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Jean - Michel Jarre - Oxygène (1976)


8 dicembre 2011 ore 18:04   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 434 persone  -  Visualizzazioni: 862

Maurice Jarre (1924-2009) è stato un grande compositore francese, noto al grande pubblico principalmente per aver composto un’interminabile serie di splendide colonne sonore, che, tra gli altri premi, gli hanno fruttato anche tre Oscar (Lawrence d’Arabia del 1963, l’indimenticabile Il Dottor Zivago del 1966: chi non ha mai ascoltato almeno una volta il Tema di Lara?, Passaggio in India del 1985) e ben SEI ulteriori nominations.

Nel 1953 Jarre si separa dalla moglie e parte per gli Stati Uniti, dove rimarrà sino alla morte, lasciando anche un figlio di cinque anni, Jean-Michel. Quale possa essere stata nel dettaglio la vita del piccolo Jarre non ci è dato sapere, ma di certo un po’ della sua arte l’avrà mutuata dal padre, se è vero, tra l’altro, che i due si sarebbero rivisti solo dopo tredici anni.


Da sempre affascinato dalla sperimentazione, al giovane Jarre non potevano certo sfuggire le enormi possibilità che i nuovi strumenti a tastiera potevano offrire: Moog, VCS3, Eminent, Mellotron. Pertanto, dopo aver composto alcune cosette, compresa una colonna sonora, Jarre scrive quello che sarà il suo capolavoro.

Per l’esecuzione, utilizza il piccolo studio che ha allestito in casa propria e registra Oxygène; gli ci vorranno otto mesi, ma il risultato gli piace. Per la registrazione, potrà contare sulla collaborazione del musicista - nonché tecnico - Michel Geiss, che, sviluppando un’idea dello stesso Jarre, costruirà un nuovo tipo di sequencer, il Matrisequencer. Jarre riuscirà con una certa fatica a trovare un’etichetta che gli pubblichi un disco così atipico ed innovativo; Francis Dreyfus, proprietario di una piccola casa discografica, ancora non sa che, pubblicando questo disco, avrà fatto la propria fortuna.

Era il 1976 e i tempi delle grandi TV private erano ancora abbastanza lontani, per cui in televisione c’era poco da scegliere; spesso, l’apparecchio era acceso in orari in cui non c’era niente d’interessante. Il mio orecchio, un giorno, fu attratto dalla sigla della Tribuna elettorale: in quel periodo mi stavo accostando alla musica elettronica dei vari Tangerine Dream, Kraftwerk e, un po’ meno, Ash Ra Tempel e Popol Vuh. Pertanto, non potevo non notare un brano – era Oxygène part 4 – in cui i sintetizzatori la facevano da padrone.

Chi ci fosse dietro quelle tastiere lo scoprii, casualmente, qualche mese dopo e, appena raggranellati alcuni risparmi, andai ad acquistarlo.

Oxygène, inutile a dirlo, è un disco straordinario, suonato – un po’ alla Mike Oldfield di Tubular Bells – per intero da Jarre. E’ lo stupefacente esempio di come si possano fondere, senza disturbare l’orecchio, gli intrecci melodici con l’elettronica. E Oxygène è tutto una melodia, assai evocativa e talora persino disperata, in aperto contrasto coi suoni molto più duri dei Kraftwerk.

L’album è diviso in sei parti, per le quali Jarre non si è certo lambiccato il cervello per attribuir loro dei nomi: Oxygène part 1, 2, 3, 4, 5 e 6.

La prima parte inizia un po’ in sordina, caratterizzata da piccole cascate di suoni, per poi esplodere nella splendida parte centrale con uno scoppio lacerante; dopo il temporale, però, arriva il sereno, e anche i suoni si placano.

La seconda parte è ritmata e meno intimista: gli effetti usati evocano un treno che taglia in due una tempesta di pioggia, mentre la terza è di una tristezza infinita; sembra il lamento funebre di una giovane donna disperata.

La parte quarta è forse la più “allegra”, ma sicuramente anche la più conosciuta di tutte, dal momento che ha fatto da sigla e da colonna sonora di miriadi di programmi televisivi.

Anche la quinta parte, la più lunga di tutte, è stata utilizzata come sigla di una Tribuna politica, ed è forse il brano più “movimentato” dell’album, ideale prologo al brano finale, splendida passeggiata invernale lungo una spiaggia scossa dalle onde.

La critica non sarà estremamente benevola verso il lavoro di Jarre, ma, come spessissimo accade, il pubblico sarà di tutt’altro avviso: quest’album ha venduto dodici milioni di copie in tutto il mondo, risultando tuttora il disco francese più venduto nella storia. E pensare che è un'opera strumentale: niente canzoni, niente ritmi indiavolati.

Ciò che caratterizza Oxygène – e che caratterizzerà i primi dischi di Jarre – è quello struggente intimismo che lo rende un disco da ascoltare al buio, in perfetta solitudine, in modo da poter apprezzare l’intreccio armonico e sapiente di quelle che, a conti fatti, non sono nient’altro che melodie, e forse il segreto del successo di questo disco risiede proprio nell’aver saputo trasformare queste melodie in chiave elettronica alleggerendole e rendendole accessibili a tutte le orecchie. Ed è questa leggerezza, probabilmente, a non aver attirato verso il compositore francese i favori di una parte della critica.

Jarre, inoltre, avrà la sagacia di non farsi prendere troppo la mano da quest’improvviso successo pubblicando un album dietro l’altro; infatti il suo prossimo lavoro, Equinoxe, vedrà la luce appena due anni dopo (e il terzo cinque). I suoi saranno sempre, anche quando discutibili, dei prodotti di qualità, mai banali né scontati.

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