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Le Orme - Contrappunti (1974) - Recensione


30 agosto 2011 ore 13:16   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 378 persone  -  Visualizzazioni: 760

Nel 1974, a conferma della loro poliedricità, Le Orme tornano sul mercato con un nuovo album che, ad un attento ascolto, risulterà, com’era lecito aspettarsi, completamente diverso dai precedenti. Già la copertina, piuttosto inquietante e di difficile decifrazione, ci dà qualche indicazione su ciò che ci attende.

La prima, grande novità, è che Le Orme sono diventate quattro. Infatti, sul retro della copertina, tra i componenti del gruppo, troviamo anche il grande Gian Piero Reverberi (pianoforte), che è anche coautore di due brani. Si intuisce, però, immediatamente che la sua presenza avrà carattere di temporaneità.


Non perdo tempo a fornire le varie interpretazioni sul titolo dell’album e riporto quella che secondo me è la più rispondente al reale: il disco snocciola alternativamente un brano strumentale (saranno in tutto tre) ed uno cantato (saranno quattro).

Le atmosfere sono piuttosto fosche: la title-track, strumentale, è un misto d’improvvisazione e di tecnica, con un finale reso eccellente dal drumming frenetico di Michi Dei Rossi. Frutto acerbo, invece, è una melodia esclusivamente acustica, incentrata sulle prime esperienze sessuali adolescenziali, vissute in un quadro familiare non propriamente eccelso (e l’estate, a sera, via di corsa all’osteria per ripetere a mio padre “la minestra è fredda”; nel silenzio, verso casa, la sua mano triste); poi, la strumentale Aliante, vero e proprio tripudio di sintetizzatori. Il brano fu utilizzato dalla Rai come sigla di un programma d’informazione religiosa, mi pare. India, che conclude il lato A, dipinge il quadro di un paese ancora in bilico (non dimentichiamo che siamo nel 1974) tra povertà, tradizione e modernità. Verrà riutilizzata l’anno dopo come B-side del singolo Sera.

Il secondo lato viene aperto da La fabbricante d’angeli, vero e proprio manifesto contro l’aborto clandestino (la fabbricante d’angeli è già scesa, ma incespica sui ferri arrugginiti). Ma la domanda che “sorge spontanea” è: ma allora per loro l’aborto legalizzato è moralmente legittimo? Non dimentichiamo che Le Orme non hanno mai nascosto la loro fede cattolica. Chissà quanto, in tempi in cui il dualismo destra-sinistra, cattolici-laici era ai massimi livelli, Le Orme avranno perso in termini di popolarità, se non di vendite. Comunque, il brano è musicalmente molto bello, e con un tonitruante finale, in cui Michi Dei Rossi ci regala un saggio di tecnica pura. Comunque, tanto per cambiare, la Rai censurò il brano. Concludono il disco la strumentale – e tetra – Notturno, e la lunga Maggio (qualcosa a che vedere con la festa dei lavoratori?).

Molto si è detto su questo disco. In particolare, in tanti lo hanno considerato come un passo indietro rispetto a Uomo di Pezza e, soprattutto, a Felona e Sorona.
Non è certo il miglior disco del gruppo; la sensazione che si prova, al suono delle ultime note, è di una certa qual freddezza. Il lavoro è stilisticamente ineccepibile: forse anche troppo, e secondo me è questo il vero limite dell’album, se è lecito parlare di limiti al riguardo. Ma non è sicuramente un disco da buttar via, anzi: vi sono dei momenti così alti (Contrappunti, Frutto Acerbo, India, La fabbricante d’angeli) che valgono comunque il prezzo del disco.

Premesso che non sono un profondo conoscitore dei generi, ritengo che questo sia l’ultimo disco veramente prog delle Orme, che, negli anni a venire, passeranno dal rock californiano alla musica da camera. E non basta: sta per arrivare un ulteriore, importante mutamento nell’organico del gruppo.

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