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Emerson, Lake And Palmer - Trilogy (1972) - Recensione


23 settembre 2011 ore 13:49   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 395 persone  -  Visualizzazioni: 784

A dimostrazione del fatto che ci troviamo dinanzi ad un terzetto di grandi, EL&P, a pochi mesi di distanza dai primi due eccellenti lavori, che fanno? Producono un disco dal vivo di inediti (o quasi), Pictures at an exhibition, ispirata all’omonima opera di Modest Mussorgskij, con un paio di brani scritti dal gruppo. Il disco è stato registrato presso il Newcastle City Hall il 26 marzo 1971. Nonostante per più di qualcuno il disco costituisca il massimo della creatività raggiunto dal trio, io non lo amo particolarmente, forse a causa di una certa quale idiosincrasia di cui soffro nei confronti, tranne alcune eccezioni, dei dischi dal vivo.

Eppure possiamo dire che Pictures at an exhibition può essere considerato come un banco di prova, propedeutico a quello che sarà il periodo migliore del terzetto, che stavolta si “mostra” al pubblico in tutta la sua abilità tecnica, compresi i moog modulari che secondo me necessitavano della scaletta per essere suonati.


Ma è Trilogy il vero detonatore della popolarità del gruppo. Un album multiforme, in cui si mescolano con sapiente abilità sinfonia, melodia e rock con qualche spruzzata, qua e là, di divertimento. Intanto, finalmente si vedono, anche se in copertina sono stilizzate, le facce dei tre (fotografati dal vero, però, in seconda e terza di copertina). Pare che questa copertina sia stata una soluzione di ripiego, visto che il lavoro era stato in un primo momento commissionato nientepopodimenoché a Salvador Dalì; il gruppo, però, dovette fare un passo indietro, a causa dell’esorbitante somma richiesta dal grande pittore spagnolo.

Il disco lascerà a bocca aperta i patiti della musica elettronica: a parte The sherriff, colpisce immediatamente l’abbondante uso di sintetizzatori, suonati con uno stile epico e talora persino ridondante.

L’album si apre con la potente The endless enigma, una piccola suite divisa in tre parti: la prima (The endless enigma n. 1), mastodontica e con una base ritmica molto “presente”; la seconda (The fugue) si apre con un delicato assolo di piano che, in pochi secondi, diventa una vera e propria esibizione di tecnica non solo pianistica, dal momento che una delle voci della fuga è costituita dal basso di Greg Lake, così presente che sembra essere suonato con la clava. Alla fine del brano interviene anche Carl Palmer….. col triangolo. La terza parte (The endless enigma n. 3) riprende la prima parte in modo, se possibile, ancora più maestoso e il suono dei moog è quasi lacerante.

E adesso, chapeau. Il brano che segue, scritto per intero da Greg Lake, è una delle cose più belle da me mai ascoltate. Eppure, non vi sono neanche lontanamente battute tipiche del rock, anzi: per due terzi il brano va avanti con la sola chitarra acustica, la voce pastosa di Greg Lake e, in sottofondo, ma molto in sottofondo, le congas di Carl Palmer. Appena cessato il canto, entra in scena un delicato assolo di chitarra hawaiana e, dulcis in fundo, il sintetizzatore di Keith Emerson. E’ un’oasi di pace, un gioiello inimitabile.

Il riposo però dura poco: arriva The sherriff, un vero e proprio divertimento stile western e con il piano in stile Honky tonk, tanto caro a Keith Emerson (si pensi a Jeremy Bender prima e a Honky tonk train blues dopo), seguito poi da Hoedown. E’ un brano tratto dall’opera-balletto Rodeo School di Aaron Copland, reso ancora più celebre da questa cover del trio inglese, e di cui, va detto senza termini, lo stesso Copland rimase molto soddisfatto.

Il lato B si apre con la title-track, un lungo brano diviso in tre parti, di cui la prima piuttosto melodica, con la sola voce di Lake accompagnata al piano; ma più in avanti, il pezzo esplode letteralmente, per arrivare ad un finale in stile rock in un tripudio di sintetizzatori. Living sin’ è il brano più rock dell’album (infatti, l’uso del moog è ridotto al minimo, per far spazio all’organo Hammond); il disco si conclude con la strepitosa Abaddon’s bolero. Il brano inizia in sordina, con il ritmo tipico del Bolero, per crescere – come d’altronde succede anche nel celebre Bolero di Maurice Ravel – ad ogni passaggio con l’aggiunta di nuovi strumenti, quasi esclusivamente sintetizzatori. Non mi è dato sapere di quante piste disponessero gli EL&P, ma di sicuro le avranno utilizzate tutte, destinandone almeno il 90% ai moog di Keith Emerson. Il risultato è un brano epico, maestoso ed indimenticabile, la cui fine coglie quasi alla sprovvista e lascia l’ascoltatore in preda ad un singolare, quasi sgomento, silenzio.

Oramai Emerson, Lake and Palmer sono diventati il supergruppo per antonomasia, il che, tutto sommato, genera forse qualche aspettativa di troppo. Ci sarà spazio per un solo altro grande disco, dopodiché le idee cominceranno a scarseggiare. Ma ciò che è stato fatto, comunque, resta; perciò, ritengo di poter senz’altro annoverare Trilogy in mezzo alla mia personale lista di capolavori. Persino il suono, in precedenza un tantino snobbato, questa volta è eccellente.

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