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Il Mondo In Bilico Di Emanuele Bocci E Il Suo Nuovo Cd "un Po' Gabbiano"


9 ottobre 2010 ore 21:16   di Babsie  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 425 persone  -  Visualizzazioni: 803

Sta in equilibrio Emanuele, in leggero ed elegante assetto tra le sue note di fisarmonica e pianoforte, le storie che raccoglie guardando dove non è mai comodo guardare e qualche sorriso che è un po’ ironica tecnica di difesa e un po’ speranza in un risveglio di coscienza. Quel sorriso che ci appartiene, noi uomini moderni che ci arrabattiamo per non soccombere a giochi di potere di cui non capiamo le assurde regole.

Emanuele Bocci è musicista e paroliere per ispirazione, e non solo, ammette, infatti, con sguardo limpido: “Scrivo quando ho qualcosa da dire”. Così motiva l’importante scelta di costruirsi un percorso professionale alternativo, che onestamente lo rispecchi per aspirazioni, per consapevolezza del presente e visione di un futuro non tanto catastrofico quanto temiamo. Trionfa su tutto, l’impegno di Emanuele Bocci come autore e “moderno cantastorie” affinché certe storie, quelle che rischiano di essere dimenticate, non vengano disperse al vento dell’indifferenza e della poca fantasia.


Con il suo primo lavoro da solista, che si intitola “Un po’ gabbiano” (e su quel “po’” ci sarebbe di che discutere), Emanuele Bocci si presenta al pubblico, con voce accogliente e molto garbo, traghettandoti da un pezzo all’altro e tu gli rimani accanto volentieri, in bilico su quel mondo che sai essere anche il tuo.
Le storie affiorano in superficie sollevate dalle note e ti cadono in braccio, piccole e frastagliate realtà si danno alla luce che, anche se spietata, viene mitigata dalla delicatezza di chi è disposto a comprendere più che ad accusare rendendo le scomode verità forse leggermente più maneggevoli.

E se mentre imprechi girando con l’auto, come un ebete, in mezzo al traffico cittadino “… via bolzano via messina via ‘na tacca di benzina” non c’è nulla di che preoccuparsi anche se “Non ci sono più parcheggi” (track 1 che vede la partecipazione vocale di Paolino Ruffini, anche protagonista del videoclip di questo primo singolo uscito da poche settimane).

La melodia accattivante fa scendere meglio la pillola, quella che ingoi ogni giorno ingabbiato in un lavoro che ti rosicchia la giornata e ti fa ammettere sconsolato “Sono un automa” (track 2, secondo singolo in uscita). E la vivacità di esecuzione rende meno lugubre quel futuro immaginato preda di un Meteo impazzito, “Che pacchia!” (track 3), e tutti “… in partenza per un nuovo pianeta!”.

Il sorriso si spegne e lascia il posto al ricordo, di una guerra annunciata “… tra buio e luna, i passi, la paura e avanti march”, dove la poesia e il pianoforte descrivono quel che bisognerebbe ricordare, “Dove era il bosco” (track 4).

Come in una staffetta naturale la fisarmonica di “Nunca Màis” (track 5) ci fa fare un salto spazio-temporale, sottolineando un incidente realmente accaduto al largo della Galizia nel 2002, che ha causato enormi danni ambientali di cui ancora oggi si hanno conseguenze importanti: “Quando il sole si riflesse, sui brandelli della nave che sputava via il catrame, anche il vento desistette…”.

Un nuovo respiro, “Al Polo Nord” (track 6) vestita di note saltellanti la storia di un viaggio per errore, la deriva di un Orso disorientato, vittima del disgelo dei ghiacciai artici “… le nostre stelle son lontane, le vedo strane… e questo cielo sembra diverso, un po’ storto…”

Il violino ricama il cielo trafficato del quartiere de “Gli Sfollati” (track 7) “… chiudo gli occhi e riesco a dormire, ma quando sono lì, lì per sognare, c’è un nuovo sbattito d’ali a motore…”

Lo sguardo si ferma e affonda in quelle immagini che per noi sono spesso soltanto notizie da telegiornale, “Senza vedere” (track 8) la fuga in mare alla ricerca di una terra libera che li accolga “Oltre 300 sagome al buio, con gli occhi bianchi e di chi già capisce…”, e non c’è traccia di pietismo in questo saper narrare, ma forza nel vietarsi di far finta che sia cosa inevitabile.

Nella volata finale ci si scopre “gabbiano a cui non piace il vento” e volando libero da discarica in discarica, tranne che la domenica, un sorriso amaro ci scappa e il naso punta a quella nuvola “umida e poetica”, che potresti raggiungere se ricordassi di avere grande forza nelle tue ali (“Un po’ gabbiano” track 9).

Come è giusto che sia, l’ultima canzone riporta al presente, ad una realtà che ci sta addosso, unendosi al coro “non ci sono fabbriche senza operai”, “Il Musicista” (track 10), confessa il suo sentirsi inerme “Potrei fare il musicista, tanto il tempo qua mi avanza…” e forse un po’ si scusa, con rassegnata stanchezza si ritrae con un inchino lasciandoci un saluto “… per oggi quel che sento lo dirò alla fisarmonica…”

E se è vero che dal vivo Emanuele Bocci riesce a cogliere al volo l’umore della platea e a risvegliare in noi quella sana attitudine all’autoironia che tanto spesso ci fa da salvagente, è sicuramente riduttivo definirlo “un cantautore della nuova generazione”, non soltanto per la sua fine capacità narrativa, ma anche e soprattutto per la ricerca delle giuste parole, la cura di ogni singola immagine che va a comporre il testo, e per la passione con la quale Emanuele sa restarsi accanto con la musica.

E quando anche l’ultima traccia del disco si spegne, quel suo essere in bilico su di un mondo che sembra storto sembra quasi un punto di partenza che abbiamo in comune, come Esseri Umani, per raddrizzare questo cielo e salvarci la pelle.

Per chi vuole far visita al gruppo di Emanuele Bocci su facebook:

www.facebook.com/profile.php

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