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I Goblin - Profondo Rosso (1975)


2 maggio 2012 ore 13:33   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 519 persone  -  Visualizzazioni: 939

Nel 1975 il regista Dario Argento – che, a dispetto della truculenza dei suoi film, è una persona simpaticissima – scrive, insieme a Bernardino Zapponi, la sceneggiatura del suo nuovo film. Si tratterà di una pellicola spartiacque tra il genere giallo, in cui il regista romano si è sinora cimentato (L'uccello dalle piume di cristallo, Quattro mosche di velluto grigio), e il genere horror (per intenderci: da Suspiria in poi).

Per la colonna sonora, Argento vorrebbe coinvolgere, pare, addirittura i Pink Floyd, ma il quartetto britannico non è interessato. D’altronde, stanno per pubblicare Wish you were here… Pertanto, il regista si rivolge al grande jazzista Giorgio Gaslini, che ha già collaborato, in passato, con lui; ma i primi risultati non sono quelli sperati, perché Argento vorrebbe qualcosa di più moderno e di meno "incappottato". Carlo Bixio, produttore della Cinevox, gli segnala allora un gruppo di ragazzi che hanno appena firmato un contratto con la sua casa discografica, e i quattro, a contratto firmato, si mettono al lavoro. Sono Claudio Simonetti, tastierista, figlio di uno dei più grandi gentlemen del mondo dello spettacolo, il maestro Enrico Simonetti, che morirà prematuramente, a soli 54 anni, nel 1978; Massimo Morante, chitarrista; Fabio Pignatelli al basso, e Walter Martino alla batteria. Anche quest’ultimo è un figlio d’arte: suo padre, Bruno Martino, è stato forse il primo vero crooner della musica italiana, e le sue raffinate esecuzioni, dal marcato sapore di jazz, hanno girato tutto il mondo.


Ai quattro, data la defezione di Gaslini, viene attribuito il compito di rielaborare il lavoro già fatto dal celebre jazzista, e di ampliarlo con loro composizioni. Il gruppo si riunisce in una cantina per un mesetto ed il più è fatto. Poi, in tre session durante il mese di febbraio 1975, si passa alla registrazione.

Il film – Profondo rosso – avrà un travolgente successo di pubblico, ed è tuttora considerato come uno dei migliori, se non il migliore, film di Dario Argento. In effetti, è un thriller a tinte extraforti, molto ben interpretato, e che tiene incollati alla poltrona, in uno stato di continua tensione, dal primo all’ultimo minuto.

Allo stesso modo, anche la colonna sonora balzerà, fatto estremamente insolito per il genere, ai primi posti della Hit parade di Lelio Luttazzi. Non ci è dato sapere se sia stato il successo del film a determinare quello della colonna sonora o se sia accaduto l’esatto contrario; questo dimostra quanto le due opere siano complementari. Una cosa, però, è certa: il disco è un vero capolavoro di rock progressivo e può essere ascoltato con piacere anche senza aver visto il film: del resto chi scrive, all’epoca, doveva accontentarsi: il film era vietato ai minori.

I quattro, sebbene siano ancora poco più che dei ragazzini (Simonetti ha 23 anni, Martino addirittura 22), dimostrano di avere grinta e professionismo da vendere: il risultato è un’opera ipnotica e suonata divinamente. Ogni secondo del disco suggerisce atmosfere oniriche, non necessariamente trucide; il basso di Fabio Pignatelli ha sonorità talmente marcate che sembra suonato con plettri da mezzo chilo; Claudio Simonetti abbonda nell’uso del minimoog con risultati straordinari; Massimo Morante dimostra una straordinaria padronanza dello strumento e Walter Martino supporta le esecuzioni con una raffinatezza ereditata, evidentemente, dal padre.

La title-track si apre con un duetto tra tastiera e chitarra; segue l’ingresso del divino giro di basso che prelude ad una serie di effetti, ottenuti col minimoog, laceranti e, per l’epoca, assolutamente innovativi. Tale è l’impatto di una simile apertura, che ancor oggi, a distanza di trentasette anni, viene costantemente utilizzata, in trasmissioni televisive, per sottolineare situazioni di suspense. L’apoteosi finale è eseguita con l’organo (a canne?): Simonetti si esibisce in una straordinaria performance.

Il brano seguente (Death dies), vedrà alla batteria Agostino Marangolo, che, poco tempo dopo la pubblicazione dell’album, sostituirà definitivamente Walter Martino. Il ritmo incalzante e con due sole pause evoca una corsa disperata per sfuggire ad un incombente pericolo.

