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Le Orme - Uomo Di Pezza (1972) - Recensione


13 luglio 2011 ore 13:16   di zazatto  
Categoria Cinema TV e Musica  -  Letto da 378 persone  -  Visualizzazioni: 728

Nel 1971, le Orme hanno ormai perso sia Claudio Galieti, sia Nino Smeraldi. Suppongo che decidere sul da farsi non sia stato semplice. Ma ecco che avviene l’incontro “fatale”.

Gian Piero Reverberi è musicista, autore e produttore di grande spessore, destinato ad arrangiare e produrre, in questo identico periodo, anche i primi veri capolavori di Lucio Battisti (Umanamente uomo: il sogno, Il mio canto libero, Il nostro caro angelo). E che Reverberi sia personaggio eclettico lo dimostra il fatto di essere stato capace di saltare con professionalità dalla canzone d’autore al rock progressivo (chissà se qualcuno si ricorda degli Underground Set e della loro Arcipelago). Non escludo che sia stato proprio lui a suggerire al gruppo veneziano di proseguire l’avventura in tre. Nasce così Collage. Rispetto ai lavori precedenti, a mio avviso più orientati verso il beat, Collage è decisamente un lavoro più interessante e più orientato verso il progressive, con qualche bellissimo momento (Sguardo verso il cielo e Collage, che non a caso occupavano le facciate del 45 giri tratto dall’album), con tanta freschezza e con una certa simpatica artigianalità (in effetti, al posto del minimoog sembra che venga utilizzato qualche strumento ad oscillazione) che fanno ben sperare per il futuro. E che futuro.


L’anno dopo, il gruppo entra di nuovo in sala d’incisione, ma questa volta tenta il lancio in grande stile. Uomo di pezza viene preceduto dall’uscita del 45 giri contenente Gioco di bimba, un’accattivante ballata, suonata prevalentemente con strumenti acustici a corde, che salta immediatamente ai primi posti della Hit parade condotta dall’indimenticabile Lelio Luttazzi. Ma ciò che stupisce è l’ascolto dell’intero album, uno splendido album, roba da non buttarne via nemmeno un secondo (anche perché purtroppo dura poco più di mezz’ora), un esempio di come si potesse fare in Italia, già nel 1972, musica intelligente e suonata come si comanda. E anche sorprendente. Se l’incipit di Una dolcezza nuova poteva far prevedere sfracelli, dopo due minuti in stile rock, invece, il brano diventa melodico e struggente, accompagnato al piano da Gian Piero Reverberi. Il resto del disco prosegue sulla stessa falsariga; il suono è perfetto, l’esecuzione di altissimo livello professionale, i testi particolarmente curati e mai banali, la voce di Aldo Tagliapietra dolcissima, pastosa, inquietante e tagliente allo stesso tempo. E poi, finalmente, compare il sintetizzatore. Toni Pagliuca non si fa pregare e lo usa con dovizia, facendolo comparire in tutti i brani; in Breve immagine, poi, compare il magico suono del Mellotron, strumento forse di utilizzo un po’ complesso, ma dimenticato un tantino troppo in fretta. Michi Dei Rossi, infine, picchia duro sulla sua batteria, ma senza strafare; lui c’è, e ce ne accorgiamo soprattutto ascoltando Alienazione, ultimo ed unico brano strumentale del disco, in cui con il suo drumming (che in questo caso sarà stato per lui particolarmente estenuante), emerge da protagonista.

Spentasi l’eco dell’ultima nota, sfido chiunque a dire di essersi accorto dell’assenza di una chitarra solista. Tanto, il chitarrone di Aldo Tagliapietra (a me e mio fratello, il suono della sua chitarra acustica faceva immaginare che lo strumento fosse grande il triplo del normale e che dovesse essere suonato, date le sue dimensioni, necessariamente da seduto), le tastiere di Toni Pagliuca e la potente batteria di Michi Dei Rossi hanno riempito – e deliziato – le nostre orecchie più che a sufficienza.

Il travolgente successo del disco porterà Le Orme ad inseguire progetti più ambiziosi: un disco dal vivo e un concept album. Ma ne riparleremo.

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