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Emerson, Lake And Palmer - Tarkus


19 giugno 2011 ore 02:13   di timeblock  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 318 persone  -  Visualizzazioni: 563

Quando pensiamo agli E.L.P., una delle prime caratteristiche di questo gruppo che ci salta in mente è sicuramente la tastiera; strumento, se vogliamo decisamente atipico in ambito rock, o meglio, atipico quando manca quasi del tutto la chitarra! Keith Emerson è stato senza ombra di dubbio uno dei pochi musicisti che non ha ne fatto rimpiangere l’assenza; un’altra considerazione è quella sui suoni che potevano essere ascoltati nei loro dischi, prerogativa dell’utilizzo del “Moog”, uno dei primi sintetizzatori ad essere costruiti, capace di generare suoni, o a volte veri e propri rumori, “capiti” ed utilizzati in ambito musicale soprattutto dal genio di Emerson. Infatti, fu proprio Emerson a comprendere le potenzialità di quell’inquietante armadio pieno di fili, manopole e con una tastiera alla base, che sembrava uscito più dalla bottega di uno scienziato pazzo (e forse da una parte è effettivamente così), piuttosto che da un negozio di strumenti musicali. In un certo senso qualsiasi musicista che abbia utilizzato il Moog, deve rendere omaggio ad Emerson.

Il disco che mi sto accingendo a recensire è considerato dai maggiori critici musicali il capolavoro del trio inglese; andiamo ad analizzarlo più in particolare. La prima traccia del disco è la title-track, “Tarkus” per l’appunto, a sua volta suddivisa in 7 movimenti, più precisamente: a)Eruption, b)Stones of years c)Iconclast d)Mass e)Manticore f)The battlefield g)Aquatarkus; la song inizia con un riff di tastiera su tempo composto, che sarà il tema portante per tutto il brano; inutile descrivere i suoni che Emerson ci regala; non renderebbero l’idea a parole! Da menzionare anche la notevole prestazione di Carl Palmer alla batteria, si riesce ad avvertire l’influenza jazz, il tocco è preciso ed offre una concreta base ritmica al brano; infine ecco l’ingresso della voce di Greg Lake, già nei King Crimson; ottimo bassista, la sua voce, insieme ai suoni del Moog, costituiscono il marchio di fabbrica di questo gruppo. Il testo del brano, abbastanza bizzarro in alcuni punti, parla del mostro presente nella copertina dell’album, ma sono presenti allusioni neanche troppo velate alla guerra nel Vietnam, ed alla politica americana.


Il secondo brano è “Jeremy bender”; qui abbandoniamo il tono cupo della traccia precedente, per ascoltare un brano allegro, ma dalla melodia assolutamente non scontata, dove ancora una volta la tastiera fa gran parte del lavoro, sostenendo quasi da sola tutta la canzone, che dura meno di due minuti. Con la terza traccia si ricomincia con le atmosfere più prog, quindi abbiamo tempi composti, voce graffiante, e suoni di Moog che ci accompagnano per tutto il brano; Emerson è protagonista di un assolo assolutamente pauroso, caratterizzato da frequentissimi cambi di tonalità, per finire con la contrapposizione di parti tranquille, a stacchi ritmici.

La quarta song, “The only way”, tradisce la passione di Emerson per la musica classica, specialmente per il barocco; l’organo accompagna la degna voce di Lake; l’ingresso della batteria e del basso scatena il capolavoro esecutivo dell’eccentrico tastierista, che si scatena in un velocissimo assolo barocco; sicuramente è uno dei brani migliori dell’album; il testo ancora una volta è critico nei confronti della guerra, del Nazismo in particolare.

“Infinite space” è una strumentale retta quasi completamente da Emerson, che parte dal brano precedente, per poi svilupparsi su armonie molto particolari; tutto il brano è un assolo di tastiera, ma non fa gridare al miracolo; la situazione cambia radicalmente con il brano successivo, “A time and a place”, dove si fa spazio ad atmosfere più rock, il brano è più duro, e la voce di Lake esce degnamente dal mix, regalandoci una performance di tutto rispetto; anche qui c’è spazio per virtuosismi tastieristici, fino a sfociare nel rumoristico alla fine del brano.

Non si crede alle proprie orecchie quando si ascolta l’ultimo brano, “Are you ready Eddy?”, un divertentissimo e travolgente rock’n’roll dominato dal pianoforte (alla Jerry Lee Lewis se vogliamo), dove Emerson dimostra di essere un Maestro anche con lo strumento classico, oltre che con il sintetizzatore; brano molto corto, fresco e leggero, un vero e proprio “scherzo” da parte dei tre musicisti, nei confronti di un tecnico del tour, donatoci come ciliegina sulla torta nell’album.

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