Per la terza traccia i Goblin si attirano qualche critica: in effetti, si può riscontrare una certa somiglianza con i minuti finali della prima parte del celebre Tubular bells di Mike Oldfield (di cui alcune parti, guarda caso, vennero utilizzate come colonna sonora del cult-movie L’esorcista di William Friedkin); mi sento, però, di poter dire che la costruzione del pezzo porta ad un risultato nettamente distinto. Mad puppet sprizza atmosfere oniriche da ogni battuta, e il duetto tra Pignatelli e Morante è da antologia.

La copertina del disco riporta testualmente: "musiche di Giorgio Gaslini. Idee, arrangiamenti, esecuzione: Goblin". Ma questo è vero solo in parte, e ciò genererà alcune polemiche. In effetti, in coda alla solita Hit Parade di Lelio Luttazzi, Profondo rosso risulterà composto da Simonetti-Morante-Pignatelli-Martino. Solo in futuro si scoprirà che in effetti il lato A è frutto dell’estro compositivo del quartetto, mentre il lato B, scritto da Gaslini, è stato rielaborato e riarrangiato dai Goblin.

Eppure, almeno in Deep Shadows, la differenza non è poi così marcata, anzi, il brano appare d’ispirazione decisamente rock ed è – come di moda in quest’epoca – un collage delle professionalità dei singoli: inizia Claudio Simonetti con l’inseparabile minimoog; segue Fabio Pignatelli con un assolo di basso (sembra Chris Squire nella sua The fish), Morante con uno stridente solismo di chitarra e, dulcis in fundo, l’assolo di batteria di Walter Martino. Decisamente memorabile.

Sulla facciata B del disco, Deep Shadows è preceduto da Wlid session, in cui si può senz’altro intravedere – introduzione a parte - la mano di Giorgio Gaslini (nel finale, che va sfumando, compare addirittura il sax).

Il disco si conclude con due brani apparentemente un po’ avulsi dall’album, ma non certo dalla colonna sonora. L’impostazione è prevalentemente orchestrale; qua e là compare il synth di Simonetti (School at night) e il basso di Pignatelli (Gianna, l’unico momento di "tranquillità" dell’intero album).

In tempi recenti il disco è stato rimasterizzato ed integrato, per così dire, da quaranta minuti di spezzoni utilizzati nel film. L’operazione potrebbe, in linea di principio, risultare interessante; ma, a parte due nuove versioni della title-track (in una delle due si è dato maggior corpo e brillantezza alla sezione ritmica), non aggiunge nulla al lavoro dei Goblin, anzi, finisce con l’essere eccessivamente dispersivo e col togliere all’opera del quartetto quell’identità che lo aveva reso estremamente godibile anche – e soprattutto – al di fuori del concetto di colonna sonora.
Il gruppo pubblicherà, l’anno dopo, l’ottimo Roller – non collegato ad alcun film - e si ripeterà due anni dopo con la colonna sonora del nuovo film di Dario Argento, Suspiria; è un altro film poco adatto ai deboli di cuore (da vedere al cinema, in TV o con l’home video perde il 50%) e potremmo classificarlo come un capolavoro di arte gotica. Anche stavolta i Goblin centreranno il bersaglio con un’ottima performance musicale, frutto esclusivo, questa volta, del lavoro del gruppo. Alla batteria, in via definitiva, ci sarà Agostino Marangolo.

Nel 1978 i quattro usciranno sul mercato con Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark: sarà il primo album cantato (alla voce Massimo Morante) e, nonostante il flop di vendite, verrà successivamente rivalutato come un’eccellente opera di progressive. Probabilmente, una consistente fetta di pubblico, oramai, identifica i Goblin con Dario Argento e le colonne sonore e non perdona distrazioni.

Col trascorrere degli anni, il progetto originale si sfalda a più riprese e perde pezzi per strada, nonostante resti molto attivo, specialmente nell’esecuzione di colonne sonore. Il quartetto "quasi" originario si ricongiunge nel 2000 per incidere la colonna sonora del film Non ho sonno (guarda un po’, il regista è Dario Argento), ma chi sperava in un nuovo futuro per i Goblin rimarrà deluso dall’ennesimo scioglimento. L’incompatibilità tra quattro grandi personalità come quelle scava un solco ineliminabile, al punto che del gruppo, ai giorni nostri, esistono due formazioni: i New Goblin (con Simonetti e Morante) e i Goblin Rebirth (con Pignatelli e Marangolo). Peccato.

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Commenti

 
  • I Goblin
    #1 I Goblin

Peccato che il gruppo dei Goblin si è diviso in due? Tra cantanti c'è la mania di litigare per futuli motivi?

Inserito 18 settembre 2016 ore 11:00
 

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