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Gli Alunni Del Sole - E Mi Manchi Tanto (1973)


12 gennaio 2012 ore 16:44   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 1565 persone  -  Visualizzazioni: 2247

Sono gli ultimi anni ’60 quando due fratelli napoletani, Paolo e Bruno Morelli, lasciano la città natale per tentare la scalata al successo e trasferirsi a Roma. Sono, tutto sommato, due figli d’arte (madre pianista, padre violinista), e pertanto la musica la conoscono bene, non fosse altro per l’aria sino ad ora respirata in casa. Non solo, sono anche due ottimi musicisti: Bruno è un valente chitarrista e Paolo un tastierista d’impostazione classica che saprà dimostrare di essere anche un fior d’autore ed un cantante di tutto rispetto.

Nessuno dei componenti del loro vecchio gruppo intende seguirli nell’avventura; per questo, i due, alla ricerca di persone che condividano il loro progetto, una volta a Roma si uniscono a Giampaolo Borra, bassista, Antonio Rapicavoli ai fiati, e al batterista Giulio Leofrigio. Siamo agli sgoccioli del beat e agli albori della mitica trasmissione di Renzo Arbore Speciale per voi, primo vero contenitore musicale della TV italiana dedicato ai giovani, della quale il gruppo diventa ospite fisso come session-men. Ai cinque ci vuole poco, soprattutto per il talento di autore di Paolo Morelli, a confezionare, con l’iniziale aiuto degli autori – parola cara a Mogol - Carlo Rossi ed Ettore De Carolis, due singoli di successo, L’aquilone e Concerto.


A questo punto Antonio Rapicavoli lascia il gruppo: non ci è dato sapere il perché, ma in tutta sincerità, visto ciò che accadrà dopo, la sua mancanza non sembrerà poi così rilevante. Un ulteriore discreto singolo, Fantasia, il passaggio alla casa discografica Produttori Associati ed arrivano i primi 45 giri di vero successo: Ombre di luci ed Isa…Isabella. Come è prevedibile, adesso gli ADS pubblicano il loro primo LP, che è tutt’altro che un’operazione commerciale e la dice lunga sulle qualità artistiche del quartetto: Dov’era lei a quell’ora, disco con venature prog e con un’intera facciata – la prima - da concept-album, in cui si tratta la storia di un uomo ingiustamente accusato di omicidio. La seconda facciata, invece, è più vicina alle sonorità che caratterizzeranno il gruppo negli anni a venire; vi sono incluse Fantasia, Ombre di Luci e l’altro singolo Un ricordo.

Gli ADS sono oramai già abbastanza famosi; eppure, si impone un salto di qualità. Allo scopo, il gruppo si affida all’immarcescibile Gian Piero Reverberi, vero e proprio Re Mida della musica italiana, compositore, arrangiatore, produttore e direttore d’orchestra estremamente illuminato, e lo testimoniano i grandi talenti con cui ha collaborato: Le Orme, Lucio Battisti, New Trolls, fino ad aver fondato, nel 1979, un ensemble “da camera” per il quale io stesso non avrei scommesso una lira (pardon, un centesimo), e che invece ottenne un clamoroso successo: Rondò Veneziano.

Autori e produttore decidono così di puntare essenzialmente sulla vena melodica del gruppo e di incidere un disco che contiene, oltre a quattro nuove canzoni (...E mi manchi tanto, La maggiore età, I ritornelli inventati, I ritornelli infantili), due vecchie incisioni riproposte tal quali (Isa…Isabella, Ritorna fortuna, arrangiate, se non ricordo male, da Detto Mariano) e tre cavalli di battaglia riarrangiati (L’aquilone, Concerto e Fiori). I testi hanno, come denominatore comune, storie d’amore finite, narrate a posteriori con grande partecipazione e nostalgia per un tempo che non tornerà mai più.

