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Il Profeta: Dal Film Di Jacques Audiard, Una Grande Lezione Per Il Cinema Europeo


25 marzo 2010 ore 17:18   di Armando  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 336 persone  -  Visualizzazioni: 602

Per quanto poco si possa dar credito ai premi ufficiali che riguardano il cinema, non può essere un caso se "Il Profeta" di Jacques Audiard ha raccolto all'ultima edizione dei César francesi ben nove statuine. Un film che ottiene una tale messe di riconoscimenti, e che di un soffio non fa il bis nella corsa all'Oscar come migliore film straniero, merita una certa attenzione.

La storia del film segue da vicino altre pellicole inserite nel filone carcerario, ma in un'ottica tutta europea stavolta. Si racconta di Malik, giovane francese di origini arabe che finisce in carcere e sconta da subito la sua mancanza di amicizie che contano: solo e spaesato, deve subire la legge del più forte in un universo retto sull'equilibrio dei clan etnici. Senza sceglierlo, si piega così al ricatto dei corsi, che lo costringono a uccidere un altro arabo in attesa di testimoniare in un processo, e lo utilizzano quindi come ragazzo tuttofare per le loro piccole faccende.


Una volta guadagnata però la fiducia del capo in un momento di difficoltà, Malik, che impara in fretta e ha capito ormai come muoversi, scala rapidamente le gerarchie. Intanto lavora e comincia a guadagnare qualcosa, quindi impara finalmente a leggere, e da ultimo ottiene permessi di uscita parziale. Dapprima li utilizza per i traffici del clan corso, ma presto trova il modo di ritagliarsi un suo spazio nello spaccio di droga, insieme a un amico fidato. Dopo alterne vicende, rispettato in carcere per come ha saputo destreggiarsi tra le opposte fazioni, troverà più conveniente allearsi con il clan degli arabi, e una volta fuori di prigione potrà sentirsi le spalle protette mentre si rifà una vita con la moglie e il figlio dell'amico morto nel frattempo.

Gli ingredienti forti del cinema di questo genere ci sono tutti, ma è sorprendente lo sguardo disincantato di Audiard, capace di imbastire una vicenda di spietato realismo, coniugato però a un lucido ritratto della società multietnica che interessa ormai qualunque ambiente, compresi gli istituti di reclusione. Qui anzi, le tensioni sono moltiplicate dalle condizioni coatte che obbligano il singolo a calcolare con cura amicizie e comportamenti.

L'istinto di sopravvivenza è forse l'unico meccanismo valido in un simile ambiente, anche se vuol dire metter da parte l'orgoglio ed entrare in una logica feroce del tipo: uccidi se non vuoi essere ucciso. Alla riuscita di questo film, che si segue per due ore e mezzo senza cali di tensione, contribuisce certo la recitazione adeguata di un cast veramente indovinato, su tutti Tahar Rahim nei panni del protagonista e di Niels Arestrup (il temuto capo dei corsi), ma anche la fotografia claustrofobica e una sceneggiatura rigorosa quanto verosimile. Una lezione di cinema, insomma, e anche la dimostrazione che certi film si possono fare anche in Europa: basta avere le idee chiare sul tempo in atto, come Audiard, e soprattutto non avere paura di misurarsi con temi di questo spessore.

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