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Le Orme - Felona E Sorona (1973) - Recensione


7 agosto 2011 ore 03:28   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 398 persone  -  Visualizzazioni: 764

Lo straordinario successo di Uomo di pezza mette Le Orme dinanzi al classico dubbio: andare avanti seguendo l’identica linea musicale o tentare di offrire un prodotto nuovo? Il terzetto veneziano opta, ovviamente, per la seconda ipotesi.

Va premesso che, almeno fino agli anni ’80, Le Orme non faranno mai un album uguale all’altro; certamente il genere è lo stesso di sempre, ma l’unico loro marchio di fabbrica, a parte la splendida voce di Aldo Tagliapietra, sarà la loro tecnica e la loro professionalità.


Felona e Sorona è probabilmente il frutto di questa ricerca; va considerato anche che, dopo la strada tracciata dalla PFM, in Italia è iniziata l’era del concept-album. Il gruppo, pertanto, sviluppa un’idea e si rimette a comporre. L’affascinante idea è quella di narrare di due pianeti gemelli, ignari ciascuno dell’esistenza dell’altro, che vivono vite diversissime: uno ridente, prospero e immerso nella luce, l’altro triste, povero ed immerso nel buio. Un bel giorno, i due pianeti verranno a trovarsi in posizioni coincidenti, ma potranno godere ben poco di quest’equilibrio.

L’album viene inaugurato dal lungo prologo Sospesi nell’incredibile, che riassume in pratica il contenuto dell’intero album; è un tripudio di tastiere, come nella tradizione del trio di Venezia, sorrette da un drumming più soffice del solito e da un basso che si lancia in funambolismi degni del professionismo di Aldo Tagliapietra; Felona è la sorridente descrizione del pianeta felice. Curiosità: Felona fu pubblicata in un 45 giri, ma, probabilmente a causa della sua brevità (poco meno di due minuti), le fu “incollato” il finale di Ritratto di un mattino, altro pezzo dell’album. La solitudine di chi protegge il mondo è un breve inciso, è il lamento di un personaggio che è deputato (forse Dio? Le Orme sono sempre state dichiaratamente cattoliche) a proteggere il mondo, ma che non viene interpellato né più invocato da chi sta troppo bene per pensare a lui. Questa voce-guida comparirà altre volte; L’equilibrio preannuncia i futuri stravolgimenti. Il lato B si apre con Sorona, che narra del pianeta gemello avvolto nel buio; questo dolore viene esplicitato anche in Attesa inerte. Segue Ritratto di un mattino, il cui brevissimo – e bellissimo – testo (La felicità non puoi trovarla in te, ma nell’amore che agli altri un giorno darai) è probabilmente recitato dal protettore del mondo. All’infuori del tempo narra del passaggio dei due pianeti dalla luce al buio e viceversa; Ritorno al nulla, strumentale, conclude l’album con la consueta festa di tastiere e, questa volta, di percussioni, a simboleggiare la distruzione.

Personalmente, ritengo quest’album – prodotto dal solito Gian Piero Reverberi - un tantino inferiore a Uomo di pezza; la registrazione è – forse volutamente – meno squillante e il disco è sicuramente molto più cerebrale dei suoi predecessori. Riscuoterà comunque un grande e meritato successo, e a testimoniare l’apprezzamento per il lavoro del gruppo da oltremanica, verrà proposto anche in lingua inglese, coi testi composti nientepopodimenoché da Peter Hammill, leader dei Van der Graaf Generator. Però il risultato sarà, a mio avviso, piuttosto deludente.

Le Orme partono in tour e uno dei loro concerti finirà per essere pubblicato (Le Orme in concerto), ma il disco non mi convince troppo. La stagione del trio Le Orme sta per finire: dal prossimo lavoro diventeranno un quartetto.

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