Fin qui, par quasi di parlare di un disco scontato, privo di originalità e pubblicato per ragioni di cassetta. Basta solo un secondo ascolto per capire di essere in errore. Le musiche sono accattivanti e i testi sono, pur nella semplicità e nella dolorosità degli argomenti trattati, ricchi di pathos e tutt’altro che banali; questo anche grazie al particolarissimo timbro vocale di Paolo Morelli, marchio inconfondibile del gruppo. L’esecuzione è senza particolari fronzoli; Paolo Morelli abbonda nell’uso – sapientissimo – del pianoforte, acustico ed elettrico, e si dedica assai meno alle altre tastiere (il moog, che in quegli anni cominciava ad imperversare, è pressoché assente), Borra esegue correttamente le partiture di basso, Bruno Morelli è un valido chitarrista, specie quando prende in mano la sei corde ed arpeggia. Pochi, invece, i solismi con la chitarra elettrica. Ma la vera sorpresa è Giulio Leofrigio. E’ il suo drumming, nel contempo raffinato e “tosto”, a conferire alle canzoni del disco quel tocco “hard”, contrassegnandolo con alcune acrobatiche evoluzioni: uno strumentista che avrebbe potuto suonare anche per gruppi del filone del rock progressivo.

L’accompagnamento orchestrale è, come nella tradizione di Reverberi, di gran classe ed assai poco ingombrante, contrariamente, per esempio, a quanto accadeva nei primi lavori dei Pooh.
Le canzoni “nuove” finiranno tutte su 45 giri: la delicata title-track verrà pubblicata un po’ prima dell’album e le altre due andranno ad occupare due future facciate B. Dall’operazione di restyling le tre vecchie canzoni usciranno, invece, assolutamente rivitalizzate, al punto di poter essere definite, senza ombra di dubbio, decisamente migliori delle originali.

Il risultato è un disco che, pur non potendo essere annoverato tra i cento migliori della musica mondiale, si beve d’un fiato e lascia in bocca, ancora oggi, il gradevole sapore delle cose belle. Sfido chiunque a riascoltare questo LP senza provare una fitta di nostalgica malinconia: oggi si produce, tutto sommato, ancora della buona musica, ma canzoni – e sottolineo canzoni - così, forse perché sarebbero considerate fuori moda, non se ne fanno più.

I brani sono tutti belli: mi piace ricordare, con particolare affetto, le splendide Concerto e L’aquilone, la triste I ritornelli infantili, diario della scoperta delle pulsioni sessuali di un’adolescente che spia, dalla finestra accanto alla propria, una donna durante i suoi amplessi, e la dolcissima Fiori, degna conclusione dell’album.
Il loro genere non è facilmente etichettabile (e forse il loro merito è racchiuso proprio in questo concetto): melodia, pop, swing, canzone d’autore: nei loro pezzi c’è davvero un po’ di tutto.

L’anno dopo gli ADS si affideranno, per gli arrangiamenti, al compianto Tony Mimms, che aveva già collaborato con Claudio Baglioni per Questo piccolo grande amore e Gira che ti rigira amore bello. Il risultato sarà un altro disco assai delicato, Jenny e la bambola…, un altro concept-album ed un’altra problematica storia d’amore, un sentimento nato e morto in una stagione, con i soliti strascichi nostalgici e malinconici. Staccati dalla storia solo due brani: l’ottimo Un’altra poesia, pubblicato qualche tempo prima su 45 giri, e Canzoni d’amore. Splendida l’esecuzione di Jenny, brano di otto minuti con un lunghissimo finale, nel quale il quartetto può finalmente sbizzarrirsi e fare sfoggio della propria bravura.

Nel 1976 sarà la volta de Le maschere infuocate, altra buona prova del gruppo, e l’anno dopo di ‘A canzuncella, la prima volta degli Alunni del sole in dialetto napoletano. La definitiva consacrazione del gruppo avverrà nel 1978, quando vincerà il Festivalbar con Liù, primo complesso in assoluto a vincere la popolare manifestazione estiva. Nel frattempo, Giulio Leofrigio ha abbandonato il gruppo, privandolo così del suo scanzonato drumming e scomparendo letteralmente dalla scena musicale italiana. Peccato.

Dopo Liù comincerà il declino: ad oggi, del nucleo storico, restano i soli fratelli Morelli; le incisioni sono rarissime e gli ADS, oramai, fanno solo qualche concerto dal vivo e qualche apparizione televisiva (I migliori anni), durante le quali Paolo Morelli, chino sul pianoforte e senza più capelli, incute un mondo di tenerezza.

Le loro canzoni, però, restano, indelebile contrassegno del periodo musicalmente più innovativo della musica italiana e mondiale.

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Commenti

 
  • fabio
    #1 fabio

immensi ma senza leofrigio e borra fine del discorso,un'addio mai spiegato mah.

Inserito 10 agosto 2013 ore 17:06
 

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