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Le Donne Del 6° Piano: Recensione


16 agosto 2011 ore 16:04   di vivianasiragusa  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 356 persone  -  Visualizzazioni: 737

“Ah cos’è l’amour” diceva una vecchia canzone: seguiva tutta una lunga serie di definizioni, tutte differenti perché è giusto che sia così, l’amore è diverso per ognuno, se no perché ispirerebbe tanti e tanto.

Ma la vera domanda da porsi era questa: perché usare una parola in francese “amour”in una canzone tutta italiana ? In questi ultimi tempi verrebbe da rispondere: perché come lo spiegano bene i francesi l’amour nessun altro ci riesce così bene.


C’è tutta una serie di film francesi negli ultimi tempi che sta costruendo una piccola enciclopedia filmica di cosa sia l’amore e “Le donne del sesto piano” di Philippe Le Guay ne fa parte.

L’aspetto più interessante è che questi film, come il nostro, toccano un’età dell’amore o meglio l’amore a un’età che di solito non viene considerata interessante da chi fa cinema o altro tipo di spettacolo o narrazione. Si parla dell’amore della mezza età, la tanto disgraziata sfuggente mezz’età.

Le Donne Del 6° Piano: Recensione

Dell’amore della mezza età se ne parla con un misto di timore e disprezzo e una punta di malcelata invidia nelle chiacchiere tra signore: quanti divorzi, quante separazioni nate da una passione improvvisa che ha ripiombato lui di solito, più di rado lei, nel vortice delle emozioni. Qualche volta delle passioni di mezz’età se ne legge nelle cronache mondane, ma in genere si tratta di passioni un po’ sporcaccione con feste e festini o peggio. Resta alla fine una sensazione di squallore, qualcosa di viscido come bava di lumaca e l’impressione che qualcuno un po’ avanti negli anni abbia voglia di rubare un pezzo di gioventù.

Tutt’altro accade invece nel nostro film e negli altri che di recente il cinema francese ha proposto: l’amore di mezz’età è raccontato con delicatezza, dolcezza e un candore di sentimenti che non tolgono nulla alla verità del racconto. Ma siccome l’età è matura, l’amore è declinato in tante forme, non solo quello di coppia. In altri film (per esempio “Julien e i suoi genitori) si descriveva l’amore genitori figli, in altri quello, più sottile, tra lontani abitanti della stessa nazione (“Giù al nord”, rifatto in Italia con “Benvenuti al sud” di cui ora è in preparazione un seguito). Tutti filtrati attraverso l’amore di coppia.
Ma il nostro parla dell’amore fou, di quello che arriva quando si è all’incirca a metà del percorso vitale, quando lavoro, figli, casa, posizione sociale sono stabiliti e pare che si debbano solo attendere gli sviluppi di una situazione ormai pianificata. E invece arriva l’amore folle, che nasce senza calcoli meschini, senza badare alle convenienze sociali, fatto di passione vera e non di voglie pruriginose, ben sapendo che lavoro, figli e coniuge se la caveranno in qualche modo.
Ed è quello che capita all’ineffabile Jean Louis (interpretato benissimo da Fabrice Lucchini) che scopre una fetta di mondo che sta proprio sopra la sua testa, al sesto piano, che scardina le abitudini e la solita routine e che proprio perché imprevedibile e inimmaginabile ha tutto il tempo di conoscere, frequentare e amare prima che qualcuno riesca a intromettersi: finalmente per il nostro ometto la possibilità di esprimersi al di fuori del prevedibile e in fondo, vien da pensare, la piccola Maria ha diritto alla sua fetta di felicità. Suzanne, la moglie, reagirà come ci si immagina: non troppo male in fondo. Sempre in questo filone di film francesi c’era un altro film in cui era lei a innamorarsi del manovale: finiva molto peggio. Le trasgressioni maschili di solito vengono perdonate con più facilità ed alla fine il nostro Jean Louis ha stampato sul volto il sorriso beato e un po’ sciocco che hanno solo gli innamorati felici, i bambini e i puri di cuore se ancora ne sono rimasti.
Viviana Siragusa

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