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Jethro Tull - Aqualung


19 giugno 2011 ore 02:16   di timeblock  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 324 persone  -  Visualizzazioni: 617

Quando si parla di progressive rock, non si può fare a meno di citare i Jethro Tull, uno dei gruppi inglesi più dotati dal punto di vista tecnico, stilistico e compositivo degli anni ’70… e quando si parla dei Jethro Tull, non si può fare a meno di citare un album, quello che fra tutti quelli della loro prolifica carriera, forse rappresenta meglio il loro stile; ebbene, questo album è Aqualung.
Nato nel 1971, il quarto disco del gruppo inglese capitanato dal menestrello Ian Anderson ci regala un mix di sonorità e generi musicali assolutamente azzeccati ed originali.

La prima traccia dell’album è la title-track, “Aqualung” per l’appunto, dotata di un riff di chitarra assolutamente esplosivo ed inquietante, un maestoso ritmo di batteria sostiene il brano fino alla parte acustica centrale, dove un Anderson provvisto di megafono ci regala un interludio di rara bellezza, propedeutico ad un intermezzo tipicamente rock’n’roll dove trova spazio anche il solo di chitarra di Martin Barre, chitarrista da tutti forse un pò sottovalutato, ma dotato di un grande gusto melodico e compositivo.


Il secondo, famosissimo brano è “Cross-eyed Mary”, proposta come cover dai più disparati gruppi, di qualsiasi genere musicale, (come gli Iron Maiden, ad esempio); il flauto di Anderson ci introduce un brano assolutamente esplosivo, con numerosi interventi di Anderson con il flauto, e dal cantato formidabile, caratterizzato dal talento del menestrello.
I successivi tre brani, “Cheap day return”, “Mother goose” e “Wond’ring aloud”, ci mostrano l’anima acustica dei Tull, intrisa di melodie medioevaleggianti, dove le melodie di flauto e la voce nasale di Anderson fanno da perno per questo meraviglioso trittico; in “Mother goose” trova spazio anche un sottofondo di archi, ad arricchire un pezzo di per sé bellissimo.
Con “Up to me”, la vena rock-blues riaffiora; il riff eseguito all’unisono, da chitarra e flauto, ci accompagna per tutta la canzone, un brano fresco ed allegro, che nel vinile segna la fine del Lato A.

Il brano successivo, o forse dovrei dire il capolavoro successivo, è “My God”, uno dei più bei brani mai composti dal quintetto inglese, dal tema abbastanza scottante, cioè quello dell’anticlericalità, critico soprattutto della strumentalizzazione della figura di Gesù Cristo come strumento di potere e di controllo sul popolo. Una chitarra acustica ci introduce il tema del brano, il cantato arriva accompagnato dal pianoforte, quando improvvisamente il brano esplode, regalandoci un’emozione dietro l’altra con i frequenti cambiamenti di tonalità e genere; la parte centrale è caratterizzata da un coro a cappella, accompagnato dal flauto di Anderson; le linee melodiche si incrociano per poi ritornare al tema principale. Arte.
“Hymn 43” è un pezzo allegro, con un interessante strumming di chitarra elettrica, e che nel testo riprende, seppur con toni più allegri e scherzosi, il tema religioso; forse come struttura è il pezzo più semplice, un classico hard rock, dove però ad arricchire il tutto, trovano spazio degli assoli di chitarra, flauto e pianoforte.
“Slipstream” può essere considerato come l’ultimo intermezzo acustico, prima del gran finale; pezzo molto dolce, che finisce sfumando con dei violini.

Un pianoforte che suona una melodia triste a metà tra musica classica e jazz, ci introduce il penultimo brano dell’album, la famosissima “Locomotive breath”, anch’essa proposta da molti gruppi come cover; pezzo di media velocità, abbastanza sostenuto, e dove il riff di chitarra spadroneggia, ricordando il tipico suono di una locomotiva a vapore; anche stavolta ci troviamo davanti un brano molto semplice nella struttura, ma assolutamente fantastico, capace di regalarci un solo di flauto formidabile, forse il top di Anderson in questo album! Il brano finisce con un’improvvisazione di tutti gli strumentisti, ed è bellissimo ascoltare strumento per strumento le melodie dei musicisti.

Il brano finale è “Wind-up”, che inizia lenta, poi si trasforma in un hard rock potenziato dai classici pattern ritmici composti, tipici dei Jethro Tull; nel finale ritorna lenta, e ci prepara alla fine dell’album.
Per concludere, le uniche cose che si possono dire quando ci si trova di fronte ad un capolavoro del genere, è che indipendentemente dal genere musicale preferito, sono dischi il cui ascolto non dovrebbe assolutamente mancare… e viene anche un po' di tristezza quando ci si rende conto che una tale freschezza mentale e compositiva è davvero rara da trovare nei gruppi attuali.

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