl Palmer (classe 1950), giovanissimo batterista proveniente dal gruppo hard rock degli Atomic Rooster, e Greg Lake (classe 1948), che aveva avuto, rispetto agli altri, l’esperienza probabilmente più significativa: l’essere stato tra i fondatori dei King Crimson, ma, soprattutto, essere stato protagonista di quello straordinario, unico al mondo, lavoro che corrisponde al nome di In the court of the Crimson King, prima pietra per qualunque amatore del rock. Ma di quest’opera avremo sicuramente modo di parlare in seguito.


I tre lasciano le rispettive band ancor prima che vengano pubblicati Elegy (The Nice) e In the wake of Poseidon (King Crimson) e si piazzano in sala d’incisione per il loro primo LP. La scelta del nome è affatto originale, con i semplici cognomi dei componenti, messi in ordine alfabetico.

Lo stesso nome avrà il disco, che è un originalissimo mix di classico, di moderno, di amalgama e individualità, e se ci rendiamo conto di essere nel 1970, l’esperimento è davvero coraggioso. L’influenza dei classici è evidente e – anche se con un po’ di ritardo – dichiarata. Il brano strumentale di apertura, The barbarian, contiene un libero adattamento dell’Allegro Barbaro di Bela Bartok. L’inizio la dice già lunga su cosa ci aspetta: una “sparata” di basso – probabilmente alterato da un distorsore – ed una lunga sequela di Hammond, pianoforte e poi di nuovo Hammond, con un crescendo finale in cui Carl Palmer picchia indiavolato sulla sua batteria. Dopo tanta energia, il riposo: la lunga Take a Pebble, interamente scritta da Lake, delicato alternarsi, in stile folk, di chitarra acustica e pianoforte (Carl Palmer sostiene il brano con adeguata signorilità), in cui spicca la splendida voce di Greg Lake. Un gioiello. Knife-Edge, adattamento della Sinfonietta di Leos Janacek, viene ricordato per un celebre giro di basso all’inizio del brano. The three fates (Clotho, Lachesis, Atropos), anch’esso strumentale, è un pezzo diviso in tre movimenti in cui Keith Emerson fa la parte del leone suonando dapprima un potente organo a canne (se non erro, il Royal Festival Hall Organ); nel secondo, si esibisce in un delizioso assolo di pianoforte (anzi, sono tre pianoforti) mentre nel terzo entra in gioco Carl Palmer, con l’esplosione finale. Anche Tank, strumentale, è diviso in tre movimenti: nel primo, sorretto dall’impeccabile ed originale basso di Greg Lake, Emerson “inaugura” il sintetizzatore - suppongo un moog di quelli modulari che occupavano un’intera parete - per poi lasciar posto ad un raffinato assolo di batteria (e pensare che Palmer aveva appena vent’anni), cosa che negli album in studio succedeva assai raramente. In precedenza, che io sappia, era successo solo ai Led Zeppelin (Moby dick, in Led Zeppelin II); il brano termina con una marcia – che ricorda, effettivamente, il movimento di un carro armato – in cui il tastierista inglese sovrappone il suono di un numero imprecisato di sintetizzatori. Curiosità: l’ultima parte di Tank venne utilizzata dalla RAI come sigla di un programma d’informazione, che se non sbaglio si chiamava Stasera G7. L’album si conclude con la bellissima Lucky Man, altra grande interpretazione di Lake, prevalentemente acustica, che però alla fine prende quota con un altro assolo di Keith Emerson al sintetizzatore.

Unico punctum dolens, a mio avviso, la registrazione. Anche se, in effetti, stiamo parlando di “appena” quarantun anni fa e le più recenti rimasterizzazioni hanno permesso di colmare qualche lacuna. Resta, comunque, un’imperdibile opera prima.

Altra curiosità: quest’album – come altri a venire – è prodotto dal solo Greg Lake.

E’ palese che sulla scena musicale, sino ad ora, non si è mai visto niente di simile, ed è chiaro che tutti aspettano con ansia i prossimi lavori, per poter verificare se tre personalità come quelle possano essere in grado di convivere e, soprattutto, di continuare a forinre un prodotto di alto livello. Frattanto, comincia, per il trio, un'intensa attività dal vivo, che culminerà in Pictures at an exhibition.

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